I pro e i contro del salario minimo orario

La misura esiste già nella maggior parte d'Europa. E garantisce una rete di protezione. Ma fissare a 9 euro la paga oraria ci costerebbe tra 3 e 4 miliardi. E metterebbe a rischio la contrattazione collettiva. Il punto.

22 Giugno 2019 09.00
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«È il momento di introdurre un salario minimo legale che abbracci tutti i lavoratori». A dichiararlo dalle pagine di Avvenire, ormai un anno e mezzo fa, non è stato Luigi Di Maio, oggi in prima linea nella lotta per l’introduzione di questo istituto, ma Tommaso Nannicini, all’epoca responsabile del programma elettorale del Pd. Qualche giorno dopo, Matteo Renzi (che pure nel 2015 lo escluse dal Jobs Act) andò oltre, fissando il quantum: 9 o 10 euro lordi l’ora per «migliorare la qualità del lavoro, oltre che la quantità». Uno dei cavalli di battaglia dei 5 stelle durante la campagna elettorale per le Politiche era stato già cavalcato dal centrosinistra. Del resto il provvedimento è stato evocato spesso da diversi partiti politici. Nessuno, però, ha mai chiarito quanto costerebbe e se i benefici apportati siano superiori ai rischi che si corrono. Ma andiamo con ordine.

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IL M5S INSISTE SULLA LEGGE CATALFO

Mentre la Lega accelera sulla flat tax, il Movimento 5 stelle rilancia con la legge sul salario minimo. Con buona pace di chi sperava che le liti intestine all’esecutivo sarebbero cessate una volta archiviato il periodo elettorale. Ma cos’è il salario minimo per il M5s? Lo ha spiegato il vicepremier Luigi Di Maio: «Nella legge Catalfo si prevede di fissare per legge una soglia di almeno 9 euro lordi l’ora al di sotto della quale non si può scendere». «In sostanza», ha aggiunto il capo politico pentastellato, «contratti da 3 o 4 euro l’ora non saranno più consentiti, perché 3 o 4 euro l’ora non è lavoro, è schiavitù».

Il vicesero del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio.

IN EUROPA IL SALARIO MINIMO È NORMA NON ECCEZIONE

Secondo l’ultimo report dell’agenzia europea Eurofound, il salario minimo in Europa costituisce la norma e non l’eccezione. È infatti presente in 22 dei 28 Paesi comunitari. A non prevederlo è una sparuta minoranza: Austria, Finlandia, Svezia, Danimarca, Cipro e, ovviamente, l’Italia. Nella maggior parte degli Stati (Polonia, Lettonia, Bulgaria, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lituania e Romania) è inferiore ai 500 euro. In Spagna raggiunge gli 825, in Francia ammonta a 1.480 euro (ma si lavora 35 ore a settimana, contro le nostre 40) e nel Lussemburgo sfiora i 2 mila. Le discrepanze tra i Paesi membri sono notevoli, perché il salario minimo viene solitamente ancorato al costo della vita ma talvolta rappresenta solo una rete di salvataggio dalla povertà totale.

I salari orari lordi in Europa nel 2017.

LA FORZA CONTRATTUALE DEI SINDACATI

In linea di principio, nei Paesi in cui i sindacati non hanno un forte potere contrattuale, i governi hanno preferito intervenire imponendo tutele legali a favore dei lavoratori, dove invece le sigle sindacali riescono a imporre la contrattazione collettiva (in Italia copre oltre l’80% dei lavoratori) si è potuto farne a meno. Anche per questo, a seguito del Jobs Act del governo Renzi e del decreto-legge n. 87 del 12 luglio 2018 (decreto Dignità) del governo Conte, molti osservatori attendevano l’introduzione del salario minimo, stante l’erosione del potere sindacale apportata da riforme scritte senza concertazione con tutte le parti sociali.

Il vicepremier M5s Luigi Di Maio con il presidente del Cnel Tiziano Treu.

IL CNEL INVITA AL DIALOGO SOCIALE

Non è dunque casuale l’allarme lanciato dall’ex ministro Tiziano Treu, oggi numero uno del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel). Proprio quell’istituto che Renzi voleva abolire e che il M5s di fatto salvò facendo propaganda per il “no” al referendum del 4 dicembre 2017 salvo poi proporne a sua volta la cancellazione. Lo scorso 13 marzo Treu ha avvertito il governo: «L’esperienza comparativa mostra che, laddove i minimi salariali sono fissati per via legale, questo avviene a valle di un processo istruttorio affidato a una specifica commissione tripartita o ad altre forme di dialogo sociale». Sul solco tracciato dal Cnel si muove invece la recente proposta del Pd di istituire una apposita commissione per concertare la misura. Proposta già ribattezzata dai pentastellati come «l’ennesimo poltronificio».

