Robot e industria: i numeri globali e l’Italia

Il 67% dei cinesi teme di perdere il lavoro a causa della rivoluzione 4.0. Nel nostro Paese la percentuale scende al 34% e solo il 7% degli imprenditori prevede un taglio dei posti superiore al 20%. Lo scenario.

13 Luglio 2019 15.00
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I robot ci ruberanno il lavoro? In un Paese come l’Italia, in cui l’occupazione macina da sempre numeri modesti e l’innovazione fatica a fare presa nella catena produttiva, la preoccupazione può sembrare eccessiva. Ci sono, insomma, altri problemi, più impellenti. Ma il tema, ricorrente, altrove ossessiona intere categorie sociali. Quanti sono i robot che vivono tra noi e producono al posto nostro, senza fermarsi per la pausa caffè o nei festivi? E quando dovremo iniziare a temere la loro concorrenza?

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ROBOT AL CENTRO DELLA PRODUTTIVITÀ

Secondo lo studio del Boston Consulting Group dedicato all’evoluzione della fabbrica 4.0, sviluppato sulla base di un campione statistico di oltre 1.300 grandi imprenditori che operano in tutto il mondo, attualmente più di uno su due fra gli executive e i manager (il 52%) vede nei robot il fulcro dell’impresa del prossimo futuro, cioè entro il 2025. Si ritiene che possano contribuire a un deciso aumento della produttività, come del resto è accaduto a seguito delle tre rivoluzioni industriali che hanno preceduto questa (da qui il 4.0: è la quarta). La classe imprenditoriale riconosce ai robot non solo il merito di produrre incessantemente senza scioperare, ma anche di ridurre drasticamente gli incidenti sul lavoro, spostando la forza produttiva umana in settori meno rischiosi e, dunque, faticosi.

La catena di montaggio robotizzata nel quartier generale della Volkswagen a Wolfsburg.

MANCA UNA FORMAZIONE PER L’INDUSTRIA 4.0

Secondo gli imprenditori che hanno risposto al sondaggio, i maggiori ostacoli alla trasformazione tecnologica 4.0 riguardano attualmente i limiti tecnologici della robotica industriale, gli alti costi di implementazione e di acquisto dei macchinari ma, soprattutto, la carenza di figure professionali ad hoc. Insomma, si teme che, una volta installato il robot-operaio, nessuno sappia interfacciarsi, soprattutto in caso di mal funzionamento. Qui emerge un problema comune in tutti i Paesi avanzati: a una industria 4.0 non sempre corrisponde una università 4.0 che formi le figure professionali del futuro, in grado di rivoluzionare l’intelaiatura delle nuove fabbriche.

IN ASIA CRESCE LA PREOCCUPAZIONE PER I POSTI DI LAVORO

E poi c’è il tema della tenuta del lavoro. Il più sentito, quando si parla dell’ingresso dei robot nelle fabbriche. Per il popolo asiatico una diminuzione occupazionale del 5% (almeno) degli operai nel prossimo lustro è un rischio dato quasi per scontato (56%). Soprattutto in Cina dove, complice forse una minor tradizione giuridica a favore del lavoratore, la percentuale schizza al 67%. Per il 43% dei manager le riduzioni sull’occupazione andranno dall’11 a oltre il 20%. Fuori il vecchio, dentro il nuovo. Più che preoccupazione, quella sondata ascoltando gli umori degli imprenditori asiatici pare un lucido, quanto spietato, realismo.

La classifica dei Paesi con più robot industrializzati installati nel 2018 (Ifr).

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IN ITALIA IL RISCHIO NON È (ANCORA) AVVERTITO

Più ottimisti, invece, i manager occidentali. A prevedere una diminuzione del 5% dei propri operai è infatti il 50% degli imprenditori statunitensi e il 44% di quelli europei. Sopra la media del Vecchio continente solo la Gran Bretagna (45%), immediatamente sotto Germania e Austria (rispettivamente al 43 e al 42%) mentre la più tranquilla sembra essere l’imprenditoria italiana: 34%. Solo il 7% dei nostri imprenditori paventa lo scenario peggiore, ovvero che l’avvento dei robot comporti una riduzione della forza lavoro superiore al 20%.

