Francesco Pacifico

La questione settentrionale, l'incubo di Salvini dopo le Europee

La questione settentrionale, l’incubo di Salvini dopo le Europee

La corsa della Lega si è rallentata al Nord. Dove le imprese chiedono misure concrete e non crociate. E potrebbero voltare le spalle al Capitano, aprendo a un movimento moderato e federalista.

24 Maggio 2019 15.38

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Pensavamo che la partita politica si giocasse al Sud. E lo pensava anche Matteo Salvini, che ha "terronizzato" la sua Lega per ottenere nelle regioni meridionali quei consensi che alle scorse Politiche gli sono mancati e che sono necessari per strappare ai cinque stelle il grosso degli eletti ai collegi uninominali in quell'area. Invece il 27 maggio, il giorno dopo le Europee, riscoppierà in maniera fragorosa la questione settentrionale.

I VOTI IN FUGA NEL NORD

Giancarlo Giorgetti, incontrando la stampa estera lo scorso 22 maggio, ha sottolineato che, nel governo «qualcosa nelle ultime tre settimane non ha funzionato. Lo confermano anche i sondaggi». Il Gianni Letta del Carroccio si riferisce alle rilevazioni che in questi giorni sono state equanimi soltanto su un punto: la corsa fragorosa della Lega si è rallentata soprattutto nel Nord Ovest e nel Nord Est, dove il partito di Salvini non può semplicemente risultare il primo. Soprattutto perché al momento quelle parti del Paese hanno come naturale riferimento politico solo il Capitano. Invece, nel cuore produttivo del Paese sono in libera uscita pacchi di voti, che finora non hanno trovato ancora casa e che potrebbero dare sollievo al Pd, visto che con la ritirata di Forza Italia manca ogni sbocco moderato.

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Crescono i malumori a Torino, a Milano, in Emilia e nel profondo Nord Est. La rivoluzione fiscale tanto sbandierata – e non soltanto dal Carroccio – è stata rimandata alla prossima manovra, ma potrebbe essere sacrificata per congelare l'aumento dell'Iva. Si parla di semplificazioni e di taglio del costo del lavoro, ma al momento su questo fronte le imprese lamentano soprattutto le restrizioni imposte dal decreto Dignità ai contratti a termine o i nuovi e costosi obblighi legati alla fatturazione. Lombardia, Piemonte e Veneto si sentono sempre più parte integrante dell'Europa che dell'Italia: invece il governo ha portato avanti una guerra senza capo né coda contro la Commissione Ue, che ha finito soltanto per isolare il Belpaese nei tavoli che contano. Il tutto mentre crescono le nubi sulla realizzazione della Tav Torino Lione e il rischio che i flussi delle merci passino per l'altro lato delle Alpi.

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L'AUTONOMIA E LA VOGLIA DELLE REGIONI DI TRATTARE CON L'UE DA PARI

E poi c'è il dossier Autonomie. Le piattaforme presentate da Lombardia e Veneto – ma in parte anche quella più cauta preparata dall'Emilia-Romagna – vogliono ribaltare il paradigma della Repubblica e portare dal centro alla periferia il potere di definire e finanziare i servizi essenziali. Una proposta troppo hard, ma che al netto di ogni finalità non soltanto politica esemplifica la tendenza di un territorio a ottenere un riconoscimento istituzionale per poi trattare con l'Europa che conta alla pari. La politica, dopo il 27 maggio, dovrà rispondere con una strategia politica complessiva che, a differenza di quanto fatto finora da Lega e M5s, non si compone soltanto di spot e misure sporadiche come lo sono stati gli sgravi dell'Imu sui capannoni o le Olimpiadi invernali tra la Valtellina e le Dolomiti. E chi lo fa, vincerà.

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Certo, l'Italia tornerà a essere la terza potenza europea se riuscirà a connettere e sviluppare l'economia meridionale, ma al momento è soltanto al Nord che il sistema italiano ha gli strumenti (non solo produttivi e finanziari) per uscire dalla crisi. Intanto sopra la linea gotica si è già aperto uno spazio politico per un contenitore moderato, federalista e riformista che cerca soltanto un leader e che i giornali hanno identificato in Urbano Cairo. Quanto l'interessato sia propenso a scendere in campo conta poco. Resta il fatto che pur in maniera magmatica e senza una testa a guidare questo movimento, il Nord ha già dato un segnale al fronte sovranista. E questo Salvini lo dovrebbe aver capito bene, visto che la Lega ha sempre avuto successo quando ha rappresentato interessi molto concreti – le tasse, la sanità, i diritti della piccola impresa – ed è scomparsa quando si è persa in battaglie ideologiche.

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