«Ruby non aiuterà il Pd»

Salvatore Cannavò
28/01/2011

Fassina spiega la crisi nel partito.

Il Pd proverà a ricominciare da Roma il 4 e 5 febbraio con un’assemblea nazionale programmatica che prenda il posto di quella di Napoli annullata in seguito allo scontro sulle primarie. Ma, quello di Bersani, è un partito che non trova pace. Basta guardare lo svolgimento della puntata di giovedì 27 gennaio di Annozero, quella da cui ha incredibilmente preso le distanze in diretta il direttore generale della Rai, Mauro Masi.
Una puntata pensata per l’ennesimo affondo contro Silvio Berlusconi – come in larga parte è stato – ma che, a un certo punto, per assenza in studio di un rappresentante del Pdl, ha visto andare in onda l’affondo contro il Pd, con i tre giornalisti presenti – Paolo Mieli, Enrico Mentana e Maurizio Belpietro – attaccare in cerchio la presente Rosi Bindi.
La quale ricordava il Nanni Moretti di Palombella Rossa, quando attaccato dai giornalisti in conferenza stampa, senza sapere cosa dire, intonava E ti vengo a cercare di Franco Battiato. Rosi Bindi non si è messa a cantare, ma ha faticato non poco a spiegare quali sono le idee di fondo del Pd, le strategie, l’indicazione di leadership.

Il tentativo del segretario Pd: raccogliere le forze alternative al berlusconismo

Bersani proverà la prossima settimana a ribadire il suo «progetto per il Paese» sul quale raccogliere le risposte delle altre forze interessate a un’alternativa a Berlusconi e al berlusconismo. Lo farà ben distante da Napoli sperando di seppellire le polemiche anche se la crisi del partito non sembra risolvibile facilmente.
Stefano Fassina, membro della segreteria del Pd e responsabile economico del partito, è uno di quelli che si danno più da fare per supportare Bersani.
E con Lettera43.it la mette così: «La crisi viene da lontano, il processo degenerativo che ci riguarda viene dai partiti fondatori, Ds e Margherita, e non si risolve con operazioni di marketing».
GUERRA DI CLAN. Fassina non esita a parlare di «clan e correnti» nel partito e della necessità di «una ricostruzione sia sul piano organizzativo che culturale».
E prova così a difendere una linea poco comprensibile ai più, quella che cioè punta tutto sulle risposte programmatiche come perno per un’alternativa. «Alla conferenza di Roma», spiega, «noi riproporremo un progetto per il Paese basato sulla riforma del fisco, sull’idea che un’ora di lavoro precario non possa costare meno di un’ora di lavoro garantito, su scuola e università e sul federalismo come ricetta utile anche per il Mezzogiorno anche se non nelle forme presentate dalla Lega».

Lo spettro del bassolinismo e la convergenza del partito verso il centro

Già, il Mezzogiorno. Le notizie che vengono da Napoli parlano di un nodo irrisolto. E infatti la conferenza del Pd dovrà servire, nelle intenzioni di Bersani, a «sancire una discontinuità» con la gestione che si è avuta al Sud.
Il che significa sconfessare l’ex governatore Antonio Bassolino e la sua idea della politica con ripercussioni interne sicuramente non gestibili con il semplice commissariamento della federazione di Napoli (vai alla notizia sulla polemica di Cozzolino).
Del resto, prima il tentativo di Andrea Orlando, appena spedito da Bersani a mettere ordine nel partito partenopeo, ci aveva già provato Enrico Morando, circa due anni, uscendone con le ossa rotte.
Nelle parole del responsabile economico si intravedono altri due elementi che aiutano a spiegare l’impasse del Pd.
PD GUARDA AL CENTRO. La prima è l’ammissione di «aver sottovalutato il berlusconismo, che rappresenta un pezzo di Paese reale cui oggi del caso Ruby interessa poco e niente». L’ammissione nasconde, però, anche l’idea di dover recuperare voti e elettorato soprattutto in quella zona del campo, cercando di conquistare l’elettorato moderato deluso dal Pdl. La strategia oggi sembra questa. Ed è una strategia difficile perché, allo stesso tempo, il Pd bersaniano cerca di non scoprirsi sulla ‘sinistra’.
Fassina, ad esempio, ha partecipato allo sciopero Fiom, dice che le ragioni del sindacato guidato da Landini «vanno ascoltate» anche se poi difende Susanna Camusso e afferma che i fischi a lei rivolti a Bologna «provenivano da una ventina di persone ben caratterizzate politicamente». Insomma, la Cgil non si molla anche se di sciopero generale il Pd vuole sentire parlare solo unitariamente a Cisl e Uil: «La situazione è grave e serve la più ampia unità possibile». Lo sguardo quindi è gettato al centro, non in direzione di Vendola e Di Pietro.
CONTRO IL FEDERALISMO. E quindi si dà grande enfasi all’asse con il Terzo polo che si sta costruendo in Parlamento, e soprattutto nella Commissione bicamerale, contro il Federalismo della Lega. Un asse a cui viene data grande importanza e che, allo stesso tempo, mette il Pd in posizione di attesa. Attesa per quello che decideranno Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini, attesa per l’evoluzione della crisi berlusconiana, attesa degli eventi.
E forse, proprio questa attesa contribuisce a mettere la sordina al partito. Che della necessità di individuare una leadership adeguata cerca di farne una virtù. «Certo che abbiamo bisogno di un leader ma il leaderismo non ci porta da nessuna parte». Il leader dunque ancora non c’è.

Lo scontro con Veltroni: per Fassina le sue idee «sono strumentali»

Se non Bersani, quindi, chi potrebbe essere l’uomo nuovo del Pd? Non certo Walter Veltroni, assicura Fassina. Ma l’ex segretario, dopo il Lingotto, si è riposizionato proprio in funzione di quell’obiettivo.
Per far capire il suo pensiero, Stefano Fassina ha scritto delle «noterelle a margine del Lingotto» in cui definisce «irrealizzabile» il progetto veltroniano di riduzione del debito pubblico. Veltroni ha infatti proposto di portare il rapporto tra debito e Pil all’80% di qui al 2020 con riduzioni consistenti della spesa e con l’introduzione di una patrimoniale.
WALTER IL DESTRO. «Nessun Paese al mondo è riuscito a ridurre il debito pubblico del 40% in nove anni» dice Fassina che smonta una a una le proposte di Veltroni sottolineando come nella sua relazione non si sia mai menzionata l’evasione fiscale: «Un’assenza di solito strumentale nei discorsi della destra».
Insomma, i toni dentro al Pd, nonostante l’unanimismo di facciata, restano questi. E forse fino a quando non si metterà ordine nella vita interna, non si troverà una solidarietà forte del gruppo dirigente, non si elaborerà un’idea-forza in grado di arrivare nella testa delle persone, il Pd non potrà che assistere alla crisi italiana da spettatore e non da protagonista.