Salvare lo sbarco delle menti

Redazione
07/10/2010

di Lorenzo Berardi Se la Nhs, il sistema sanitario inglese, non gode di ottima salute e rappresenta una delle priorità...

di Lorenzo Berardi

Se la Nhs, il sistema sanitario inglese, non gode di ottima salute e rappresenta una delle priorità di intervento per il governo di David Cameron, le università d’Oltremanica non paiono passarsela meglio. Tuttavia, due ricercatori russi dell’Università di Manchester si sono aggiudicati il Nobel per la Fisica 2010 per i loro esperimenti sul grafene, un materiale rivoluzionario per l’elettronica (leggi l’articolo di Lettera43).
Il riconoscimento premia anche gli atenei britannici e la loro costante attenzione alla ricerca. Non è un caso che quattro università inglesi siano ritenute dai Qs World University Rankings fra le migliori 10 al mondo.
Al di là degli allori, uno dei punti di forza delle eccellenze universitarie britanniche, tanto delle prestigiose “Oxbridge”, quanto degli atenei “red bricks”, come Manchester, è sempre stato la loro capacità di attrarre le migliori menti del mondo. Una capacità resa possibile dalla lingua inglese, parlata ovunque, ma soprattutto dalla lungimirante apertura degli istituti accademici nei confronti degli studiosi stranieri.

L’appello dei Nobel: no ai tagli

Il 7 ottobre, le firme di Geim e Novoselov, i due Nobel per la Fisica, appaiono su una lettera aperta inviata al Times e sottoscritta da altri sei premi Nobel britannici. Un documento che non lascia spazi  a doppie interpretazioni. I ricercatori e gli scienziati britannici sono preoccupati.
Il governo intende infatti tagliare del 15% i fondi destinati alla ricerca nei prossimi tre anni. Non solo. A giugno si è posto un limite che consente a soli 24.100 cittadini extraeuropei all’anno di ottenere visti d’entrata in Gran Bretagna per lavoro. Tale limite era uno dei tasselli principali del programma politico dei Conservatori, ma non convince neppure l’attuale ministro per gli Affari e l’Innovazione, il liberale Vince Cable.
Il timore dei firmatari è lo stesso di Cable: le annunciate restrizioni sui visti d’entrata previste dalla coalizione si possono ripercuotere anche sul mondo delle università britanniche e sul loro costante contributo alla ricerca.

Il 40% della ricerca in mano a stranieri

Il professor Novoselov, altro premio Nobel, sulle colonne del Times ha ricordato la propria esperienza di studente migrante. «Il sistema dei visti d’ingresso mi ha aiutato», ha scritto, «quando arrivai qui, ma diviene ora un disincentivo per gli scienzati che potrebbero pensare di trasferirsi in Gran Bretagna. Se avessi avuto un ritardo nell’ottenere il visto, avrei potuto decidere di andare altrove».
Porre un limite agli accessi di cittadini stranieri in Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord, hanno avvertito gli otto, «danneggerebbe la nostra capacità di attrarre tanto i migliori talenti quanto i professori più illustri in circolazione». Un danno che può colpire duramente la ricerca britannica che oggi dipende per il 40% da collaborazioni e contributi di studiosi esteri.
La Gran Bretagna, ricordano gli scienziati, «da lungo tempo ha la reputazione di essere un centro globale per le eccellenze della ricerca». Una reputazione confermata dal fatto che molti delle migliori menti del mondo abbiano deciso di trasferirsi Oltremanica per studiarvi o insegnarvi.
«Questo fenomeno», hanno sottolineato i firmatari, «ha consentito alla scienza e alla società britannica di crescere e arricchirsi, motivando un gran numero di giovani ricercatori a seguire le orme di uomini come James Watson, Hans Krebs e Venki Ramakrishnan». Tutti scienziati stranieri che hanno scelto di trasferirsi in Gran Bretagna.

Il governo pensa al calcio e non alle menti

«Non dobbiamo isolarci da un mondo della ricerca sempre più globalizzato», hanno avvertito  Keim, Novoselov e colleghi «perchè la scienza britannica dipende da esso».
Un monito rivolto a un governo che «pensa di fare un’eccezione alle nuove regole sull’immigrazione per i calciatori di Premier League», ma non pare avere studiato nulla di simile per la ricerca.
«È una triste riflessione sulle nostre priorità come nazione», hanno concluso gli otto, «se non possiamo garantire lo stesso status dei calciatori a scienziati e ingegneri».