Romania, ricordi di regime

Delia Cosereanu
24/12/2010

Il 25 dicembre, la fine della dittatura.

Romania, ricordi di regime

Fischi, slogan pro-Ceausescu scanditi prima con falso entusiasmo, poi con sempre meno convinzione, coperti da altri fischi. Il discorso di Ceausescu spezzato a metà, l’immobilismo e la palese confusione di quello che fino a pochi minuti prima era «il più amato figlio della Romania». Il suo tentativo disperato di sedare la folla radunata il 21 dicembre 1989 a Bucarest davanti al palazzo del Comitato centrale del Partito comunista per sentire il discorso sulle «grandi realizzazioni del socialismo». E poi la fuga in elicottero. Gli spari, i soldati a fianco dei manifestanti. E poi di nuovo spari dalle finestre dei palazzi del regime.
LA FINE DEL REGIME. Sono alcuni ricordi che vengono in mente ai romeni quando si parla della rivoluzione che ha portato alla fine del regime comunista. Quella ripresa dalle telecamere della tivù di Stato. Dopo pochi minuti di interruzione della trasmissione, in diretta, del meeting di Bucarest, alcuni rivoluzionari occuparono gli studi televisivi e da lì annunciarono: «Fratelli romeni, abbiamo vinto! Il dittatore è scappato!».
Alcuni sapevano fin dal 16 dicembre, quando migliaia di manifestanti avevano chiesto la fine del regime dalle piazze di Timisoara, che qualcosa sarebbe potuto accadere da lì a poco. Avevano sentito di ciò che ufficialmente era definita «l’azione di alcuni hooligans che vogliono destabilizzare il socialismo». Radio Europa Libera e radio Voce dell’America ne avevano parlato durante i loro notiziari. E molti lo avevano sentito. Di nascosto.

Ascoltare le radio filo-occidentali di nascosto dai vicini

Era questo uno dei segreti per una vita tranquilla. Le emittenti radiofoniche filo-occidentali si ascoltavano nella stanza centrale della casa, quella senza muri confinanti con gli appartamenti dei vicini. Altrimenti qualcuno avrebbe potuto sentire. E rapportare ai funzionari della Securitate, la polizia segreta. Allora il denunciato veniva segnato sulla lista nera come «nemico del popolo».
LE MICROSPIE. Ma non bastavano le spie anonime. Le conversazioni venivano ascoltate, soprattutto da quando lo Stato aveva regalato a tutte le famiglie un apparecchio telefonico. Con la microspia inclusa.
Per chi ha oggi 30 anni, questi sono solo ricordi sfocati. Da bambini non si fa politica, né si conoscono certi aspetti della vita degli adulti. Altri episodi, invece, facevano parte della normalità e solo con il senno di poi si possono ricordare con occhio critico.

Le file davanti ai supermercati ad aspettare «quello che arriva»

I negozi di alimentari erano vuoti. Vuoti nel vero senso della parola. Sugli scafali non c’era niente, a parte la polvere. Ogni mese si poteva comprare un litro d’olio, un chilo di farina, uno di zucchero. Una gioia, per i bambini, visto che quegli ingredienti bastavano per preparare un dolce. Vero, mancavano le uova. Per quelle bisognava faticare un po’ di più. Ogni tanto (non si sapeva quando, ma se avevi un amico che lavorava in un supermercato lo potevi scoprire) arrivava un camion e le distribuiva. Ognuno ne poteva acquistare al massimo 30.
CARESTIA. La mancanza di cibo è forse il ricordo più forte. Il più impressionante è quello delle file davanti ai negozi vuoti, con decine di persone che aspettavano. Che cosa? «Quello che arriva», era la risposta. Spesso non arrivava niente. I bambini la prendevano con filosofia e uno dei giochi era quello di inseguire i camion, correndo, per verificare che fossero, per caso, proprio quelli che avrebbero “riempito” i magazzini dei supermercati.

