«Riforma precipitosa»

Redazione
15/10/2010

da Parigi Francesca Rolando Continua la corsa contro il tempo dell’Eliseo per far approvare la riforma delle pensioni, sulla quale...

«Riforma precipitosa»

da Parigi
Francesca Rolando

Continua la corsa contro il tempo dell’Eliseo per far approvare la riforma delle pensioni, sulla quale Sarkozy si sta giocando la credibilità. La raffica di scioperi cominciata a settembre (7, 15, 23) non accenna a fermarsi. Dopo il successo della mobilitazione del 12 ottobre, la Francia torna in piazza sabato 16.
Lavoratori, sindacati, studenti, tutti a sfilare contro una riforma, a loro dire, ingiusta e imposta dall’alto. Le giornate sono state scandite da disordini in tutto il Paese, scontri tra studenti e forze dell’ordine, licei occupati, raffinerie bloccate, stazioni di servizio a secco, voli annullati. È stato il caos.
Ma il governo è andato avanti imperterrito. E un nuovo sciopero è già stato indetto per martedì 19 ottobre. Quello che era iniziato come un conflitto tra sindacati e governo rischia diventare un braccio di ferro infinito che ha portato alla paralisi del Paese.
Lettera43 ha incontrato Henri Sterdyniak, direttore del dipartimento di Economia della Globalizzazione all’Ofce (Centro di ricerca economica di Sciences-Po) di Parigi, per discutere della riforma e valutare quale sia la reale posta in gioco per il governo di Sarkozy.
Domanda. Se la riforma delle pensioni verrà approvata, cosa cambierà concretamente?
Risposta. Il nodo cruciale è che in un lasso di tempo assai breve, ovvero dal 2011 al 2017, l’età pensionabile passerà da 60 a 62 anni. Se teniamo conto del fatto che nel 2017 la popolazione attiva sarà aumentata di circa 1,4 milioni, si prospettano due scenari: in caso di forte crescita, e di effettivo impiego di queste persone, il sistema pensionistico verrà in qualche modo equilibrato (meno spese e più contributi). Se al contrario la crescita sarà debole, invece,  questa stessa gente sarà disoccupata oppure lavorerà a scapito delle generazioni più giovani. Non ci sarà un aumento dei contributi e la diminuzione della spesa per le pensioni sarà compensata da un aumento di spese per tamponare la disoccupazione.
D. Nicolas Sarkozy ha insistito molto su questa riforma. Interesse nazionale o piuttosto battaglia politica simbolica?
R. Da un lato, è chiaro che si tratta di una battaglia simbolica. Sarkozy vuole dimostrare che è capace di portare avanti grandi riforme per mettere in discussione le decisioni prese dalla sinistra. Dall’altro, la Francia è nel mirino dei mercati finanziari, delle agenzie di rating delle istituzioni europee: tutti si aspettano riforme importanti che riducano drasticamente il deficit di bilancio del Paese. Il governo oramai non può più tornare sui suoi passi senza perdere in credibilità, e questo turberebbe i mercati.
D. È davvero indispensabile?
R. In Francia, come in tutti i Paesi dell’Europa il rapporto tra la gli over 60 anni e la fascia di popolazione tra i 20 e i 60 anni continuerà ad aumentare drammaticamente nei prossimi anni, a causa dell’allungamento della vita media e del pensionamento delle generazioni nate dopo la guerra. E questo anche se la Francia, rispetto ad altri Paesi europei, ha un tasso di natalità piuttosto elevato. Una riforma è quindi indispensabile a breve termine. Ma i francesi rifiutano qualsiasi taglio alle loro pensioni. Preferiscono piuttosto un incremento dei contributi previdenziali, peraltro già molto elevati, e destinati ad aumentare per finanziare la sanità pubblica. È per questo che è stata presa la decisione di innalzare l’età pensionabile. Dopo la crisi del 2007-2009, che ha colpito duramente il sistema previdenziale, l’esecutivo ha optato per un aumento progressivo dell’età pensionabile estremamente rapido, quattro mesi all’anno, puntando sull’età minima per aver diritto alla pensione piuttosto che sulla durata degli anni di contributi, come avvenne per la riforma del 2003. Il problema è che questo costringerà chi già lavora a rimanere attivo più a lungo, lasciando meno spazio a nuove assunzioni, quando il tasso di disoccupazione è già così alto. Per questo la riforma è così impopolare.
