Chi boicotta e chi sostiene il Salone del libro di Torino

Dopo i Wu Ming pure Ginzburg e Zerocalcare annunciano la mancata partecipazione in polemica con la presenza dell'editore Altaforte vicino a CasaPound. Ma Murgia rilancia: «Non lasciamo la fiera ai fascisti».

06 Maggio 2019 14.59
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Non si placano le polemiche attorno al Salone del libro di Torino (in programma dal 9 al 13 maggio) e alla partecipazione della casa editrice Altaforte, vicina a CasaPound, col libro-intervista Io sono Matteo Salvini. Intervista allo specchio. Di giorno in gorno crescono infatti le defezioni in aperta polemica con la scelta del direttore Nicola Lagioia di ospitare un editore espressamente vicino a posizioni neofasciste.

I WU MING APRONO IL FRONTE DELLE DEFEZIONI

Dopo il collettivo di ispirazione marxista Wu Ming, anche lo storico Carlo Ginzburg, il fumettista Zerocalcare e la giornalista Francesca Mannocchi hanno annullato la loro partecipazione al Salone. La polemica era nata alcuni giorni fa, quando lo scrittore e giornalista Christian Raimo – collaboratore del direttore del festival Lagioia – aveva pubblicato un lungo post per criticare la decisione di ospitare Altaforte. Raimo aveva poi cancellato il post e annunciato le sue dimissioni.

In un post pubblicato sul loro blog, i Wu Ming hanno espresso solidarietà a Raimo e scritto che «a Torino si è compiuto un passo ulteriore nell’accettazione delle nuove camicie nere sulla scena politico-culturale italiana». Ginzburg invece ha detto di avere cancellato la sua partecipazione «per una scelta politica». «Ho annullato tutti i miei impegni al Salone del libro di Torino», ha infine spiegato Zerocalcare. «Sono pure molto dispiaciuto ma mi è davvero impossibile pensare di rimanere tre giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha accoltellato i miei fratelli, incrociarli ogni volta che vado a pisciare facendo finta che sia tutto normale». «Non faccio jihad», ha aggiunto, «non traccio linee di buoni o cattivi tra chi va e chi non va, sono questioni complesse che non si esauriscono in una scelta sotto i riflettori del Salone del libro e su cui spero continueremo a misurarci perché la partita non si chiude così. Sono contento anche che altri che andranno proveranno coi mezzi loro a non normalizzare quella presenza, spero che avremo modo di parlare anche di quello».

MURGIA PARTECIPA E NASCE L'HASHTAG #IOVADOATORINO

Di diverso avviso la scrittrice Michela Murgia, che ha ribadito con forza la sua partecipazione, proponendo letture antifasciste durante gli incontri al Salone. «Se CasaPound mette un picchetto nel mio quartiere che faccio, me ne vado dal quartiere? Se Forza Nuova si candida alle elezioni io che faccio, straccio la tessera elettorale e rinuncio al mio diritto di voto? Se la Lega governa il paese chiedo forse la cittadinanza altrove? No. Non lo faccio. E non lo faccio perché da sempre preferisco abitare la contraddizione piuttosto che eluderla fingendo di essere altrove». «Per questa ragione», ha spiegato Murgia, «al Salone del libro di Torino io ci andrò e ci andranno come me molti altri e altre. Lo faremo non "nonostante" la presenza di case editrici di matrice dichiaratamente neofascista, ma proprio "a motivo" della loro presenza. Siamo convinti che i presidii non vadano abbandonati, né si debbano cedere gli spazi di incontro e di confronto che ancora ci restano». Proprio sulla scorta di questa posizione ha preso piede l'hashtag #iovadoatorino.

CHIAMPARINO: «NON POSSIAMO IMPEDIRE DI PARTECIPARE»

Nella polemica è intervenuto anche il presidente del Piemonte Sergio Chiamparino: «Da tempo ci troviamo davanti» – ha detto – «ad aperte apologie del fascismo e manifestazione politiche, penso a CasaPound o Forza Nuova, che esplicitamente fanno riferimento al nazismo e al fascismo. Il mio invito mio è che è tempo che su questi fenomeni le autorità preposte valutino se ci sono gli estremi di appellarsi alla Costituzione che vieta la rifondazione del partito fascista. In assenza di questo, al di là dei miei giudizi personali, cioè che non gradisco la presenza di quella casa editrice al Salone del libro, altro conto è impedirle di esercitare un suo diritto».

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