Russia al voto, come sta il comunismo 100 anni dopo la Rivoluzione

Riccardo Amati
16/03/2018

Viaggio a Mosca e dintorni in quel che hanno lasciato il 1917 prima e l'Unione sovietica poi. Tra nostalgia, esperimenti socialisti in chiave moderna e un candidato di "opposizione" sui generis, Pavel Grudinin.

Russia al voto, come sta il comunismo 100 anni dopo la Rivoluzione

da Mosca

Il paradiso socialista esiste e si trova alle porte di Mosca. È un’azienda agricola di 1.300 ettari: campi di fragole e frutteti sullo sfondo di condomini-alveare e centri commerciali. Un’isola di colori appena oltre il raccordo anulare, 20 chilometri a Sud-Est del Cremlino. Oltre alle coltivazioni, un asilo nido che sembra il castello delle fiabe, una scuola media sperimentale, una moderna clinica polispecialistica, spazi attrezzati per i giochi e per lo sport, abitazioni per i dipendenti. Le oltre 300 persone che ci lavorano guadagnano più del doppio rispetto alla media. L’azienda è efficiente nella produzione ed efficace sul mercato, ma è gestita secondo gli ideali della Rivoluzione d’Ottobre. Socialismo puro adeguato ai tempi moderni. A dirigerla è l’attuale candidato del Partito comunista russo alle elezioni presidenziali del 18 marzo che segnano i 100 anni e uno della Rivoluzione, Pavel Grudinin. «Abbiamo creato un’oasi socialista nella giungla del capitalismo», dice. Nome dell’azienda: Sovkhoz Lenin. Quale altro?

Il "Lenin" era uno dei 27 mila fra sovkhoz (fattorie statali) e kolkhoz (fattorie collettive) esistenti quando l’Urss si dissolse. Tutti andati in rovina o venduti a pezzi ai giganti del settore alimentare e agli speculatori edilizi. Non questo. Trasformatosi in una società di tipo cooperativo, ha resistito agli assalti dei predatori e, secondo i suoi gestori, è rimasto fedele agli ideali delle origini. Oggi fattura 100 milioni di euro l’anno. «Siamo riusciti a creare le condizioni migliori per i lavoratori e per il business», dice la direttrice del personale Natalia Potapkina. «I nostri stipendi raggiungono in media i 77 mila rubli mensili». Sono circa 1.100 euro. Per fare un esempio, in Russia un medico generico difficilmente supera i 700 euro. «Ci arrivano un sacco di curriculum ma per ora siamo al completo». Sergei Belous ha iniziato 10 anni fa come addetto alle potatura, dopo una laurea in ingegneria e l’inutile ricerca di un impiego nel suo settore. Ora si occupa di ingegneria agraria per il sovkhoz. Si sente realizzato. Vive con la giovane moglie e due figli piccoli in un appartamento aziendale. «Mutuo a lungo termine a tasso zero: lo ripago con una trattenuta minima sullo stipendio, senza neanche accorgemene», racconta. Ma ciò che apprezza di più è la percezione di essere sicuro, protetto da un ambiente solidale.

Viviamo bene nel Sovkhoz Lenin. Forse è il modo in cui tutti avremmo vissuto se non ci fossero stati il collasso dell’Urss e le privatizzazioni forsennate che seguirono

Un trattore dei tempi di Stalin è in mostra su un’aiuola dove d’estate i fiori disegnano una grande stella rossa. Un Lenin di pietra guarda chi varca l’entrata, che è di per sé un monumento allo stile rurale proto-sovietico: un arco decorato con fragole di ceramica su cui si leggono una data e un motto: “1918 – Onore al lavoro!”. Chi abita nei palazzoni accanto e fa la spesa allo shopping center Vegas prende in giro il Sovkhoz Lenin. Un museo dell’Urss, dicono. Non che le atomizzate periferie metropolitane russe abbiano esempi di società civile più attuali da proporre, si direbbe guardandosi intorno. Grudinin sostiene che il sovkhoz non è un’icona del passato, ma un faro per il futuro. «Viviamo bene qui», spiega. «Forse è il modo in cui tutti avremmo vissuto se non ci fossero stati il collasso dell’Urss e le privatizzazioni forsennate che seguirono». Nell’azienda che dirige da 22 anni Grudinin c’è nato, nel 1960. Suo padre era il capo-economista del sovkhoz, sua madre ci lavorava come contabile. L’indubbio successo della sua “oasi” è la credenziale che ha convinto il Partito comunista a candidare lui invece del leader storico Gennady Zyuganov, usurato da 73 anni anagrafici e da innumerevoli compromessi accettati per restare a galla.

