Barbara Ciolli

Russia, le ripercussioni della guerra di spie sulle elezioni

Russia, le ripercussioni della guerra di spie sulle elezioni

16 Marzo 2018 16.41
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Dal Cremlino tagliano corto: «Abbiamo smesso di dare attenzione alle storie di avvelenamenti di spie». Tanto l'avvertimento è secco e non ha scadenza: «Risposte», cioè rappresaglie, «in qualsiasi momento alle accuse folli della Gran Bretagna non tarderanno ad arrivare». Quasi 111 milioni di russi vanno al voto il 18 marzo 2018, per rieleggere Vladimir Putin presidente (è stato anche premier tra il 1999 e il 2000 e tra il 2008 e il 2012) al quarto mandato, mentre in Occidente monta lo scandalo internazionale del caso Skripal: un altro ex agente russo trovato avvelenato Oltremanica, in fin di vita con la figlia. Nell'Unione europea la solidarietà verso Londra e la condanna verso Mosca è univoca, mentre dagli Usa di Donald Trump piovono altre sanzioni.

MOSCA PARLA DI COMPLOTTO. Per la Russia non ci sono dubbi: tutto un complotto anglosassone per far fuori Putin, non sarebbe d'altra parte il primo per il Cremlino. Putin recrimina alla segreteria di Stato americana targata Hillary Clinton anni di manovre per far dilagare le proteste in Ucraina nel 2014 e, dalle precedenti Primavere arabe del 2011, anche in buona parte del Nord Africa e del Medio Oriente, dove Mosca rivendica la sua azione di guerra al terrorismo e ripristino dell'ordine. Nel 2014 Putin si è visto anche sfuggire dal controllo la Crimea e l'ha riannessa. L'Est Europa si è nel frattempo ripopolato di basi di Nato e le esercitazioni militari contrapposte sono tornate a fronteggiarsi lungo la vecchia Cortina di ferro e nel Mar Nero.

In effetti Clinton non ha mai negato di darsi un gran daffare per bloccare la «ricostituzione dell'Urss di Putin», il progetto socialista nazionalista di Unione eurasiatica portato avanti da Putin che avrebbe dovuto avere come satelliti ex Stati sovietici come l'Ucraina, trait d'union – complice l'export di gas attraverso i Paesi dell'ex dell'Ue e la Germania – per rapporti distesi con tutta l'Europa. E invece sono ripartite le sanzioni, americane e dell'Ue. Anche dopo il passaggio di testimone da Clinton a John Kerry, nel 2013, gli Usa di Barack Obama sono rimasti nemici. Gli alleati della Nato, e primi tra tutti il Regno Unito, hanno seguito a ruota. E sconfitta Clinton da Trump, è scoppiato nientemeno che il Russiagate.

TRA RUSSIAGATE E SIRIA. Di pari passo con il caso Skripal anche l'inchiesta, negli Usa, sulla sospetta influenza di Mosca alle ultime Presidenziali americane sta infiammando le cronache internazionali, alla vigilia del voto russo: in esclusiva il New York Times scrive che il procuratore speciale dell'inchiesta sul Russiagate, Robert Mueller, ha spiccato verso la Trump Organization (la big company del tycoon che tanto ha commerciato con la Russia) un mandato di obbligo di consegna di documenti, alcuni dei quali relativi a Mosca. Mentre il Pentagono punta il dito sui raid russi, per i bombardamenti e l'assedio di Ghouta, in Siria. La comunità internazionale è indignata per le centinaia di vittime e le migliaia di sfollati e il Cremlino insiste nel «continuare a combattere e distruggere i terroristi».

Le accuse del Russiagate non ci toccano minimamente e abbiamo messo di dare attenzione alle storie sulle spie

Pure del Russiagate, in piena campagna elettorale, Putin ribadisce di «fregarsene»: accuse, ha chiosato, che «non ci toccano minimamente». Quasi il 70% dei russi, secondo i sondaggi di marzo, sta con il partito del presidente, Russia Unita. Semmai i dossier che si accumulano alle Nazioni Unite sui russi brutti e cattivi sgombreranno Putin dal timore di un'affluenza inferiore che alle precedenti vittorie e dalla eventualità, ancorché remota, di un secondo turno. A nuovi polveroni internazionali e nuove sanzioni, il popolo russo risponde compatto: sono gli americani che ripartono alla carica. Non a caso Oltremanica c'è chi vede l'avvelenamento di Sergei Skripal e figlia come un colpo grosso di Putin, per far fuori i nemici e incassare percentuali bulgare.

IL COVO DI SPIE DI LONDRA. C'è una scia di morti da far paura tra la comunità di espatriati russi in Gran Bretagna – tanti gli oligarchi espropriati e braccati da Putin e le spie doppiogiochiste, incluso Skripal – e a questa tornata è Trump a muoversi da gregario: la premier britannica Theresa May, durissima, ha annunciato in arrivo le restrizioni personali e il congelamento dei beni di russi vicini al Cremlino residenti sul suolo britannico; per il suo ministro degli Esteri Boris Johnson le «prove sono schiaccianti»; 23 diplomatici russi «dalle funzioni non chiare» sono stati espulsi, la più grave crisi con Mosca dal 1971. Le indagini antiterrorismo sui fatti di Salisbury avrebbero identificato uno speciale gas nervino di origine russa (il novichok) infilato nella valigia di Yulia Skripal, in visita al padre dalla Russia.

Armi chimiche del Cremlino propagate sul suolo straniero, come mai era accaduto in Gran Bretagna dalla Seconda guerra mondiale: «Una ricostruzione senza alternative», per May. Mosca e gli agenti dell'Fsb (l'ex Kgb) naturalmente negano tutto e reclamano la consegna del novichok rinvenuto, per le analisi: richiesta naturalmente respinta da Scotland Yard e dall'intelligence britannica. Tutti i premier europei si schierano con il numero 10 di Downing Street: anche l'Italia, prudentemente e per ultima, si è unita al gregge. Solo Jeremy Corbyn, leader laburista dell'ala sinistra, si è guardato dal prendere posizione, subissato da critiche e spaccando un Labour macchiato dallo scandalo delle finte armi chimiche spacciate da Tony Blair in Iraq.

PUTIN SENZA RIVALI. La domanda è sempre, cui prodest? A 66 anni Skripal era un uomo libero, dopo l'uscita dal carcere in Russia (dov'era finito per aver spifferato i nomi di colleghi dell'Fsb all'intelligence britannica M16) nel 2010, in uno scambio di spie tra Mosca e Londra. Al contrario di Alexander Litvinenko, avvelenato a Londra nel 2006, non era un oppositore politico. Anche se restava un «traditore» per Putin, che alle Presidenziali “sfida” l'imprenditore comunista Pavel Grudinin (al 7%) e il nazional-populista Vladimir Zirinovskij, vicepresidente del parlamento della Duma (5,6%). Anche il volto più mediatico e noto degli anti-Putin, l'attivista di destra Aleksej Navalnyj impedito nella candidatura da pendenze penali, avrebbe trovato elettori solo a Mosca. Ma in fondo per la (ri)elezione di un presidente che è stato capo dell'Fsb non può che imperversare una guerra di spie.

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