Cosa Salvini ignora della politica estera russa, dagli zar a Putin

Il neo nazionalismo del presidente a scapito dell'Ue è solo l’ultima edizione dell'antico desiderio di Mosca di contare di più in Occidente. È così da sempre. E questo il leader della Lega e i suoi dovrebbero saperlo.

14 Luglio 2019 14.00
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Ai tempi della Cortina di ferro il Cremlino pagava in dollari come si seppe quando, per dissenso politico e non per furto, il segretario di Pietro Secchia, Giulio Seniga, svuotò le casse clandestine del Pci e scappò, nel 1954. Oggi in Europa il Cremlino pagherebbe in euro, naturalmente. E si può anche credere a quanto ha dichiarato Matteo Salvini, quando dice che di euro russi alla Lega non ne è arrivato neppure uno. Ma la strana conversazione registrata nell’ottobre 2018 in quella piazza d’armi che è la hall dell’hotel Metropol, a Mosca, il suo effetto malefico lo ha già avuto.

UN’UE DEBOLE AVVANTAGGIA SOLO MOSCA

Si sa infatti che fra i partecipanti, a parlare con alcuni russi di possibili finanziamenti alla Lega per il voto europeo di maggio, c’era l’uomo d’affari Gianluca Savoini, molto vicino a Salvini. E si sa che il leader della Lega, come veniva detto tra l’altro nella conversazione al Metropol, è totalmente in linea con la visione russa di un neo-nazionalismo eurasiatico che presuppone la fine dell’Unione europea. È l’ultima riedizione di un antico desiderio russo di contare di più in Occidente, con evidenti vantaggi per Mosca ma con pochi vantaggi per i Paesi europei. Ma se si capisce perché Mosca vorrebbe indebolire e cancellare l’Ue, non si capisce, se non andando nell’irrazionale, perché lo voglia fare Salvini.

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SALVINI È SOLO, ANCHE TRA I “SUOI”

In nessuna Cancelleria a Ovest dell’ex Cortina di ferro si pensa neppure lontanamente che dal neo-panslavismo e dal neo-nazionalismo che Vladimir Putin e il patriarcato russo ortodosso di Mosca hanno ricostruito nell’ultimo decennio possa venire per l’Occidente qualcosa di buono. Neppure gli amici di Salvini in Europa orientale, il gruppo di Visegrad, sono disposti ad ascoltare Mosca, che hanno avuto in casa per mezzo secolo. Gli appelli agli spiriti nazionali, al tradizionalismo, all’identità e la dichiarazione della fine del liberalismo occidentale rilanciata da Putin anche nella lunga intervista di fine giugno al Financial Times – là dove il liberalismo viene identificato in modo molto sommario con immigrazione, multiculturalismo e le peculiari teorie sessuali del gender – sono una cosa; gli interessi concreti russi al servizio dei quali vengono poste queste elucubrazioni sono un’altra.

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La cena di Villa Madama del 4 luglio 2019. In fondo, cerchiato, Gianluca Savoini.

LA POLITICA ESTERA RUSSA VISTA DA KENNAN

Riportano direttamente alla lettura che della politica estera russa, dagli zar a Lenin e Stalin, diede nel febbraio 1946 George F. Kennan dell’ambasciata americana a Mosca nel suo famoso «lungo telegramma». Diceva che la politica estera russa aveva una continuità secolare e una nevrosi costante da insicurezza verso Occidente (allora la Cina industriale era di là da venire) che la portava costantemente a cercare di indebolire vicini e presunti rivali, impermeabile a ogni ragionevolezza ma molto sensibile ai rapporti di forza. Questo documento fu per mezzo secolo, oltre anche il desiderio dell’autore, la pietra angolare della politica occidentale verso Mosca. E se Kennan aveva ragione, non ha perso tutto il suo significato neppure oggi, cosa che Salvini evidentemente non ha mai considerato.

George F. Kennan nel 1946 diceva che la politica estera russa aveva nevrosi costante da insicurezza verso Occidente che la portava costantemente a cercare di indebolire vicini e presunti rivali

LA RUSSIA È UN GIGANTE MILITARE E UN NANO ECONOMICO

Da un lato è ovvio che i Paesi dell’Unione e l’Unione nel suo complesso hanno tutto l’interesse ad avere con il Cremlino i migliori rapporti possibili. Dall’altro è altrettanto chiaro che non sempre gli interessi coincidono. Le caratteristiche fondamentali, quanto a posizione internazionale, del nostro vicino russo sono due: un gigante militare con un arsenale nucleare in grado di annichilire il globo e poco più di un nano economico. La Russia, cosa che ai vecchi Pci spesso non si riesce a far capire neppure oggi tanto ne subirono a suo tempo il mito, ha un Pil cioè una capacità di produzione di ricchezza, considerata qui su base annua, assai inferiore a quella italiana e pari a quella della Spagna, nazione che ha meno di un terzo della popolazione russa.

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IL SOGNO DI MOSCA, DAGLI ZAR A PUTIN

Mosca ha inoltre una struttura di esportazioni che, escludendo l’articolato e importante capitolo della Difesa, dalle armi individuali ai missili, è molto più da Paese in via di sviluppo che da nazione industriale moderna, categoria che la Russia raggiunge in pieno solo per il comparto militare. Per il resto, l’export è fatto di materie prime e prodotti energetici. L’antico sogno russo è sempre stato quello di creare ampie sinergie fra le materie prime russe e la tecnologia dell’Europa occidentale. Era questo l’obiettivo con gli zar quando Mosca affrontò la prima industrializzazione in tandem con tecnologia e capitali tedeschi e in parte francesi. Questo voleva anche Stalin nel 1945, convinto che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dall’Europa. E questo vuole ora Putin. Ed è, in parte, anche nel nostro interesse, se mai si dimentica però la necessità di avere posizioni di forza vista la possibilità del ricatto militare. La difesa europea si chiama Nato. Di nostro, siamo militarmente il contrario della Russia, cioè un nano.