Da due anni Grudinin dice che il governo o contrasta davvero la corruzione o deve dimettersi. E tuona contro le improvvise ricchezze degli amici di Vladimir Putin. Dopo la candidatura, ha in parte abbassato i toni. «Seguirò la linea del partito, quindi non dirò tutta la verità», si è lasciato sfuggire a margine di un intervista radiofonica. La linea del partito è l’“opposizione sistemica”, come la chiamano qui. Ovvero, la non opposizione: al pari di tutti gli altri gruppi politici in parlamento, quello comunista vota sempre a favore del governo. Che, di fatto, ha il completo controllo sulle candidature – e quella di Grudinin l’ha certo approvata. «Il presidente non voleva che si ripresentasse Zyuganov, dava alle elezioni un odore di vecchio», spiega l’ex adviser di Putin Gleb Pavlovsky. Altri politologi ritengono che il Cremlino abbia voluto far correre un finto oppositore in grado di raccogliere i voti di Alexey Navalny, il grande escluso dalle Presidenziali perché condannato in un processo definito «politicamente motivato» anche dalla Corte europea dei diritti umani – e che incita a disertare le urne. Ma il piano sembra esser sfuggito di mano: secondo sondaggi non ufficiali citati dagli uffici elettorali di altri candidati, Grudinin può superare il 15 per cento delle preferenze. Troppo, per i gusti di Putin e dei gerarchi di un Partito comunista completamente integrato nel sistema che da 18 anni governa il Paese.

Intendiamoci: in Russia le elezioni sono un’esercizio burocratico, più che democratico. Il governo cerca di dare un minimo di credibilità al processo, scegliendo candidati che possano sembrare concorrenziali. Ma non viene lasciato spazio a dubbi su chi sarà il vincitore. Alle urne andranno in pochi. Il senso di impotenza e l’avversione alla politica sono palpabili. Di quei pochi, oltre il 66 per cento voterà per l’attuale presidente, registra un sondaggio dell’istituto statale di statistica Vtsiom (i bookmaker londinesi sono più drastici: danno Putin 1 a 100). Ma se davvero Grudinin facesse un exploit a due cifre, per gli spin doctor del presidente sarebbe poco gradito. Infatti, si corre preventivamente ai ripari. La Commissione elettorale centrale adesso accusa il candidato comunista di avere conti all’estero per l’equivalente di 1,5 milioni di euro e la televisione di stato infierisce su di lui in ogni tg. Peraltro, comparando l’entità del presunto tesoretto alle fortune multi-miliardarie che gli uomini del potere russo hanno al sicuro fuori dal Paese viene da sorridere. Grudinin non è certo indigente, ammette di guadagnare oltre 300 mila euro l’anno come direttore del Sovkhoz Lenin. Questo per i comunisti dell’era di Putin non rappresenta un problema. Ad attirare è il programma: scuola e sanità gratuite, aiuto alle famiglie più giovani, incentivi all’impenditoria e alla crescita individuale, lotta dura alla corruzione e ai privilegi.

Dell’Urss rimpiango il senso di appartenenza, le certezze. Studiavi ingegneria e facevi l’ingegnere. Alla mia età, non vorrei dover pensare a come sbarcare il lunario negli anni che restano

Ivan voterà per Grudinin. «Vorrei un welfare decente e minori diseguaglianze», dice. Ha 63 anni, vive a Mosca con una pensione da 320 euro, nemmeno bassa, rispetto alla media. Era un ingegnere missilistico, prima della fine dell’Urss. In una fabbrica top secret, chiusa e poi smembrata nei primi Anni 90, quando una trentina di “oligarchi” si spartì il 40 per cento della ricchezza nazionale e la maggior parte dei russi cadde nell’indigenza. Ivan, come milioni di altre persone, dovette reinventarsi la vita. Tassista abusivo, costruttore di teiere artigianali, e altro. «Dell’Unione Sovietica rimpiango le certezze, il senso di appartenenza, la sicurezza. Studiavi ingegneria e facevi l’ingegnere. Alla mia età, non vorrei dover pensare a come sbarcare il lunario negli anni che restano». E gli scaffali vuoti, e la mancanza di libertà? «Allora eravamo poveri e mancavano cose, ma quel che c’era costava poco. Con nove rubli si andava fuori a cena con gli amici e si faceva una gran festa. Quella era libertà. Sai quant’è che non vado al ristorante?». E poco importa se Grudinin è un ricco capitalista. «Lui è il candidato comunista. Non voto la persona, voto per la giustizia sociale. Sono sempre stato comunista, ero iscritto al Pcus (il Partito ai tempi dell’Urss) e le mie convinzioni oggi si sono semmai rafforzate».

