Rivoluzione rom

Adelaide Pierucci
31/01/2011

A Roma, 800 nomadi eleggeranno il loro primo presidente.

Rivoluzione rom

La lista dei candidati è già stata affissa: una decina di nomi
per quattro etnie. Nel campo di Via di Salone, il più grande e
attrezzato di Roma, è cominciata la rivoluzione rom: la prima
volta alle urne per eleggere il proprio presidente. Salone sarà
l’apripista, poi il turn over elettorale si sposterà negli
altri punti attrezzati della città. Nel campo, che o burocrati
chiamano Villaggio, c’è fermento. Qualcuno prova a buttare
giù il programma: casa, lavoro, sanità. Programmi fotocopia,
c’è chi aggiunge solo «il superamento dei campi».
UN POPOLO AL VOTO. Toma Alilovic, bosniaco, 28
anni e 7 figli, è entusiasta: «Il nostro popolo al voto? Non
era mai successo. Sarà un giorno di festa, anche se resta un
discreto margine di diffidenza negli ultratradizionalisti». I
discorsi attorno alle case con le ruote assegnate dal Comune
sembrano già comizi.
CONFRONTO DI PROGRAMMI. È davanti a una birra e
a una pizza calda che candidati e sostenitori si confrontano e
buttano giù i programmi. «Finora ci siamo mossi peggio degli
africani», ha spiegato per tutti Hakija Husovic, 48 anni,
bosniaco, catenina sul petto e un grosso anello d’oro. «Loro
hanno chiesto documenti, case e lavoro e si sono integrati. Noi
ci siamo scavati la fossa soli. Prima siamo rimasti decenni in
silenzio e poi abbiamo chiesto i campi. Ora eccoci, segregati,
senza documenti e identità», ha aggiunto.

Campagna elettorale al via

La campagna elettorale è cominciata. Resta da definire solo la
data. «Non oltre i prossimi dieci giorni», ha annunciato con
ottimismo Najo Adzovic, delegato per gli affari rom del sindaco
di Roma, Gianni Alemanno. Per il primo febbraio è stato fissato
il sopralluogo dei delegati del dipartimento comunale. Poi si
dovrà procedere alla schedatura degli elettori, alla convalida
dei candidati e, quindi, alla fissazione del giorno delle
elezioni. Lo spoglio spetterà poi al personale del Dipartimento
formazione dei servizi sociali e della salute o del Comitato di
garanzia per l’attuazione del Piano nomadi.
IL PRESIDENTE DEL VILLAGGIO. Intanto, si
discutono le proposte. Il campo, 800 abitanti in tutto (una buona
fetta proveniente dal Casilino 900, la più grande favelas
italiana smantellata da Alemanno in ottemperanza al Piano),
sceglierà i cinque delegati che formeranno il Comitato di
rappresentanza degli abitanti del villaggio e che a loro volta,
alla prima riunione, nomineranno a maggioranza assoluta il
Presidente. «Sarà lui a rappresentare il Villaggio e i suoi
abitanti», riporta in forma solenne il primo comma
dell’articolo 5 del regolamento elettorale.
CRITERI DI ELEGGIBILITÁ. Che segue
specificando: «Il Presidente convoca le riunioni e partecipa
alla Consulta composta da tutti i presidenti dei Comitati di
rappresentanza dei Villaggi della Provincia di Roma». Ecco
perché ci sarà una rigida scrematura di base sui nomi dei
candidati, con l’esclusione a priori di quelli che hanno
riportato una condanna penale. «Sono eleggibili», riporta
l’articolo 2, «uomini e donne, abitanti del villaggio ed
elettori con documenti di validità riconosciuti e validi che non
abbiano ricevuto condanne, anche solo in primo grado, per reati
di particolare gravità che destano allarme sociale». Ossia,
come viene specificato «tutti i reati contro la persona».

A Roma, 4 mila nomani censiti

L’elezione nei “campi” è un altro passo avanti verso
l’attuazione del Piano nomadi voluto dal sindaco Alemanno e
dal prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, nella veste di
commissario straordinario per l’emergenza nomadi. Via tutti i
campi abusivi, solo zone attrezzate e vigilate con un proprio
presidente, un portavoce scelto, eletto, autorevole. Sono almeno
4 mila i nomadi censiti a Roma e vivono per lo più in estrema
povertà.
EVENTO STORICO. «Un’elezione storica. Non
era mai successo prima in Italia», ha sottolineato Najo Adzovic.
«I rom sono sempre stati esclusi dal voto, anche quelli nati nel
Belpaese e qui rimasti per quarant’anni. Nessuno del campo
aveva mai partecipato ad alcun tipo di elezione. La nostra voce
si farà così sentire presso le istituzioni. E per la prima a
parlare per i rom saranno i rom e non altri».
LA LISTA DEI CANDIDATI. Facile stilare la lista
dei candidati. Ogni famiglia (nuclei numerosi, nonni, zii e
nipoti accorpati in box vicini) ha il suo portavoce. Il più
anziano, in genere, consiglia e il maschio adulto più istruito
si confronta con il resto della comunità. I nomi in lizza per
ora sono Safet Iajcunovic, serbo, 33 anni e 7 figli, Mahmut
Salkanovic, montenegrino, Toma Halilovic, bosniaco come Hakija
Husovic, 48 anni, Goran Sejdovic, anche lui montenegrino,
Hiroscru Jovanovic, serbo, e poi un paio di candidati per i
romeni.
400 ELETTORI. Gli elettori, circa 400
(«potranno votare uomini e donne adulti in possesso di un
documento valido») non saranno disorientati, il programma è lo
stesso per tutti.
Vincerà il capo più carismatico: sui volantini elettorali
saranno riportate le biografie. «Lavoro per i giovani, sanità
per gli anziani, e superamento degli accampamenti», è la
strategia “politica” di Toma Halilovic. «Con questa elezione
libera e democratica dobbiamo superare i paradossi. Qui ogni
giorno passano quattro scuolabus. Ci sono ragazzi che sono nati
qua hanno un diploma, ma sono senza documenti d’identità e
non possono lavorare».

Una sfida epocale

L’unico neo del Piano nomadi, tiene a sottolineare, Adzovic
è il nome: «Si sarebbe dovuto chiamare Piano rom, il nomadismo
è stato superato, grazie anche alla scolarizzazione». Najo è
ottimista: «Il Piano è dalla nostra parte e ci porterà a fare
uno straordinario passo avanti. È cominciata, tramite la
questura di Roma, l’assegnazione dei permessi di soggiorno
per motivi umanitari. Saranno validi per un anno, in cui non
bisognerà commettere reati e sarà necessario trovarsi un
lavoro. La sfida ora è tutta nostra».
DA FUGGITIVO A PORTAVOCE. Lui di strada ne ha
fatta. Da ufficiale fuggitivo dell’armata slava a portavoce
per i rom del sindaco di Roma. Qualche anno fa si è presentato
con il suo primo libro: I rom, il popolo invisibile.
Ha raccontato di essere arrivato in Italia nel 1990 e da allora
diventato invisibile perché “disertore e traditore”.
All’inizio della guerra civile Jugoslava ha lasciato fuggire
15 giovani bosniaci musulmani suoi commilitoni rifiutandosi di
eseguire l’ordine di ucciderli a sorpresa. Ora, a 42 anni, 6
figli e un nipote, vive nel campo-villaggio di via di Salone dopo
aver traghettato la dispersione di quello del Casilino 900 e ha
un ufficio all’Eur assegnatogli dal Comune. Senza
approfittarne troppo. Usa il pc e la chiavetta internet
personale: «Nessuno pensi che rubiamo».