Salvini ora precetta, ma qualche anno fa lanciava blocchi del Paese, scioperi fiscali e appoggiava i Gilet gialli

Il vicepremier ha mostrato i muscoli per difendere i milioni di italiani che devono andare a lavorare. Eppure nel 2015 proponeva al Paese di fermarsi per tre giorni con l'obiettivo di disarcionare Renzi. Senza dimenticare quando proponeva lo stop al pagamento delle tasse e sosteneva persino le proteste in Francia.

Salvini ora precetta, ma qualche anno fa lanciava blocchi del Paese, scioperi fiscali e appoggiava i Gilet gialli

Precettazione. Matteo Salvini l’ha ufficializzata martedì sera vergando una nota del Mit. Lo sciopero del trasporto pubblico del 17 novembre sarà consentito dalle 9 alle 13.  «In caso di violazione», ha aggiunto Precetto La Qualunque (copyright il manifesto), «scatteranno le sanzioni previste dalla legge. La mobilità di almeno 20 milioni di lavoratori compete a me e al ministero che presiedo. Penso al bene di chi verrebbe privato della sua libertà di lavorare e circolare. Se questo comporta una presa di posizione forte non mi spaventa essere il primo a farlo. Credo sia una decisione di buonsenso nell’interesse della maggioranza dei cittadini».

Cgil ed «ecovandali»: Salvini prende due piccioni con una fava

Il benessere e la mobilità degli italiani vengono prima, per il leader della Lega, del diritto allo sciopero previsto dalla Costituzione. Del resto dopo essersi visto scippare il tema migranti dall’alleata Giorgia Meloni, l’occasione era troppo ghiotta per non mostrare i muscoli. E già che c’era ha infilato nel pentolone pure gli «ecoimbecilli e gli ecovandali che un giorno sì e un giorno no bloccano strade, autostrade, porti, bloccano la possibilità di lavorare. E inquinano». Insomma una faccia una razza. «Si dicono amici dell’ambiente e creano casini, traffico e ingorghi come la Cgil vorrebbe fare venerdì», ha sparato il vicepremier su Facebook, definendo la protesta un «capriccio». L’ennesima semplificazione a uso social tipica della comunicazione usa e getta salviniana.

Quando Salvini proponeva il blocco del Paese per tre giorni contro il governo Renzi

Se oggi Salvini si fa paladino del diritto al lavoro, quello di milioni di italiani che non possono rimanere fermi o bloccati nel traffico e negli ingorghi, qualche anno fa però che il Paese si fermasse – e non solo i trasporti, ma proprio tutta l’Italia, e non per un giorno ma per tre giorni interi – non rappresentava un problema. Anzi. Era l’agosto del 2015 quando dalla Festa di Ponte di Legno intervistato dal suo amico Paolo Del Debbio Salvini lanciava l’ennesima bordata contro il governo Renzi. «La prima settimana di novembre fermiamo l’Italia per mandare a casa il governo. Tre giorni di blocco totale, di spallata in cui tutta la gente per bene si ferma, da Nord a Sud, isole comprese. Segnatevi le date: il 6, il 7 e l’8 novembre». «Tre giorni di spallata», ribadiva convinto, «di blocco totale durante i quali fermiamo l’Italia per mandare a casa questo governo e far ripartire il Paese». In quel caso il lavoro e il diritto al lavoro potevano benissimo essere accantonati per un obiettivo più alto: cacciare Renzi e imporsi sulla scena. Finì con la manifestazione della Lega a Bologna l’8 novembre con la partecipazione del Cavaliere e della stessa Meloni.

Il fascino dei Gilet gialli durante il governo gialloverde

Il fascino del blocco non ha abbandonato il leader della Lega nemmeno una volta arrivato al governo. Nel gennaio 2019 infatti il già vicepremier seguendo a ruota gli alleati pentastellati diede la sua benedizione, in chiave anti-Macron ovviamente, ai Gilet gialli che stavano mettendo in ginocchio la Francia. Salvini espresse il suo «sostegno ai cittadini perbene che protestano contro un presidente che governa contro il suo popolo», ribadendo la solita «ferma e totale condanna di ogni episodio di violenza che non serve a nessuno».

Salvini ora precetta, ma qualche anno fa lanciava blocchi del Paese, scioperi fiscali e appoggiava i Gilet gialli
Matteo Salvini nel 2015 (Getty Images).

Lo sciopero fiscale lanciato nel luglio 2014

Ma c’è un altro sciopero particolarmente caro a Salvini: quello fiscale. Sui social e dal congresso federale di Padova del luglio 2014 il leader della Lega era stato chiaro: «Noi parliamo a un popolo che ha perso la fiducia, dovremmo essere l’alternativa alla sfiducia. Abbiamo il tempo per preparare qualcosa di cui tutto il mondo parli. Pensate cosa accadrebbe se un venerdì di novembre, facciamo il 14, da Nord a Sud tutte le persone che producono e lavoro e sono strangolate da Equitalia, da Stato ladro, da studi di settore dicessero basta: io oggi non pago, vi affamo, non apro il negozio e se apro non rilascio lo scontrino, faccio una corsa gratis del taxi, faccio straordinari gratis». Pur avendo abbandonato la dicitura sciopero fiscale, su una cosa Salvini si è dimostrato coerente: tra condoni e paci fiscali la sua benevolenza verso chi non è e non ce la fa a essere in regola è rimasta immutata.