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Il presidente russo Vladimir Putin.

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I FILO-OCCIDENTALI DI SAN PIETROBURGO

Già nell’800 le grandi ideologie che agitavano la società russa erano un tentativo di risposta ai rapporti con l’Europa, che con Napoleone li aveva invasi. C’era verso la metà del secolo una netta distinzione tra filo-occidentali e slavofili, avviata una generazione prima, ed era questa la grande dicotomia del pensiero russo. I primi avevano a San Pietroburgo la loro capitale e volevano introdurre lo Stato di diritto, riforme parlamentari e un’economia e una finanza di tipo occidentale e presto fu la Gran Bretagna il loro modello ideale anche se la Germania, in piena incredibile espansione dopo il 1870 (era la Cina di allora), risultava un magnete inevitabile. Erano definiti, in russo, západniki, e rifiutavano nettamente l’idea di una Russia come nazione “speciale” euroasiatica e la volevano europea. Si vestivano all’inglese, avevano club all’inglese, parlavano inglese oltre all’universale francese, pensavano, in parte, all’inglese. Non avevano grandi riscontri nelle masse contadine russe, che tuttavia a tratti apprezzavano le spinte riformatrici.

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LA SPINTA SLAVOFILA E IDENTITARIA

Gli slavofili, molto forti, con ideologi come Aleksei Khromjakov e Ivan Kireevskij, avevano a tratti annoverato fra i loro simpatizzanti anche lo scrittore Fiodor Dostojevski, convinto russofilo. Il concetto di unità del popolo, assai vicino a come oggi Putin lo proclama, era alla base del pensiero slavofilo. Sobornost, da sobor, cattedrale, era il concetto parallelo di completezza, di totalità, dove Russia e cristianesimo ortodosso si fondevano. E tutto inizialmente era basato sulla ricerca di una differenziazione dall’Europa occidentale e tedesca, dove l’avanzata della borghesia industriale e finanziaria stava cambiando connotati al continente. Esclusa da quell’avventura, affascinante e terribile insieme ma certamente per molti Paesi proficua, afflitta sottotraccia da un complesso di inferiorità soprattutto economica ma non solo, la Russia slavofila ritrovava la propria identità in un concetto di superiorità morale e religiosa, vera o presunta.

L’antico sogno è sempre stato quello di creare sinergie fra le materie prime russe e la tecnologia occidentale. Era questo l’obiettivo con gli zar, quello che voleva Stalin nel 1945. E questo vuole ora Putin

CONRAD E IL SUO AGENTE SEGRETO

Anche allora il liberalismo era decadente. «Questo Paese è assurdo con il suo rispetto sentimentale per la libertà individuale» dice Mr. Vladimir, primo segretario di un’ambasciata che è chiaramente quella zarista a Londra, e che sta ordinando a un agente prezzolato di far mettere una bomba all’Osservatorio di Greenwich, per riportare i britannici alla realtà della minaccia anarco-socialista. «Quello che vogliono adesso è un bel po’ di paura», fa dire Joseph Conrad a Mr. Vladimir nel suo L’agente segreto del 1907.

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LA RICOSTRUZIONE DELL’IDENTITÀ NAZIONALE DOPO IL PCUS

Fu il bolscevismo a chiudere apparentemente, nel 1917, il grande dibattito russo. Ma dopo 10 anni o poco più riprendeva. C’era con Stalin la nazionalizzazione del bolscevismo, e il comunismo professato come sintesi superiore e atea di tutte le migliori forze slavofile, sia pure in adorazione delle prodezze industriali occidentali tenacemente imitate, diventava il nuovo messaggio russo al mondo. Finito il Pcus nel Natale del ’91, superato un decennio di deludente ritorno in auge dei nuovi západniki all’americana, Putin cominciava la ricostruzione dell’identità russa in chiave neoslavofila, con l’attiva partecipazione della chiesa ortodossa, l’arcivescovo Kirill patriarca di Mosca e di tutte le Russie in prima persona, e poi il potente prete Svevold Chaplin e il prelato Hilarion Alfeyev.

SE L’EROE DIVENTA PIETRO IL GRANDE

L’enfasi era ed è su identità, nazione, unità, cristianesimo patriottico e opposizione al liberalismo occidentale decadente, al quale Mosca offriva nell’800, e offre oggi nell’era Putin, salvezza. All’Europa per prima, purché scarichi l’inconsistente Ue. Putin è un neo-slavofilo eclettico ed eterodosso, e difatti il suo eroe è Pietro il grande, il modernizzatore della Russia, che gli slavofili dell’800 detestavano. Ma la ricetta è quella antica, e Putin la ripete almeno dal settembre 2013, quando a un convegno del Valdai Club, platea internazionale moscovita, dichiarava: «Molti dei Paesi euro-atlantici stanno ora rinnegando le proprie radici» e invece la Russia, con lui, le aveva ritrovate. Solo che nelle radici russe c’è il costante tentativo di avere a Ovest un’Europa debole, e questo Salvini dovrebbe saperlo. Ma chissà se lui e i suoi hanno mai letto Conrad. È possibile che non abbiano mai ricevuto un eurorublo. Ma si sarebbero meritati un minibot.

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