Il Russiagate leghista visto dagli esperti di Putin e intelligence

Secondo gli analisti di Mosca, al Metropol c'erano imprenditori politici di secondo rango. E quella sull'audio non è l'impronta dell'intelligence. Il caso a raggi X.

13 Luglio 2019 18.00
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I russi dell‘Hotel Metropol? Esponenti del partito di Putin, di livello piuttosto basso, che agivano in proprio per compiacere i loro capi e avere un tornaconto in carriera e magari in soldi, nel caso in cui l’affare si facesse davvero. Vista da Mosca, la Moscopoli di Salvini è solo l’ultimo episodio della varia imprenditoria politica che fomenta in modi spesso grossolani, e anche per questo parecchio pericolosi, il confronto con l’Occidente alla corte dello zar. 

Una foto tratta dal sito web Lombardiarussia.org mostra Gianluca Savoini (D) con il ministro dell’Interno, Matteo Salvini a Mosca.

«I tre personaggi al tavolo con Savoini e gli altri italiani non erano uomini del Cremlino, ma persone legate a Russia Unita, in particolare al dipartimento affari internazionali del partito, delegato a intrattenere i rapporti con le formazioni di estrema destra in Europa», dice a Lettera43  Anton Shekhovstov, autore di Russia and the Western Far Right: Tango Noir (Routledge, 2017), forse la più completa indagine sui rapporti tra Mosca e l’estremismo più o meno nero di mezzo mondo.

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MEZZE TACCHE UTILI AL CREMLINO

«Non erano tipi particolarmente svegli, né tantomeno preparati: nelle registrazioni pubblicate da BuzzFeed si capisce che non sanno granché della biografia politica di Matteo Salvini. E addirittura non conoscono la banca italiana che a un certo punto viene citata (Banca Intesa, peraltro nota e parecchio attiva in Russia ndr)». Il che fa il paio con l’inglese maccheronico di Gianluca Savoini e con altri particolari del colloquio nel rendere l’idea che sia sia trattato poco più che di un incontro tra cialtroni, secondo Shekhovstov. «Un incontro che però certamente ha avuto il via libera del Cremlino», sottolinea l’esperto della danza in atto tra la Russia e le destre alternative occidentali. Il fatto è che questa danza Mosca la conduce senza coreografia e senza primi ballerini. L’unico punto fermo è quello di sfruttare le opportunità che si creano. Per solleticare l’ego e a volte la cupidigia di politici populisti e nazionalisti utili alla causa va bene qualsiasi mezza tacca che si offra di farlo. Anzi, la mezza tacca è più spendibile e sempre rinnegabile.

«SI TRATTA SOLO DI ALIMENTARE IL CLIMA DI DISGREGAZIONE EUROPEO»

In fondo, si tratta solo di alimentare un clima disgregante che non è stata certo la Russia a creare: il populismo nazionalista europeo è nato e cresciuto per l’incapacità delle classi dirigenti di correggere il fenomeno che i sociologi politici chiamano «globalizzazione negativa», non per l’azione di Vladimir Putin. Che ora ha interesse a che si soffi sul fuoco. Non per motivi ideologici, ma perché la sua politica estera punta a rapporti ad hoc con singoli Paesi o gruppi di Paesi su temi specifici ed è quindi facilitata dall’indebolimento di blocchi come l‘Unione Europea e la Nato – nel mirino dei populisti nostrani, almeno a parole. 

I TIPICI “IMPRENDITORI POLITICI” ALLA CORTE DELLO ZAR

«Gli interlocutori dei leghisti italiani al Metropol sono i tipici “imprenditori politici” che operano nella Russia di Putin», nota Mark Galeotti del Royal United Services Institute, think tank londinese specializzato in difesa e sicurezza. Secondo Galeotti, che ne ha trattato in libri e articoli, nell'”adhocrazia” che regna a Mosca difficilmente il presidente e il suo entourage danno ordini diretti per le questioni meno ortodosse: si limitano a definire obiettivi di massima e a far capire cosa sarebbe bene che succedesse. Il sistema si fonda sulle relazioni personali e sulle tacite intese – ponyatiye, in russo -, e il successo personale è definito non tanto dai ruoli ufficialmente rivestiti ma «dalla fedeltà, dalla relazione con Putin e da cosa si può fare per lui. Così «gli adhocrati diventano imprenditori di politica, che cercano e colgono l’opportunità di implementare idee ritenute, per intuizione o per segnali ricevuti, di gradimento del capo».

L’ESPERTO DI INTELLIGENCE: «NON È LA MANO DEL KGB»

Ma se si è trattato di un incontro di livello relativamente basso e se non ne sono stati protagonisti agenti diretti del Cremlino, perché esiste un nastro? Le microspie si associano ai servizi segreti, e molto in questi giorni si è speculato su chi possa aver avuto interesse a registrare il meeting del Metropol e poi a diffonderne il contenuto. I russi hanno teso una trappola a un Salvini recentemente troppo sbilanciato dalla parte degli Usa di Donald Trump, per i gusti del Cremlino? Secondo un professionista dell’intelligence con venti anni di esperienza a Mosca, è probabile che i servizi non c’entrino: «Non quelli russi, non ne riconosco la mano», dice a Lettera43 l’addetto ai lavori – che ha chiesto di rimanere anonimo. «Se avessero voluto creare un kompromat (dossier compromettente nello stile del vecchio Kgbndr), lo avrebbero reso molto più convincente e soprattutto molto più compromettente: avrebbero mostrato qualcosa di concreto, per esempio un passaggio di denaro. E anche se non avessero avuto la “materia prima”, la avrebbero potuta costruire di sana pianta».

«L’AUDIO? PIÙ DA GIORNALISTI CHE DA SERVIZI SEGRETI»

Per Shekhovstov, che nel suo lavoro ha analizzato e a volte usato come fonti leak di questo tipo, la realtà è molto più semplice: «la mia idea è che ci sia stato un accordo tra qualche operatore dell’informazione e il personale del Metropol per mettere una pulce sotto quel tavolo, non mi sembra una cosa da servizi segreti». Le indagini in corso e l’evoluzione delle vicende politiche connesse all’affaire del Metropol potranno presto dirci di più. Per ora, si può solo notare come da una parte e dall’altra abbiano agito personaggi come minimo goffi, legittimati direttamente o indirettamente da capi con grandi responsabilità istituzionali che fondano su rapporti personali a volte obliqui il sistema del loro potere. Infischiandosene delle istituzioni, cosa a cui nella Russia del presidente Putin si è ben più abituati che nell’Italia del ministro dell’Interno Salvini, per ora. Paradossalmente, l’applicazione di tali metodi portano di frequente a conseguenze opposte a quelle volute, sul lungo termine. Savoini ha messo nei guai il suo leader. E i guai di Salvini non sono le gioie di Putin. 

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