La battaglia per le arance e l’inseguimento dei carri funebri

Durante il periodo di Natale, la caccia alle arance era quasi un rituale. Sveglia la mattina presto, appuntamento davanti al palazzo con gli amici, la divisione in gruppi e l’appostamento davanti a diversi supermercati del quartiere. Chi si ritrovava nel posto giusto chiamava gli altri. All’arrivo degli agrumi le file di persone si trasformavano in una folla di guerrieri, vere e proprie battaglie per la sopravvivenza. Era l’unico momento dell’anno in cui si potevano assaggiare le arance. Se il signore che non rispettava la fila riusciva a comprare gli ultimi due chili (il massimo possibile) rischiava il linciaggio. O quasi.
I BAMBINI DI ‘GUARDIA’. Oltre alla guardia davanti ai supermercati (una definizione un po’ paradossale considerato che di super non avevano niente), tra i divertimenti della nostra infanzia c’era l’inseguimento dei carri funebri. Ebbene sì. Non si sa da dove, un mistero mai risolto, ma i parenti dei morti trovavano sempre le caramelle (quelle incartate, una rarità) e le gettavano, secondo un’antica tradizione, ai partecipanti al funerale. Quando non moriva nessuno si trovavano altre soluzioni: alcuni medicinali avevano un sapore piacevole, soprattutto le vitamine. Neanche la resina degli alberi era male, soprattutto quella chiara, dei gelsi.
Cose da mangiare, dunque, si trovavano in giro. Forse anche per questo il «beneamato» avrebbe deciso di cambiare il nome di un paesino, Flamanzi (Affamati, ndr), in Victoria socialismului (La vittoria del socialismo).

Anche a scuola, tutti uguali: l’ingegno dei bambini

Anche a scuola si poteva dar sfogo alla fantasia. Lì, tutto era di colore blu: le coperte di plastica dei quaderni e dei libri, i grembiuli, l’inchiostro nelle penne stilografiche. Tutti uguali. Un concetto inaccettabile per i bambini che, per differenziarsi dagli altri, diluivano l’inchiostro con l’acqua, ottenendo così diverse sfumature. Una vittoria. E per ringraziare il compagno Ceausescu per «l’infanzia d’oro» che ci regalava si recitavano poesie con l’entusiasmo di un soldato di carriera e si cantava l’inno della Repubblica all’inizio e alla fine delle lezioni. Durante la ricreazione, mai raccontare barzellette. Potevano rivelarsi la dimostrazione di una cattiva educazione da «nemici della Patria» ricevuta da quei «traditori» di genitori.
EROI OPERAI. E poi, perché mai raccontare barzellette se la realtà era così perfetta? Gli ottimi risultati raggiunti dagli «eroi operai» riempivano il telegiornale serale delle 20 (la prima trasmissione televisiva della giornata). Non mancavano mai le imprese della «geniale guida», «il compagno Nicolae Ceausescu, segretario generale del Partito Comunista Romeno, presidente della Repubblica Socialista Romania, comandante supremo delle forze armate» (tutte queste cariche accompagnavano sempre il suo nome, pronunciato o scritto).

Due ore di programmi tv al giorno con le imprese della «geniale guida»

Ogni tanto le imprese operaie e le ricchezze dell’«epoca d’oro» erano raccontate anche nel film, rigorosamente di produzione romena o sovietica, che andavano in onda dalle 20,30 alle 22, a prescindere dalla reale durata della pellicola. Gli abili censori della TVR, la Televisione Romena, l’avrebbero fatta rientrare in quell’ora e mezza. Non un minuto di più. A tanto si limitavano le trasmissioni televisive. Per il resto della giornata i televisori (in bianco e nero) rimanevano spenti.
CONSUMISMO RUMENO. Per gli apparecchi a colori esistevano delle liste, a livello nazionale, alle quali bisognava iscriversi e poi aspettare circa un anno. Erano più lunghi, invece, i tempi per l’acquisto della macchina, ovviamente una Dacia, fabbricata in Romania. La procedura era la stessa: iscrizione nelle liste, deposito dei soldi (70 mila lei, il prezzo di un appartamento, in un periodo in cui lo stipendio variava dai 1.500 ai 3 mila lei) e poi l’attesa, circa cinque anni. Per non parlare delle file davanti ai benzinai, che si allungavano per centinaia di metri.
E forse i nostalgici non ricordano le cene a lume di candela (e non di certo per eccesso di romanticismo), le interruzioni delle forniture di gas, i bagni serali tra le 19 e le 20 (perché solo allora, un giorno sì e l’altro no, c’era l’acqua calda – e questo se vivevi in un “bel” quartiere della città).