Fabiana Giacomotti

Il governo e il prezzo politico della riparazione di un ferro da stiro

Il governo e il prezzo politico della riparazione di un ferro da stiro

06 Gennaio 2019 08.00
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Pochi secondi prima che un virus, stoppato all’ultimo secondo, tentasse di sabotare il mio pc, stavo firmando una petizione di Change.org a favore del cosiddetto right to repair, il “diritto alla riparazione” che in questi mesi è norma in discussione in senso proprio e metaforico in tutto il mondo. Il 10 gennaio, cioè giovedì, il Consiglio dell’Unione europea riunirà ancora una volta i ministri europei dell’Ambiente per discutere e votare un pacchetto di misure sull'Eco-design che introduce elementi vincolanti per fabbricanti, importatori e distributori di elettrodomestici e dispositivi elettronici relativamente alla loro efficienza energetica e facilità di riparazione. L’esigenza che, a sentire i promotori dell’iniziativa su Change.org, ha incontrato (com’era inevitabile) l’opposizione delle lobby anche in Italia, pare in realtà a tutti molto logica, soprattutto in anni di economia circolare e di una nuova sensibilità a favore della valorizzazione di quanto il mondo ha già prodotto che comprende l’interesse per il vintage (abbigliamento, vinili, design) e perfino la riscoperta degli archivi.

Abbiamo sempre meno voglia di sprecare, e tempo, e denaro, e gadget, e nonostante i risultati al momento li smentiscano ampiamente (sono aumentate le multe, il gas, l'rc auto), l'attuale "governo del cambiamento" si è sempre dichiarato contro gli sprechi, gli aumenti e in generale favore della conservazione. Allo stesso tempo, però, sembra che sia diventato impossibile farsi riparare il vecchio pc portatile (io considero il mio un secondo figlio e rispondo con uno sguardo di sfida offesa alle risatine dei controllori dell’aeroporto), o la vaporella acquistata a carissimo prezzo e, guarda che caso, appena uscita dal periodo di garanzia. L’obsolescenza apparentemente programmata, e come ovvio mai provata, dei prodotti elettronici che acquistiamo negli ultimi anni si scontra infatti con la nuova tendenza mondiale al recupero, che è al tempo stesso la risposta a una minore voglia di spendere e, dall’altro, a un pur blando attivismo per la salvaguardia del pianeta. Ognuno vuole fare la sua parte, pur conscio – questo è l’argomento dei produttori ostili a questa norma – che offrire a tutti le chiavi di accesso tecnologico e tecnico ai propri prodotti moltiplicherà da un lato le riparazioni scorrette e/o inefficienti e/o potenzialmente pericolose, e dall’altro inibirà lo sviluppo e le risorse a disposizione di quegli stessi prodotti per innovarsi.

NEGLI USA IL RIGHT TO REPAIR È STATO RICHIESTO DA 18 STATI

Un po’ come a Cuba dove, causa embargo, circolano ancora le auto dell’epoca di Fulgencio Batista, con le molle dei sedili saltate e un’emissione di gas azzurrini da far spavento, e lasciate stare che ora siano diventate la maggiore attrazione per i turisti. Per decenni sono stati gli unici mezzi di trasporto privato disponibile, riparati infinite volte con mezzi di fortuna. Negli Usa, il right to repair, comprensivo di istruzioni facili e di parti di ricambio autentiche e facilmente disponibili, è stato richiesto da 18 Stati. Chi è a favore della norma elenca come beneficio principale la possibilità di rivolgersi a una serie di negozi più ampia con la certezza che i dispositivi vengano riparati con pezzi di ricambio originali. Questo, osserva una collega specializzata nel settore, potrebbe aiutare ad avere prezzi più bassi e tempi di riparazione più veloci (Faccio un esempio concreto: vi pare che per farsi riparare un Samsung a Milano si debba prendere l’auto e recarsi sostanzialmente fuori città, perdendo mezza giornata di lavoro e dovendo spesso tornarci per ritirare il gadget? Davvero l’azienda non è in grado di avviare un punto assistenza nella galleria metro Duomo, mentre invece storce il naso perché mezza città si rivolge al mitico Johnny Aggiustatutto e alla sua famiglia di esperti elettrotecnici arrivata dalla Cina e comodamente posizionata in zona Sarpi?).

È giusto invertire la rotta dell’obsolescenza rapida degli elettrodomestici, allo stesso modo in cui in Europa si sta lottando contro lo spreco della plastica e quello alimentare

In realtà, osserva sempre la collega, è probabile che i prezzi aumenterebbero rispetto a quelli offerti da un negozio non autorizzato che usa pezzi di ricambio non ufficiali, per ovvie ragioni. Ma il punto, a mio giudizio, non è ancora questo. Il punto è, per così dire, sociologico e politico, e non è un caso che alcuni produttori come Apple, intuito il cambio di vento, abbiamo moltiplicato da un lato le condizioni di garanzia e dall’altro le abbiano rese più flessibili: nel 2017, per esempio, la stessa Apple ha dichiarato possibile far sostituire il vetro dell’iPhone presso un punto assistenza non autorizzato senza invalidare la garanzia, a condizione che il corpo del telefono non venga danneggiato. Dunque? Dunque è giusto invertire la rotta dell’obsolescenza rapida degli elettrodomestici, allo stesso modo in cui in Europa si sta lottando contro lo spreco della plastica e quello alimentare. Un’inchiesta di Eurobarometer ha rivelato che il 77% dei cittadini europei è a favore di prodotti più facilmente riparabili (e anche riparabili tout court). Se, come osservano ancora i promotori dell’iniziativa con Change.org, nel 2018 abbiamo prodotto circa 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, l’equivalente fisico di quasi mille navi Titanic, è ovvio che un’inversione di rotta sia necessaria. Anche senza dover andare per forza da Johnny Aggiustatutto.

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