Paolo Madron

La Flat Tax è una scommessa che vale la pena di giocare

La Flat Tax è una scommessa che vale la pena di giocare

07 Giugno 2018 07.12
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Vedo che, al di là dei vari fronti che stanno per essere aperti dal nuovo governo, quello della Flat tax resta il più caldo di tutti. L’accusa rivolta ai proponenti è di voler avviare una riforma fiscale che privilegia i ricchi ai danni dei meno abbienti. Matteo Salvini, che quel provvedimento incarna tanto da farne uno dei capisaldi della sua campagna elettorale, sostiene che l’accusa è mistificatoria, e che dell’introduzione della tassa piatta ne beneficeranno indistintamente tutti. Non è così, chi guadagna di più ne ricaverà i maggiori vantaggi, sempre che non sia una riforma talmente annacquata (ovvero con una parte molto esigua di imponibile su cui ricadere) che finisca per restare più o meno tutto come prima.

PIÙ SOLDI AI RICCHI PER FARLI SPENDERE. Del resto, il suo principio base si basa su un ineludibile presupposto: lasciare più soldi nelle tasche dei ricchi in modo tale da incentivare la loro propensione a spendere e a investire. In secondo luogo, introdurre un deterrente all’evasione (magari corroborato dal carcere per chi vi incorre) visto che grandi e piccoli paperoni verserebbero all’erario molto di meno. Discutibile fin che si vuole, ma semplice. Certo, non in un Paese dove per cultura arricchirsi è una colpa e il denaro sterco del demonio da cui guardarsi.

Resta da vedere, e qui i dubbi sono legittimi, se questo impianto di tipo reaganiano, che l’attuale amministrazione americana ha fatto suo senza indugi introducendo un poderosa taglio delle imposte per imprese e famiglie, da noi sarà in grado di funzionare

La Flat tax è il rovesciamento della metafora di Robin Hood, toglie ai poveri per dare ai ricchi i quali in teoria dovrebbero redistribuire il loro reddito a beneficio anche dei meno abbienti. Più reddito significa salari migliori, che a loro volta significano maggior incentivo a spendere, che si traduce in una ripresa dei consumi quindi in una crescita del prodotto interno lordo. Marxianamente, che la Flat tax piaccia i ricchi si spiega perfettamente perché sulla carta dovrebbe innescre un meccanismo virtuoso nel rapporto tra produzione e consumo.

SE NON SI PROVA RESTERÀ SEMPRE IL DUBBIO. Resta da vedere, e qui i dubbi sono legittimi, se questo impianto di tipo reaganiano, che l’attuale amministrazione americana ha fatto suo senza indugi introducendo un poderosa taglio delle imposte per imprese e famiglie, da noi sarà in grado di funzionare. Dell’obiezione principale, ovvero l’ulteriore impoverimento del ceto medio e basso, abbiamo appena detto. Per molti il fatto che i ricchi reinvestano produttivamente e non pro domo loro quanto risparmiato pagando meno tasse è una chimera, vista la tendenza del capitalismo italiano alla rendita. Però se non si prova resterà sempre il dubbio.

La seconda obiezione riguarda le minori entrate fiscali che la riforma conseguirebbe. Cosa che, per una macchina statale bisognosa di ingenti risorse per funzionare, e con una capacità di rifinanziare il suo debito che l’innalzamento dei tassi rende più costoso, potrebbe comportare buchi di bilancio non da poco. In fondo il principio che dovendo pagare di meno ai contribuenti non converrà più evadere è solo un auspicio.

IN ITALIA UN FISCO INIQUO ED ESOSO. Ma se non ci si mette, se non si introduce nel sistema un profondo choc che comporti il drastico abbassamento di una pressione fiscale diventata per cittadini e imprese sempre più intollerabile, si resterà prigionieri di un meccanismo iniquo ed esoso. Una preoccupazione che anche la sinistra dovrebbe far propria se è vero che il fisco è uno dei due grandi temi (l’altro è l’immigrazione) cui imputare la sua emorragia di consensi.

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