Russia, cosa è rimasto a sei mesi dalla tentata rivolta della Wagner guidata da Prigozhin

Stefano Grazioli
24/12/2023

Il 24 giugno il Cremlino ha davvero rischiato di collassare? In realtà il non-golpe non aveva né un piano né alleati affidabili. E il caso è stato chiuso qualche mese dopo con l'uccisione dell'ex cuoco dello zar. Che non solo si è liberato di un elemento poco controllabile, ma ha stretto il controllo sul sistema. E si appresta a vincere un nuovo mandato. Lo scenario.

Russia, cosa è rimasto a sei mesi dalla tentata rivolta della Wagner guidata da Prigozhin

Sei mesi fa, il 24 giugno, la Russia ha rischiato davvero di precipitare nell’abisso di una guerra civile? La marcia su Mosca di Yevgeny Prighozin poteva davvero cambiare la storia della Federazione russa? Il cuoco di Vladimir Putin voleva davvero entrare da padrone nelle stanze del Cremlino al posto del suo mentore? Da quello che si è potuto capire fin qui evidentemente no, anche se in quei giorni alla fine di giugno molti hanno creduto nell’apocalisse, alcuni in Occidente addirittura facendo il tifo per il leader della compagnia Wagner, visto come un’alternativa al presidente in carica.

Le profezie che prevedevano il collasso del regime di Putin sono cadute nel vuoto

Due mesi dopo, il 23 agosto, il jet di Prigozhin con a bordo un paio di suoi luogotenenti è esploso in volo, non casualmente, mettendo fine a ogni speculazione sul futuro dell’ex amico del presidente. E le profezie di chi prevedeva il collasso a breve del regime, tra congiure di palazzo e sgretolamenti della verticale, sono andate a vuoto. Putin ha annunciato la sua candidatura per le Presidenziali del prossimo marzo e non pare che tra le torri del Cremlino regni l’anarchia o la voglia di cambiare radicalmente. Complice l’andamento della guerra in Ucraina, con la lenta avanzata russa nel Donbass e il fallimento della controffensiva di Kyiv sul fronte meridionale, tra Zaporizhzhia, e Kherson, Vladimir Vladimirovich pare discretamente stabile, senza rivali di sorta. Questa l’impressione, con lo sguardo sul futuro che non contempla al momento imprevisti. Comunque sempre possibili.

Russia, cosa è rimasto a sei mesi dalla tentata rivolta della Wagner guidata da Prigozhin
Putin al congresso di Russia Unita (Getty Images).

La minaccia per il Cremlino era reale, ma dietro di sé Prigozhin non aveva né piani né alleati

In ogni caso dopo l’estate turbolenta, la questione Prigozhin con annessi e connessi è stata chiusa, dando per ora ragione a chi non si è fatto avvolgere dalla nebbia della guerra e della propaganda: naturalmente non è vero che non sia successo nulla e che gli screzi nella stanze del potere, tra i vari gruppi alle spalle di Putin, nell’amministrazione, nei servizi e nella forze armate, siano solo il frutto di fantasie occidentali, ma è altrettanto falso che il cuoco del Cremlino sia stato a un passo dal friggere il suo datore di lavoro. Missione impossibile in un piano sgangherato senza alleati, mentre dall’altro lato non vi sono state defezioni. Questi sei mesi hanno mostrato quindi, almeno all’esterno, la compattezza del sistema, sia per quel riguarda la gestione delle questioni interne che quelle del conflitto in Ucraina.

Russia, cosa è rimasto a sei mesi dalla tentata rivolta della Wagner guidata da Prigozhin
Una gigantografia di Prigozhin (Getty Images).

Il destino della Wagner finita sotto gli ordini di Shoigu come le altre compagnie private

Se primi sei mesi di quest’anno le urla di Prigozhin e le liti con il ministro della Difesa Sergei Shoigu e con il generale Valery Gerasimov hanno riempito soprattutto le cronache dei media occidentali, negli altri sei la campagna russa è andata avanti senza la Wagner, o senza la sua presenza mediatica, come se nulla fosse. La maggior parte della unità è stata integrata agli ordini di Shoigu, alla pari delle altre compagnie private che continuano a operare sia in Ucraina che altrove. Anche il generale Sergei Surovikin, prima nominato capo delle forze in Ucraina e artefice delle linee di difesa su cui si sono fermati gli ucraini, poi presunto alleato di Prigozhin nell’altrettanto presunto colpo di Stato, alla fine non sembra finito nelle patrie galere per ordine di Putin, ma sia rimasto a servizio del presidente con un sguardo attento alle cose africane, teatro, guarda caso, in cui il gruppo Wagner ha ormai da anni un ruolo fondamentale per la strategia ibrida della Russia. Il putsch – che putsch non è stato – in definitiva sembra dunque aver rafforzato VVP che ha fatto eliminare un elemento non più controllabile che mal si inseriva negli equilibri per la gestione di un conflitto che richiedeva e richiede coesione a ogni livello. Prigozhin poteva sopravvivere in un regime di pace, con le scorribande all’estero utili per il Cremlino, ma interferire nei meccanismi interni, mettendo in discussione lo stesso Putin durante un conflitto vitale per la Russia non gli ha lasciato scampo.