Ritorno al “kohlismo”

Redazione
18/10/2010

Da Berlino Pierluigi Mennitti Non lo aveva immaginato certo così, Angela Merkel, il suo primo governo di centro-destra. «Finalmente faremo...

Ritorno al “kohlismo”

Da Berlino
Pierluigi Mennitti

Non lo aveva immaginato certo così, Angela Merkel, il suo primo governo di centro-destra. «Finalmente faremo le riforme che i socialdemocratici ci hanno impedito di realizzare nei quattro anni della Grosse Koalition», aveva detto poco più di un anno fa, quando presentò gli uomini del suo secondo gabinetto, una solida maggioranza fra cristiano-democratici e liberali. In 13 mesi il consenso è evaporato, i sondaggi appaiono catastrofici e per la prima volta da quando prese il potere 10 anni fa, anche la sua leadership all’interno della Cdu è in pericolo.
Quella che ancora l’anno scorso la rivista americana Forbes considerava la donna più potente del mondo, non sembra in grado di venire a capo del malcontento che circonda il suo governo. E più mostra il volto decisionista, cercando di specchiarsi nelle sembianze di una Margaret Thatcher, più sbatte contro resistenze e proteste tra i cittadini, accrescendo il disagio all’interno del suo stesso partito: un circolo vizioso.
La Süddeutsche Zeitung ha affrontato l’autunno della cancelliera, ponendosi la domanda che ormai ha cominciato a serpeggiare negli ambienti politici berlinesi: il declino è ancora evitabile o siamo vicini alla fine di una carriera politica che solo poco tempo fa sembrava inarrestabile?

Lotta all’ultimo sondaggio

Per i leader europei sono tempi difficili, e non da oggi. Sarkozy in Francia, Zapatero in Spagna, Berlusconi in Italia e anche il fresco Cameron in Gran Bretagna non vivono un momento di particolare favore presso i rispettivi elettorati.
Lo stesso avviene in Germania, con una pericolosa sovrapposizione: all’insoddisfazione dei cittadini per l’azione di governo si è sommata quella dei conservatori (siano elettori o esponenti di partito) per la presunta deriva socialdemocratica che Angela Merkel ha imposto al partito negli ultimi anni.
La cancelliera ha capito la posta in palio e nell’estate dei sondaggi catastrofici ha deciso un cambio di strategia: dismettere i panni dell’eterna mediatrice e assumere quelli della decisionista. Un vestito che, nonostante l’immagine che prevale all’estero sia quella di una donna di ferro, non si addice né al suo carattere, né alla sua sensibilità politica.
Inoltre, ha deciso di recuperare alcune sfaccettature care alle fasce più conservatrici del partito, sia sui temi etici come la proposta di vietare la diagnosi genetica di pre-impianto sull’embrione, sia sull’immigrazione con la dichiarazione di morte certificata per il modello multiculturale.

Il ritorno all’ideologia

La Süddeutsche Zeitung ha notato come la Merkel sia preoccupata per due prossimi appuntamenti elettorali: quello interno alla Cdu di metà novembre, nel quale dovrà essere confermata alla guida del partito, e quello regionale del marzo 2011 in Baden-Württemberg, dove la protesta cittadina contro il progetto Stuttgart 21 (leggi l’approfondimento) fa presupporre una debacle.
Due passi falsi (ma anche uno e mezzo, tipo una vittoria mutilata al congresso di partito e una sconfitta a Stoccarda) potrebbero aprire la strada a un’alternativa suggestiva come quella del giovane zu Guttenberg, (clicca per leggere il profilo del giovane ministro), alla quale l’ultimo numero dello Spiegel ha dedicato la storia di copertina.
Secondo il quotidiano bavarese, la carta che la cancelliera sta tentando di giocare è quella di una nuova vicinanza con l’ex cancelliere Helmut Kohl (qui leggi il profilo del primo cancelliere della Germania unita), il padre della riunificazione ma anche la memoria vivente di una Cdu conservatrice che proprio lei ha spazzato via.
Il ritorno al “kohlismo”, declinato nella sua capacità di portare a compimento le riforme e i progetti intrapresi, senza cedere alle proteste contingenti della piazza, nell’unico interesse del bene pubblico, è il passaggio più rilevante del discorso che la Merkel ha tenuto nel fine settimana di fronte all’assemblea dei giovani del partito.
Kohl è stato anche l’ultimo cancelliere ideologico della Germania, prima che un più flessibile pragmatismo guidasse le politiche dei governi nel nuovo secolo. Ma è una carta rischiosa, conclude la Süddeutsche, perché gli elettori potrebbero presto registrare quanto grande sia la distanza tra l’azione della cancelliera e quella del modello cui oggi è tornata a richiamarsi.