L’ANAGRAFE DEI NUOVI ROBOT

Ma, in realtà, i robot sono già tra noi e stanno già, silenziosamente e incessantemente, lavorando al posto nostro. Secondo i dati dell’International Federation of Robotics (Ifr), solo nel 2018 nel mondo sono stati installati oltre 384 mila nuovi robot con un aumento dell’1% rispetto all’anno precedente (la percentuale di crescita rispetto al 2016 era stata del 30%). Guidano la trasformazione i settori metallurgico e quello della componentistica elettrica ed elettronica. I Paesi più ricettivi nei confronti degli automi sono l’Asia, gli Usa e l’Europa. Complessivamente, però, il 73% dei nuovi robot è stato venduto in 5 Paesi: Cina, Giappone, Stati Uniti Corea del Sud, e Germania. L’Italia è al settimo posto.

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Le stime dei nuovi robot industriali dell’ifr.

IL BOOM ITALIANO E GLI INCENTIVI DI INDUSTRIA 4.0

Il nostro Paese sta registrando un vero e proprio boom della robotica. Nell’ultimo anno, dicono i numeri del report Siri-Ucimu, sono “nati” (ovvero installati nelle fabbriche) circa 10 mila nuovi robot (per la precisione, 9.237), con un balzo dell’11,5% sui 12 mesi precedenti. A mettere il vento in poppa alle nuove tecnologie gli incentivi studiati per l’industria 4.0 del Piano nazionale impresa 4.0. Relativamente al 2017, secondo le elaborazioni di Confindustria e del ministero dell’Economia, in Italia il settore ha saputo attrarre oltre 13 miliardi di investimenti. Dei bonus hanno approfittato soprattutto le Pmi: il 66% degli investimenti incentivati è arrivato da imprese con meno di 250 dipendenti; il 35% è stato effettuato da realtà con meno di 50 impiegati.

La presenza di robot industriali per continenti (Ifr).

LE RACCOMANDAZIONI DEGLI ESPERTI DEL MISE

Attualmente, il nostro Paese conta 190 robot ogni 10 mila addetti umani. Un dato rilevante: la media mondiale si ferma a 85. Considerati i trend di crescita, i balzi degli ultimi anni e l’evoluzione del mondo del lavoro, resta da chiedersi se l’Italia si stia preparando a tutelare adeguatamente l’occupazione in vista di un ingresso sempre più massiccio di robot nella nostra industria. Nel paper Proposte per una Strategia italiana per l‘Intelligenza artificiale, elaborato dal gruppo di esperti sull’Intelligenza artificiale del ministero dello Sviluppo e che guarda già a un altro tipo di robot, quelli intelligenti, il tema resta pressoché sullo sfondo. Il team si limita a ribadire la necessità di aumentare «l’attenzione dedicata alla formazione lavorativa» che, nel nostro Paese, «è ancora modesta ancorché ve ne sarebbe necessità in quanto l’Italia è, tra i Paesi occidentali, quello con il maggior numero di adulti con bassi livelli di competenze basilari e tra i primi per posti di lavoro a rischio di automazione».

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L’Italia è leader in Europa per la diffusione negli ospedali di apparecchi di intelligenza artificiale.

SERVE PUNTARE SU SCUOLA E UNIVERSITÀ

«Le conoscenze e le competenze apprese “sui banchi di scuola”», scrivono gli esperti del Mise, «non potranno garantire un impiego di qualità durante tutta la vita lavorativa della persona, se non continuamente aggiornate anche in maniera significativa». Le più colpite saranno «quelle categorie di persone maggiormente esposte al rischio di esclusione e/o di obsolescenza dei propri asset quali ad esempio i soggetti con minor scolarità o più anziani, ovvero operanti in comparti che sono o presumibilmente saranno impattati da cambi strutturali nelle dinamiche competitive indotte, per esempio, da automazione e/o globalizzazione della concorrenza». Per questo, si suggerisce al governo di «incoraggiare politiche educative di mitigazione degli impatti dell’innovazione tecnologica», da accompagnare a «una campagna di informazione e di divulgazione per il management aziendale per trasferire le potenzialità e i rischi connessi alle nuove tecnologie». Insomma, tutto passa dalla scuola, fin troppo spesso dimenticata e bistrattata dalle varie leggi di Bilancio. Inoltre, in un Paese come il nostro, sempre più vecchio, molto dipenderà anche dalla capacità di formare chi è già formato. Perché è sempre più attuale il detto che non si finisce mai di imparare.

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