Così Trump ha dichiarato guerra a chi indaga su di lui

21 Febbraio 2019 12.56
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Ho trovato sorprendente l’inchiesta firmata da quattro giornalisti del New York Times e pubblicata il 19 febbraio in cui si denunciano i tentativi di Donald Trump di mettere a capo delle indagini sull’ex avvocato Michael Cohen, Geoffrey Berman, il procuratore del distretto Sud di New York, repubblicano e suo fedelissimo. Sorprendente non è soltanto la notizia, e cioè che Trump abbia l’audacia di intromettersi come un boss qualsiasi negli affari giudiziari che lo riguardano sperando di uscire indenne dalle inchieste, ma per come Mark Mazzetti, Maggie Haberman, Nicholas Fandos e Michael Schmidt, gli autori dell’inchiesta, abbiano ricordato con fatti, nomi e date, i tentativi del presidente di silenziare personaggi coinvolti nelle indagini o pronti a parlare, di mettere i bastoni fra le ruote alla giustizia e infangare a botte di tweet le carriere di così tante persone.

LA SCIA DI LICENZIAMENTI DI THE DONALD

La prima crisi dell'amministrazione Trump legata al Russiagate, ricordano i giornalisti, cominciò 25 giorni dopo l’inizio del suo mandato, quando il neo eletto consigliere della Sicurezza nazionale Michael Flynn venne licenziato perché aveva negato di aver incontrato esponenti del governo di Mosca. «Lo licenzio così ci liberiamo di questa cosa sulla Russia!», aveva annunciato soddisfatto Trump durante una cena con suo genero e con Chris Christie, l’ex governatore del New Jersey. Ovviamente, abbandonare Flynn nel fango non ha risolto un bel niente: poco dopo venne fuori la notizia che Trump aveva invitato a cena James Comey, l’allora direttore del Fbi per chiedergli inutilmente di smettere di indagare su Flynn. Non era mai successo (a parte durante gli ultimi mesi del mandato di Richard Nixon), che un presidente si intromettesse in questo modo negli affari del Bureau, e la cosa fece molto scalpore. Anche Comey, come Flynn, venne screditato, maltrattato, e infine licenziato. Fu forse l’errore più grosso di Trump, perché il risultato di questa richiesta assolutamente fuori luogo fu che Rod Rosenstein, il vice dell'allora procuratore generale Jeff Sessions, chiedesse a un certo Robert Mueller di capire cosa il presidente stesse cercando di nascondere. Lo fece Rosenstein perché Sessions, amico fedelissimo di Trump, uscì dal caso in quanto indagato.

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L'ARMA SOCIAL DELLA CACCIA ALLE STREGHE

Il passo successivo di Trump, sempre più nel pallone, fu quello di iniziare una campagna mediatica fortissima, contraddittoria e purtroppo efficace, per diffamare pubblicamente Mueller, minacciando anche di licenziarlo (cosa che se avesse fatto, avrebbe marcato l’inizio della fine della sua carriera di presidente): fece di tutto per far perdere credibilità alle indagini, attaccando frontalmente l’imparzialità di Mueller. Il tutto può essere riassunto in quel «witch hunt», caccia alle streghe, di cui il tycoon scrive tutti i giorni su Twitter. Nel frattempo, arrivò la notizia che Michael Cohen, avvocato e braccio destro del presidente, aveva deciso di raccontare tutto ciò che sapeva: disse che Trump gli ordinò di pagare le donne con cui aveva avuto dei rapporti sessuali, e che partecipò alle trattative con il governo russo per costruire una Trump Tower a Mosca. Come reagì il presidente? Minacciò apertamente l’ex avvocato, consigliando al Fbi di aprire un’indagine sugli affari di suo suocero. Un’altra mossa mafiosa, intimidatoria e generalmente molto poco consona al ruolo di presidente degli Stati Uniti.

L'ULTIMA CARTA DI TRUMP È WILLIAM BARR

Trump è ormai agli sgoccioli: non sa più cosa fare per fermare questa enorme indagine, che ormai va avanti da due anni. Così si arriva all’inchiesta del New York Times: il presidente ha scelto Michael Whitaker come procuratore generale ad interim chiedendogli di mettere Geoffrey Berman a capo delle indagini. La sua ultima possibilità di mettere i bastoni tra le ruote a Mueller è proporre William Barr come procuratore generale: Barr aveva scritto, detto e ridetto che secondo lui il presidente in carica non poteva essere accusato di ostruzione alla giustizia e che aveva più poteri di Superman. La domanda da farsi è semplice: perché tutti questi tentativi di frenare le indagini se non ha nulla da nascondere? La risposta, per ora, ce l’ha solo Mueller, e si attende il suo resoconto come quando da bambini si aspettava Babbo Natale.

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