D. Secondo lei è una riforma troppo drastica?
R. Il presidente e il governo avevano bisogno di annunciare, e rapidamente, una riforma d’impatto. Questo non ha lasciato molto spazio alle negoziazioni con i sindacati, e l’immagine che è passata è di un progetto imposto dall’alto che tiene conto solo delle ragioni dei datori di lavoro: aumento dell’età minima pensionabile, nessun aumento dei contributi, nessuna misura per compensare chi svolge lavori pesanti. In più, non è nemmeno detto che i datori di lavoro e le parti sociali applichino in futuro le misure che permetterebbero ai lavoratori di rimanere attivi fino ai 62 anni: ovvero la rimodulazione delle condizioni del lavoro e delle carriere, una formazione professionale per tutta la durata della carriera e l’assunzione degli over 55. Il governo avrebbe dovuto prendere tempo per negoziare la riforma, fare delle concessioni ai sindacati, per esempio sui lavori pesanti. Avrebbe dovuto aspettare un netto abbassamento del tasso di disoccupazione prima di ritardare l’età della pensione. L’esecutivo ha accelerato troppo. E non è riuscito a creare consenso.
D. Perché tutti si focalizzano sugli articoli 5 e 6 che prevedono l’innalzamento dell’età pensionabile nonostante la riforma preveda tanti altri punti?
R. Il fulcro è proprio l’età. Da 62 a 65 anni e da 62 a 67 anni, età che dà il diritto ad andare in pensione a tasso pieno indipendentemente dal numero di trimestri di contributi. Il governo preferisce non aumentare i contributi ma piuttosto l’età pensionabile. D’altronde è la stessa strategia adottata dalla maggior parte dei Paesi europei. Gli altri articoli sono secondari e sono stati accettati senza troppe proteste. Penso ad esempio all’aumento di 2,7 punti del tasso dei contributi dei funzionari pubblici, già più bassi rispetto a quelli del settore privato.
D. Il governo dove trova i soldi per finanziare questa riforma?
R. Sono previste nuove imposte attraverso strategie finanziarie morate che dovrebbero portare nelle casse dello stato 4,5 miliardi di euro: 2 miliardi dalla riduzione degli esoneri dai contributi pagati dai datori di lavoro e 2,5 miliardi dalla tassazione dei redditi più alti e dall’aumento delle tasse sulle transazioni finanziarie.
D. Marie Aubry e Ségolène Royale hanno dichiarato che se il Partito Socialista salirà al  potere nel 2012, abbasserà l’età della pensione a 60 anni. È credibile?
R. Il Ps non toccherà la riforma precedente, quella varata nel 2003, che prevedeva il passaggio progressivo a 42 anni di contributi per poter andare in pensione a 60 anni. Questione che comunque non interessa coloro che hanno cominciato a lavorare prima dei 18 anni, che giunti a 60 hanno già maturato 42 anni di contributi. Si può ipotizzare che il Ps permetta prepensionamenti a chi ha cominciato a lavorare in giovane età, o a chi ha esercitato lavori pesanti. Ma non toccherà sicuramente il punto che stabilisce che si può andare in pensione dopo 42 anni di contributi. Per intenderci, chi avrà cominciato a lavorare a 23 anni potrà andare in pensione a 65. Altrimenti, non avrebbe altra scelta che abbassare drasticamente il livello economico delle pensioni oppure aumentare in maniera considerevole il livello dei contributi versati, già molto alti in Francia.
D. Come giudica l’attuale clima politico in Francia con un governo in crisi?
R. C’è un malcontento diffuso riguardo alla politica economica perché il tasso di disoccupazione è fortemente aumentato e perché il presidente ha dato l’impressione, fin dall’inizio del suo mandato, di governare per i ricchi. Sarkozy sperava che una riduzione delle tasse sui redditi più alti portasse a un’iniezione di fiducia e quindi alla crescita economica. Ma ciò non è avvenuto. Il presidente ha annunciato una riforma del capitalismo che però non ha portato a risultati. Le dichiarazioni premature di un imminente rimpasto di governo, proprio come l’affaire Bettencourt-Woeth, non hanno certo aiutato la sua immagine. E ora, con l’avvicinarsi della fine del suo mandato, è alla ricerca di un riscatto.