La copertura della contrattazione collettiva in Europa comparata con il Giappone e gli Usa.

A RISCHIO LA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA. E NON SOLO

In questo contesto si innestano i principali timori legati all’introduzione del salario minimo: sottrarre ai sindacati la possibilità di avere voce in capitolo in tema di contrattazione collettiva e fissare ex lege una soglia minima che rischia però di essere “elettorale”, cioè inadeguata al contesto economico e al momento storico, potrebbe spingere i datori di lavoro ad attuare pericolose fughe dalla contrattazione collettiva (e con lo Stato che impone di attenersi esclusivamente alla paga oraria, dai nuovi contratti resterebbero fuori tredicesime, malattia e straordinari). Nella peggiore delle ipotesi si potrebbe paventare una proliferazione di false partite Iva, di cooperative spurie, di tirocini di facciata, della delocalizzazione verso lidi dove la manodopera costa meno (nella stessa Europa, si è visto, le differenze salariali sono importanti). Dove possibile, si potrebbe persino ricorrere a massicci licenziamenti a favore dei robot, che nulla esigono in fatto di stipendi.

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CONFINDUSTRIA E SINDACATI PER LA RIDUZIONE DEL CUNEO FISCALE

Ecco perché, oltre alla scontata contrarietà di Confindustria, anche i sindacati sono diffidenti e si dicono più propensi a chiedere una riduzione del cuneo fiscale, sebbene possa sembrare una mossa a beneficio esclusivo dei datori di lavoro, rispetto al salario minimo, che invece tutelerebbe il lavoratore. Tagliando le tasse all’imprenditore, occupazione e aumenti salariali dovrebbero seguire di conseguenza. Da parte sua, Di Maio replica promettendo il taglio del cuneo fiscale già nella legge di bilancio. Come a dire: con i soldi risparmiati sarà più facile per gli imprenditori rispettare il salario minimo.

L’ex numero uno dell’Inps Tito Boeri.

BOERI A FAVORE DELLA MISURA

Un soccorso al M5s arriva invece dall’ex numero uno dell’Inps Tito Boeri, che, è noto, fino alla sua sostituzione a inizio 2019, non ha certo risparmiato bacchettate all’esecutivo gialloverde. Già nel 2017, durante un convegno dell’Agenzia di ricerche e Legislazione, Boeri affermò infatti la necessità di istituire un salario minimo che valesse per tutti, «laddove le maglie della contrattazione non sono in grado di evitare che le persone vadano sotto alcuni livelli». In quell’occasione, Boeri assestò anche una stoccata ai sindacati, accusati di fare sempre proposte «sul sistema pensionistico e non sul mercato del lavoro».

UNA SPESA TRA I 3 E I 4 MILIARDI

Ma quanto costerebbe il salario minimo alle imprese? L’Istat ripete da tempo (la prima audizione in Senato risale allo scorso 13 marzo) che la spesa si aggirerà tra 3 e 4 miliardi. A marzo il direttore del dipartimento per la produzione statistica Roberto Monducci stimò in 2,9 milioni i lavoratori interessati, circa il 21% del totale per un incremento medio annuale pari a circa 1.073 euro e un aumento complessivo del monte salari stimato in circa 3,2 miliardi. Più pessimistica la cifra presentata il 17 giugno alla Camera: «L’analisi dell’impatto dell’incremento retributivo medio annuo stimato sugli aggregati economici delle imprese con dipendenti (circa 1,5 milioni) consente di evidenziare un aggravio pari a circa 4,3 miliardi». Una tegola piombata contestualmente alla contrarietà dell’Ocse. Un costo simile era stato messo in conto dall’Inapp (l’Istituto nazionale per l’analisi delle Politiche pubbliche): oltre 4 miliardi. Importi non indifferenti, a fronte dei quali gli inviti giunti da più parti a concertare la misura con le parti sociali evitando imposizioni propagandistiche appaiono dettati dal buon senso più che dall’istinto di autoconservazione dei sindacati. Il rischio potrebbe infatti essere creare ulteriore disoccupazione.

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