Salvini, Borghi e le teorie economiche di fantasilandia

Mario Margiocco
18/03/2018

Se Salvini realizzerà il piano di Borghi potremmo presto dire addio all'Europa e abbracciare quegli Stati che ci assomiglieranno di più: quelli a Sud del Mediterraneo.

Salvini, Borghi e le teorie economiche di fantasilandia

La geografia è destino. E la geografia dell’Italia, lo si imparava in prima elementare una volta, è quella di una terra lunga lunga immersa nel Mediterraneo e attaccata al continente con le Alpi. Siamo un Paese industriale di notevole peso e una democrazia, e di democrazie non ce n’è praticamente nessuna a Sud e a Est di noi salvo quella greca. Le democrazie industriali sono a Nord e a Ovest e ora anche a Nord Est. Sulle sponde Sud ed Est del nostro 'lago' c’è un’altra religione e cultura e si parla soprattutto arabo e, laggiù in fondo, turco. Nessun italiano parla arabo, salvo casi ben rari. La geografia, prima ancora di storia ed economia, ci dice a quale mondo apparteniamo a titolo pieno, quello europeo, anche se essere una marca di confine e già meticcia qualche conseguenza la lascia.

70 ANNI DI TRATTATI IN UE. I viaggi d’affari sulla sponda Sud sono rari, rispetto a quelli a Nord delle Alpi, e il commercio con la sponda meridionale, per quanto notevole e in buona crescita, è molto lontano da quello con il mondo transalpino: il 7/8% del totale contro ben oltre il 50 %. A questo mondo europeo, che è casa nostra, ci unisce attraverso la Ue una serie profonda di trattati che hanno assorbito in 70 anni una serie crescente di prerogative nazionali, fino alla cessione, per la maggioranza dei 28 Stati dell'Unione e per noi, della sovranità monetaria quasi 20 anni fa.

QUELLA VOGLIA DI DIRE 'ITALY FIRST'. Per tre generazioni la maggioranza del Paese ha sottoscritto il principio che restare attaccati alle Alpi è nel nostro interesse. Ora un numero notevole – non siamo ancora alla conta ma le ultime elezioni a questa ci avvicinano – potrebbe presto convincersi che dobbiamo cambiare, Italy first, e come mossa cruciale uscire dall’euro. Sarebbe un errore tuttavia pensare che il balzo della Lega salviniana sia merito dell’anti Ue e anti euro. Il nerbo leghista è quello che voleva l’unione con la Baviera. Salvini i voti li ha presi sull’immigrazione e sulla sicurezza, e ne avrebbe presi di più se avesse alla fine sottoscritto, pur criticandola, l’Europa. Nessuno, e tantomeno Salvini, riflette su quanto diceva Marine Le Pen, sua alleata e idolo anti Ue, 15 giorni dopo la sconfitta alle presidenziali del maggio 2017.

[mupvideo idp=”5675935109001″ vid=””]

«Questo ritorno alla sovranità monetaria inquieta i francesi», diceva su France info il 22 maggio, prima della successiva sconfitta alle legislative di giugno, auspicando di riuscire a far sì un giorno che i suoi connazionali «non siano terrorizzati da quella sovranità monetaria che auspichiamo». È tutto chiarissimo. Salvini non ne ha mai preso atto, e i 5 stelle solo un poco, e ultimamente. Siamo a una massiccia dose di neonazionalismo italiano, di destra, con la Lega salviniana, e più a sinistra con i grillini, e il “nuovo” salvifico è fare il contrario di quanto fatto per 70 anni. Punto e basta. Ma le cose non sono così semplici.

GLI ANTI-UE ZANNI E BORGHI. Prendiamo le analisi e le idee di due esponenti della Lega molto attivi su questo fronte . Uno è l’eurodeputato Marco Zanni, di Lovere (Bergamo). L’altro il milanese Claudio Borghi Aquilini, neodeputato, responsabile economico Lega dal 2014. All’europarlamento gli euroscettici sono un centinaio e i deputati sicuramente pro-Ue più di cinque volte tanti. Zanni, eletto nel 2014 con i 5 stelle, è passato tre anni dopo, come indipendente, con la Lega in Europa delle nazioni e della libertà (Enf), uno dei due gruppi euroscettici, dove c’è il Front National francese. L’altro è quello di Libertà e democrazia diretta, dove sono i 5 stelle con l’Ukip britannico. Il voto europeo del 2019 sarà una conta importante sulle forze in campo e peserà molto anche nella politica italiana.