È difficile sopravvalutare il trauma degli Anni 90. Il primo presidente post-sovietico, Boris Eltsin, credette che privatizzazioni selvagge e totale deregolamentazione garantissero la creazione di un capitalismo moderno. Fu un tragico errore. La società si lacerò. Dilagò il degrado morale. La vita media degli uomini diminuì da 65 a 57 anni. Cause di decesso più frequenti: infarto, suicidio e avvelenamento da alcol. Quel che successe allora ebbe conseguenze che permangono nonostante la forte crescita economica di inizio millennio. Non deve stupire che la maggioranza dei russi rimpianga la fine dell’Urss. Il 58 per cento vorrebbe tornare indietro, risulta da un recente sondaggio del Centro Levada, istituto sociologico indipendente. Il suo fondatore, Yuri Levada, dedicò decenni di ricerca sociologica al cosiddetto homo sovieticus. Teorizzò che il collasso del comunismo ne avrebbe presto cancellato le caratteristiche. Il suo successore alla guida dell’istituto, Lev Gudkov, ha poi dovuto constatare, sondaggi alla mano, che il “carattere autoritario” dei cittadini sovietici perdurava: paternalismo statale, egalitarismo gerarchico e contrapposizione all’ Occidente mantengono un imprevisto appeal, nella Russia di Putin. La libertà dal totalitarismo comunista non ha mai portato alla libertà positiva, a una società che promuova la crescita e la felicità individuali.

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L’individuo si è ritrovato “libero” in senso negativo, solo con se stesso di fronte a un mondo alienato e ostile. E allora cerca la “fuga dalla libertà”, per dirla con Erich Fromm. D’altra parte, è quel che succede anche nelle democrazie liberali di lunga tradizione, quando i cittadini si sentono impotenti e insignificanti di fronte a sviluppi della società e dell’economia mal gestiti dai governanti. E sta succedendo. Il retroterra psicologico-sociale descritto da Gudkov spiega in buona parte l’involuzione autoritaria e per alcuni aspetti neo-totalitaria del sistema di potere in Russia. Controllo dei media, utilizzo della magistratura per scopi politici, leggi che limitano la libertà di opinione e di riunione: la Russia di oggi somiglia a un’Unione Sovietica senza comunismo, dove la propaganda ricorda il “doppio pensiero” di George Orwell e promuove un nazionalismo belligerante e anti-occidentale. Il Partito comunista russo, associato al potere, approva. Zyuganov chiede espressamente la “ristalinizzazione della società”. E la rivalutazione di Stalin, vincitore della “Grande guerra patriottica” (la Seconda guerra mondiale), è diventato un pilastro del nazionalismo putinista. Grudinin, però, di Stalin parla poco. Parla di partecipazione sociale, di sviluppo individuale, di capitalismo solidale. Porta ad esempio il Sovkhoz Lenin. Sostiene che la Russia dovrebbe «rinunciare alle ambizioni imperiali» e pagare meglio i suoi pensionati.

Il pensionato comunista Ivan è certamente d’accordo: «Non ce l’ho con gli americani né con gli ucraini, e poi le priorità sono altre». Grudinin potrebbe raccogliere «i voti dei nostalgici dell’Urss come “manager rosso”, ma anche quelli dei liberali come impenditore di successo, e altri come politico d’opposizione», scrive l’analista del think tank Carnegie di Mosca Andrei Pertsev. Difficilmente gli sarà permesso. Ma almeno c’è una ragione per seguire con interesse queste elezioni. In Russia le finestre delle case di campagna hanno una piccola apertura per cambiar l’aria senza doverle spalancare quando fuori fa meno venti. Si chiama fortochka. Con Grudinin e il suo socialismo moderno, dice chi lo voterà, si è aperta una fortochka e sulle Presidenziali è arrivata un po’ di aria nuova.