Russia e Turchia, i dossier che dividono l’Italia dai grandi Ue

22 Marzo 2018 16.41
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Il tentativo di trovare un equilibrio era ardito. E alla fine, alle cinque del pomeriggio, nel mezzo del summit dei capi di Stato e di governo dell'Unione europea, dall'Eliseo hanno fatto filtrare la notizia: «Alcuni Paesi andranno più lontano sulla Russia, rapidamente, ma non all'interno del Consiglio europeo». L'indiscrezione è arrivata dopo che Emmanuel Macron, Angela Merkel e Theresa May hanno tenuto una «riunione di emergenza» – questa la definizione di Dowining Street – sull'attacco di Salisbury in cui è stato avvelenato l'ex agente dei servizi segreti russi Sergei Skripal. Ed era un modo per arrivare alla cena con gli altri leader con una fuga in avanti, spingendo molto in là le richieste di fermezza e di fatto minacciando di fare crollare l'unità dell'Unione.

FORMULA BRUCIATA DALLE FUGHE IN AVANTI. Da giorni la risposta da dare a Putin agitava i corridoi diplomatici europei. Ovviamente non era in discussione la solidarietà. Ma aumentare le sanzioni, già rinnovate a ogni occasione, non è stata considerata una via percorribile. E il confronto si è avvitato su quanto spingere in là la condanna. La dichiarazione lavorata con il cesello nel Consiglio affari esteri del 19 marzo recitava: «L'Unione europea prende molto sul serio la valutazione del governo britannico secondo cui è altamente probabile che la Federazione russa sia responsabile». Londra e i Paesi Baltici avrebbero voluto ben di più: il riconoscimento di una netta responsabilità del Cremlino.

VIA L'AMBASCIATORE DA MOSCA. E lo stesso il presidente del Consiglio Ue, il polacco Donald Tusk che, al contrario di Jean-Claude Juncker, si è guardato bene dal congratularsi con Vladimir Putin per la rielezione e ha chiesto ai leader Ue di rafforzare la "contro intelligence". E dunque il dossier è tornato prepontemente sul tavolo. Ma la pistola fumante non c'è, come fanno notare fonti diplomatiche, e con questa argomentazione Paesi come Italia e Grecia o Bulgaria non erano intenzionati a sostenere quelle che considerano fughe in avanti, altri considerano comunque i termini della dichiarazione su cui le diplomazie trattano «molto forti» e più alto il pericolo di mostrarsi divisi sui rumor russi. Fonti Ue fanno sapere che May e Gentiloni hanno affrontato l'argomento, ma anche che finora l'Italia aveva fatto una strenua opposizione a conclusioni più aggressive. Ma la Francia intanto ha scelto di non aspettare: la cooperazione rafforzata, tanto invocata da Macron, è stata utilizzata come pressing anche in politica estera. E alla fine nel nome dell'unità anche Roma sia è adeguata. E i 28 Paesi hanno chiesto di richiamare l'ambasciatore Ue da Mosca per consultazioni.

Arrivando al vertice l'Alto rappresentante per gli Affari Esteri, Federica Mogherini aveva insistito sulla necessità di mantenere il punto di equilibrio: «I Paesi Ue esprimeranno la nostra più forte solidarietà possibile con il Regno Unito dopo l'attacco di Salisbury, così come abbiamo fatto lunedì con i ministri degli esteri». «Il segno politico più forte che possiamo dare è l'unità dei 28, l'unità e l'unità», ha poi ripetuto la numero uno della diplomazia europea. E di certo se il primo non è stato mantenuto, la seconda sì. Ed era normale che lo fosse: l'unanimità è necessaria per le conclusioni, ma per ottenerla le posizioni sono state molto indurite: i Paesi Ue «concordano con la Gran Bretagna sul fatto che è altamente probabile che la Russia sia responsabile e che non c'è un'altra spiegazione plausibile», si legge nel documento conclusivo, licenziato alle due della notte, e «alla luce dalle risposte fornite dalle autorità russe», si coordinaerenno quanto alle conclusioni da tirare». Così il pressing ha prodotto risultati, spingendo la linea ben più in là pur di mantenere l'unità.

LA RICHIESTA DI METTERE FINE AL BLUFF. Qualcosa di simile rischiava di succedere anche nel dibattito sulla Turchia, con Italia e Grecia, sempre sullo stesso fronte. La spregiudicatezza di Erdogan, tra il blocco della nave Eni nelle acque cipriote e la detenzione di due militari greci che avevano superato il confine, è stata condannata. Ma un gruppo di Paesi chiede di essere ancora più netti, di abbandonare una ipocrisia evidente e imbarazzante: Olanda, Danimarca, Belgio, ma anche la Francia vogliono mettere fine una volta per tutte al bluff dell'ingresso di Ankara nell'Unione europea.

L'ITALIA CAMPIONE DI REALPOLITIK. Un tema delicato, visto che il 26 marzo Tusk e Juncker sono attesi a Varna per un faccia a faccia con il sultano in cui offiranno l'impegno dell'Ue a versare la seconda tranche dell'accordo per i rimpatri dei migranti cruciale soprattutto per Berlino. Per di più proprio Grecia, Italia e Cipro, i Paesi che hanno avuto più frizioni con Ankara nell'ultimo periodo, poi chiedono prudenza, avendo nella Turchia una partner commerciale importante. E poi la Turchia non è la Russia, non ci sono Stati baltici o ex repubbliche sovietiche a far valere la loro storia. Il fronte è meno compatto e numeroso. Il 16 aprile, quando verranno pubblicati i dossier sui Paesi candidati all'allargamento, tra violazioni perpetue dei diritti umani, repressione del dissenso e attacchi alla libertà di stampa, le carte saranno scoperte. Fino ad allora, però ha vinto la realpolitik. E Roma ne è un campione.

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