Zanni, classe 1986, diligente, ha una visione assolutamente nazionale. Vuole non solo l’uscita dall’euro, come spiega in una recentissima lunga intervista video («Quanto manca alla fine dell’euro», di Claudio Messora), ma la fine dell’Unione. Per lui occorre tornare all’Europa dei popoli, che sono stati espropriati dei loro diritti da una élite tecnocratica, dalle multinazionali, con un disegno che, non a caso, dice ispirato 70 anni fa dagli Stati Uniti. Sono stati espropriati delle loro monete. Il debito pubblico italiano è un rischio perché, in euro, per l’Italia ingovernabile. Ormai, anche per Zanni, è un “noi” contro i “loro”. E “loro” cercheranno di rilanciare l’Europa. Ma per un’Italia diventata «incubatore di nuovi movimenti» sensibili agli interessi nazionali si aprono nuove prospettive, «quindi siamo all’avanguardia» e possiamo «aspirare ad avere con i giusti governanti un ruolo geopolitico importante». Nel Mediterraneo ovviamente, visto che qui ci colloca la geografia. Forse dovremmo studiare l’arabo.

IL MITO DEL DEBITO GESTIBILE IN LIRE. Il punto più debole di queste posizioni è il nesso tra euro e debito, con quest’ultimo che sarebbe ben più agevolmente gestibile se tornassimo alla lira. Sarebbe invece, nel mondo della realtà e non della fantasia, sempre lo stesso debito pubblico, ma da governare con una moneta debole che nessuno al mondo tesaurizzerebbe e non più una assai più richiesta sui mercati. È vero che chi ha la propria moneta gestisce meglio il debito: ma a una condizione, che la sua moneta sia richiesta e tesaurizzata, ad esempio dalle altre banche centrali. Sarebbe il caso della lira post-euro? Ci siamo scordati le svalutazioni degli Anni 70 e 80? Tutto è sostenibile, ma non l’assurdo. I diktat di Bruxelles e Francoforte verrebbero sostituiti direttamente da quelli dei mercati.

Su questi temi più ancora di Zanni si esercita Borghi Aquilini, («Come vi porterò fuori dall’euro», intervista video di Claudio Messora), neodeputato e indicato da Salvini come l’uomo più adatto, una volta al governo, per trattare con Bruxelles. L'economista della Lega vuole la fine dell’euro, «moneta sbagliata», come dice anche Salvini. Borghi credeva che la Grecia sarebbe uscita nel 2015, dice . Credeva, aggiunge, che alle presidenziali francesi del 2017 avrebbe vinto Marine Le Pen e che sarebbe uscita dall’euro. E ammette che per l’Italia uscire da sola ora è un problema. Ma è indispensabile per questioni di «sicurezza nazionale». Tante «forze oscure» possono bloccare il ritorno alla lira, ma è urgente per riacquistare sovranità. Una Banca d’Italia di nuovo autonoma può gestire il debito e fornire liquidità al sistema bancario senza sottostare ai diktat di Bruxelles. Oggi con lo spread Bruxelles e Francoforte possono strangolare l’Italia. Con la sovranità monetaria non succede più.

L'IDEA DEI MINIBOT. E i mercati? Anche Weimar monetizzò il debito pubblico, nel 1921-23, e fu iperinflazione mostruosa. Borghi, che non dimentichiamolo ambisce a un ruolo almeno di sottosegretario alle Finanze in un governo con la Lega salviniana, fa queste dichiarazioni in totale tranquillità, serafico, ignora che lo spread ci sarà sempre, perché anche i tassi della lira verranno confrontati con quelli del Paese leader dell’area, che sarà sempre la Germania, e ha in più un’idea. Una fra le tante (le altre le tiene riservate) per preparare l’Italia al gran botto, a quando cioè d’improvviso, per difendere la nostra indipendenza, passeremo dall’euro alla lira. Questa idea sono i “minibot”, da non confondere con gli eurobond. Il minibot è o sarebbe una moneta parallela così come ventilata nel 2015 da Yanis Varoufakis in Grecia, e di cui parlava un anno fa la Le Pen in Francia. Borghi propone la stampa di bot cartacei del valore di 1, di 5, di 10, di 50 euro e multipli che lo Stato offre a chi li desidera al posto degli euro di Francoforte. Valgono quanto l’euro e possono sostituirlo nei negozi che li accettano, nei pagamenti alla pubblica amministrazione e altro, all’interno del Paese.

TEORIE POTENZIALMENTE DISTRUTTIVE. Evidentemente le banche dovrebbero aprire un secondo circuito di conti correnti in minibot. Siamo alla follia. Non esistono due monete nazionali di uguale valore. Presto una vale più dell’altra, e molto probabilmente presto 100 minibot verrebbero ceduti per 90 euro, e poi anche a meno. Difficile il contrario, che il minibot faccia premio sull’euro, perché resterebbe comunque una “mezza moneta”. E sarebbe la fine dell’idea. Sono ricette che stanno all’economia e alla moneta come la vitamina C e il bicarbonato stanno alla cura del cancro. Non servono a nulla, ma tanti giurano che fanno miracoli. Mai provati. E poiché la geografia è destino, se passano queste cure impegniamoci davvero a imparare l’arabo. Intanto, è inquel girone lì che finiremo.