Cosa rischia Salvini con la sua virata a destra e con la guerra di logoramento a Meloni

David Allegranti
05/12/2023

Cercando di riconquistare i fasti pre-Papeete, il leader della Lega ha sposato la linea degli alleati sovranisti. Irritando non solo la premier ma pure il solitamente mite Tajani. Vero alle Europee il destra-centro si presenta disunito e sulla carta sono escluse ripercussioni sulla coalizione. Ma riparliamone dopo, quando la leader di FdI sarà in maggioranza a Bruxelles e il Capitano no.

Cosa rischia Salvini con la sua virata a destra e con la guerra di logoramento a Meloni

L’ansia pre-elettorale di Matteo Salvini, che ha appena riunito gli euro-sovranisti a Firenze, alla Fortezza da Basso e avviato la campagna per le Europee, rischia di costargli l’isolamento nella maggioranza di governo. Il leader leghista, nel tentativo di recuperare l’antico splendore della stagione pre-Papeete, quella tra il 2018 e l’estate del 2019, si sta spostando sempre più a destra. Marine Le Pen e Geert Wilders sono i soliti punti di riferimento fortissimi del salvinismo rutilante, era già così nel 2016 quando Salvini convocò la destra europea a Milano (e c’erano proprio tutti, in presenza, a differenza di Firenze), ma i toni stanno superando il livello di guardia. L’Unione Europea è di nuovo l’avversario di questa destra che vuole “liberare” l’Europa. Sarà l’aria delle elezioni in arrivo, ma su certe cose non si può giocare troppo, dicono gli alleati.

Cosa rischia Salvini con la sua virata a destra e con la guerra di logoramento a Meloni
Matteo Salvini allla convention sovranista di Firenze del 3 dicembre (Getty Images).

La stilettata di Tajani a Salvini dopo il raduno sovranista

Così a destra, si va appunto spostando il leader leghista, che persino Antonio Tajani, solitamente mite nelle espressioni, ha perso la pazienza per quella corrispondenza d’amorosi sensi fra la Lega e alcuni estremisti di destra. Il ministro degli Esteri mesi fa se l’era presa con i tedeschi di AfD («Mi fanno schifo, hanno una cultura nazista») e, in un’intervista a Repubblica, ha detto, pochi giorni fa, che con la Lega non ci sono problemi, tant’è che in Italia sono al governo insieme. I problemi sono però altri: «Altre forze non sono in sintonia con il Ppe. Ma forse neppure con la Lega, che con una sua ministra, Alessandra Locatelli, porta avanti politiche opposte a quelle di AfD, che vuole classi separate per i bambini disabili. Una cosa che fa ribrezzo», ha spiegato Tajani, che domenica 3 dicembre è stato uno dei bersagli politici di Salvini. «Chi sceglierà la Lega alle Europee sceglie l’alternativa alla sinistra, a Macron e ai comunisti», ha detto il leader della Lega, che per tutta la convention è stato omaggiato dai sovranisti presenti con l’appellativo di “Capitano” (gli unici rimasti ormai sulla terra a chiamarlo così). «La Lega non governerà mai con i socialisti. Faccio un invito al centrodestra unito in Italia a essere unito in Europa». Tajani non si è fatto sfuggire l’occasione di rispondergli per le rime: «Salvini è un alleato e può esserlo anche in Europa, ma noi non faremo mai un’alleanza con AfD e con la signora Le Pen. Questo è noto e non ha nulla che vedere con l’Italia e con il governo. Nessun inciucio, ma dobbiamo dare stabilità all’Europa ed essere realisti». In Europa, ha specificato Tajani, «sono per un’alleanza di centrodestra tra conservatori, liberali e popolari».

Cosa rischia Salvini con la sua virata a destra e con la guerra di logoramento a Meloni
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Gli alleati “scomodi” del segretario leghista in Europa e la presa di distanza di Ecr

Insomma, Tajani rivuole il centro-destra col trattino, da contrapporre al radicalismo di destra. Il gruppo Identità e Democrazia, quello di cui fa parte la Lega, rientra sotto etichette con cui Tajani e Giorgia Meloni non vogliono avere a che fare: populisti, euroscettici, eccetera eccetera. Per quelli di ID sono categorie-vanto, per il ministro degli Esteri, che fa parte del Ppe, e la presidente del Consiglio, nonché capo di Fratelli d’Italia, che fa parte del gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei (Ecr) no. Nicola Procaccini, co-presidente di Ecr, l’ha detto chiaramente il giorno prima della convention salviniana, in un’iniziativa sull’ambiente a Pistoia: «Dentro Identità e democrazia ci sono delegazioni di alcuni Paesi con cui è difficile dialogare». E a creare problemi c’è prima di tutto «il tema della difesa ucraina di fronte all’invasione russa, che per noi è identitario, mentre in Id ci sono partiti, come quello tedesco di Alternative für Deutschland, con un atteggiamento troppo morbido nei confronti di Mosca». Non c’è spazio dunque per il dialogo con i filo-russi. Ma Salvini da quell’orecchio non ci sente. Non vuole rinunciare alla special relationship con i partiti di ID e alla sfida con la presidente del Consiglio, che nei sondaggi è quasi al 30 per cento e gli ricorda i bei tempi, quando un tempo qua era tutta campagna (leghista).

Cosa rischia Salvini con la sua virata a destra e con la guerra di logoramento a Meloni
Nicola Procaccini (Imagoeconomica).

La partita a Bruxelles e le possibili ripercussioni sulla coalizione di governo

Da Firenze, infatti, il capo della Lega ha lanciato non solo la sfida per le elezioni europee ai «socialisti» e ai «tecnocrati». È evidente il tentativo di infastidire Meloni (per la verità almeno dal caso Vannacci in poi), che però lascia Salvini a trastullarsi con Wilders & Le Pen pensando che, tutto sommato, c’è pur un Paese da governare in mezzo al caos in cui troviamo, fra guerre e crisi sociali. La guerra in Ucraina scatenata dalla Russia e l’attacco dei terroristi di Hamas a Israele descrivono un mondo sempre più insicuro, nel quale sono la sensazione dell’incertezza e la sensazione della paura a essere globalizzate. Meloni ha scelto la via dell’atlantismo, facendo non pochi compromessi con la propria storia politica e scontentando una parte del suo elettorato. Come in tutte le scelte politiche, c’è un prezzo da pagare. Sicché, viene da chiedersi quanto effettivamente potrà reggere Meloni al logoramento dei suoi alleati, ma viene anche da chiedersi quanto potrà reggere Salvini se i risultati fossero tutt’altro che brillanti. Nel 2019 prese il 34 per cento, percentuale lontanissima oggi. Il capo della Lega assicura sempre che un conto sono le Europee, dove il destra-centro si presenta disunito, un conto è il governo italiano, per cui non ci devono essere ripercussioni sulla coalizione. Questo è stato vero fin qui. Ma riparliamone dopo, quando Meloni sarà maggioranza in Europa e Salvini no.