Riyadh: sotto la jellaba niente

Federica Zoja
09/12/2010

Wikileaks ha alzato il velo sulla doppia morale saudita.

Riyadh: sotto la jellaba niente

Le feste più trasgressive e divertenti, con fiumi di vodka, musica ritmata da deejay, belle donne e teste coronate vanno in scena in Arabia Saudita. L’austero regno, che custodisce i luoghi sacri della religione musulmana e ospita i più intransigenti predicatori della morale prescritta dal profeta Mohammed, è in realtà un parco giochi per adulti facoltosi, tanto insospettabile al grande pubblico quanto sfrenato.
A rivelarlo è stato il sito del gossip diplomatico Wikileaks (e chi poteva dubitarne, ormai) che ha pubblicato i cablogrammi fra l’ambasciata americana di Riyadh e Washington: il diplomatico in questione, incaricato di prendere visione dello stile di vita della ricca gioventù saudita, ha frequentato le notti di Jeddah, la città sul Mar Rosso in cui droga, sesso e alcolici sono disponibili come a Las Vegas.
Fra coloro che si nutrono di “cose arabe” abitualmente, le indiscrezioni di Wiki non hanno aperto nessuna porta inedita: chi ha avuto la chance di un visto per l’Arabia Saudita, ha portato con sé al rientro un bagaglio di racconti a metà fra l’imbarazzato e il soddisfatto, che ha snocciolato a colleghi e amici premettendo un compiaciuto: «E poi fanno la morale a noi».
Sì, l’Arabia Saudita è quel Paese in cui, senza un marito-fratello-babbo al seguito, nessuna straniera può entrare. Quello in cui le donne possono essere lapidate per aver socializzato con un uomo estraneo alla famiglia e la patente di guida è un privilegio per soli uomini (meglio così, non sia mai che un diverbio con un ausiliario della sosta venga interpretato come un approccio amoroso).
Anche per gli altri arabi nessuna sorpresa: senza i sauditi, sale da gioco e bordelli di Beirut, Il Cairo e Dubai sarebbero al collasso. Ogni primavera, quando la temperatura sale e la noia anche, i Marriott e Hilton del Medio Oriente si riempiono di famiglie saudite: le donne, velate integralmente di nero, a fare indigestione di trattamenti di bellezza e shopping con sguattere filippine, trattate come ciabatte, al seguito. Gli uomini, con tunica (jellaba) bianca e rosario islamico in mano, a scrutare le hall dei migliori alberghi, dove prostitute slave, africane o autoctone si fanno una concorrenza spietata.

Cammellai alla deriva

Le rivelazioni di Wikileaks offrono vari tipi di riflessioni: banalmente, ecco che cosa succede quando la pressione della polizia “morale” è troppo forte e pervasiva; gli esseri umani sono tali e, prima o poi, esplodono. Questo sarebbe vero e sufficiente se riguardasse tutti gli strati della società saudita, come in Iran, dove i giovani hanno escogitato mille modi per vedersi, parlare di politica, divertirsi o amoreggiare.
Ma, in Arabia Saudita, sono i ricchi e potenti a promuovere la doppia morale, quelli che hanno possibilità di sfogo e libertà, con studi all’estero, esistenze cosmopolite, quantità di denaro impossibili da spendere in una sola vita.
Per i vicini di casa egiziani, giordani e palestinesi, il fenomeno della dinastia Al Saud è la dimostrazione che, quando rozzi cammellai analfabeti fanno fortuna improvvisamente senza produrre niente, sono guai per tutti.
Anche per loro, che sono fra i bersagli più tartassati dalla stampa in un momento delicato: re Abd Allah (classe 1924) ha subito due interventi chirurgici negli Usa, il principe ereditario Al Sultan ha un grave male e l’insieme dei vari nipoti in posizioni chiave di governo è minato da vecchiaia e stravizi. Si parla di un rimpasto governativo per la primavera del 2011, ma sarà comunque condito da politici come minimo 65enni.
L’accusa di amoralità, però, rimarrà nell’aria a lungo, esponendo gli Al Saud alla violenza degli integralisti, sfuggiti al controllo di chi li ha nutriti e ospitati a lungo.
Un pericolo concreto che potrebbe venire dal vicino Yemen, dove i “probi” di Al Qa’ida hanno spostato il loro quartier generale.