Che ne sapete voi che volete uccidere San Siro

30 Marzo 2019 08.00
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Ma voi, che ne sapete. Che ne sapete voi che San Siro non è un modo di dire. Non è un simbolo di Milano, come ripetono tutti, e non è neanche la Scala del Calcio, è qualcosa di più e non è questione di terzi anelli: allora riammodernate pure il Duomo, buttate giù la Madonnina, fateci un centro commerciale.

Che ne sapete voi, voi fondi di investimento, voi manager che pensate solo al soldo e volete un altro impianto da 600 milioni, così ci fate su 150 milioni l'anno e sono tutti contenti, perché così deve andare, perché il calcio è denaro, è Borsa e finanza e spennapolli. Che ne sapete voi, che San Siro non è Peppin Meazza che veniva allo stadio in tram e i ragazzini gli portavano il borsone. Non è il Paron Nereo Rocco che bofonchiava umanità e il Mago Herrera con le sue pozioni, la collisione di due mondi che si amavano odiandosi, bauscia contro cacciavite, l'incanto delle maglie rossonerazzurre che uscivano sul prato, ghegne da banditi, cicche masticate, la stretta di mano agrodolce tra Sandrino e il Gianni, lo scambio di gagliardetti, ah, ma la vedremo oggi chi la spunta. E Mazzola segnava dopo 13 secondi, e Rivera annichiliva con un magheggio. E il pubblico roboava sugli spalti. E certe coreografie immani, striscioni spaventosi, nubi di carta argentata, rotoli srotolati di carta igienica, botti apocalittici e la furia tribale, di tamburi della folla, che quando si esalta fa più paura della bomba atomica.

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Non è i pazzi, che si facevano volare giù dagli anelli dei popolari, si menavano, e una volta scaricarono persino un motorino, sa solo Iddio come c'era arrivato fin lassù e come poi l'aveva scaraventato di sotto, addosso a quegli altri che sacramentavano. Non è il traffico fisiologico e un po' malato, malsano dei cessi dove c'era sempre ressa, attesa, e magari ti perdevi un gol.

LE FIRME DI BEPPE VIOLA E GIANNI BRERA

Non è quello Ziggurat, quella stella fissa che dava l'orientamento alla città, alla fine del viale lungo, infinito, che non arrivavi mai. Non è neanche l'ippodromo, lì attaccato, dove quel disgraziato di Ricky Albertosi nell'intervallo a volte andava a farsi una puntata senza neanche togliersi le scarpette tacchettate. Non è le milioni di ore di riprese, i servizi di Beppe Viola, gli articoli di Gianni Brera, la storia del giornalismo sportivo che passava di lì.

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Non è le rimonte, San Siro, i sorpassi, le bestemmie e le invenzioni umoristiche dei vecchi, formidabili, che tutti i comici, ma tutti, da Abatantuono a Bisio a Teocoli avrebbero saccheggiato nella loro carriera: «Oggi il Milan (contro la Juve) fa come Simon Templar: stop ai delinquenti!». Non è un pomeriggio torrido di maggio, la gente trabocca fin sul campo e Rivera deve afferrare il microfono, farli retrocedere prodigiosamente come un profeta del pallone, se no non si gioca e lui non può salire in cielo a portarci giù finalmente quella benedetta Stella del decimo scudetto. E chi c'era, poi ne avrebbe vissuto per giorni e settimane, perché sono cose che non vanno più via, che non si possono neanche raccontare.

L'ABBRACCIO TIFOSO DI UMANITÀ VARIA

Non sono le coppe dei campioni in bianco e nero, le Walkirie di Berlusconi e l'orgoglio a fondo perduto di Moratti, le marce trionfali di Sacchi coi tre olandesi, svolazzar di treccine che spaventano gli avversari, le scorribande immense di capitan Baresi e l'incedere marziale di Rummenigge, non è la boria di Mou e l'umanità fischiettante del Trap e quei derby nella nebbia e nel gelo, che il culo ti si gelava sul cemento dei popolari, lassù in alto e il cuscinetto di gommapiuma non serviva a una minchia, tornavi a casa, dopo l'Anabasi solita, pedibus calcantibus fino al tram, dritto al metrò di De Angeli, giù giù fino a Loreto, poi la 75, poi salivi su e ti toglievi le scarpe e avevi i piedi viola dai geloni e tutti i compiti ancora da fare. E magari quel giorno il Milan aveva fatto schifo e tu eri come un sacco svuotato, marciavi insieme alla fiumana di altri come te, a testa bassa, usciti da San Siro, verso un'altra settimana senza luce, l'umanità dei travet, dei ladri, dei delinquenti grandi e piccoli, dei fannulloni e dei disperati che si scioglieva dall'abbraccio tifoso, si disperdeva per bar e vie sconosciute, e già la Domenica Sportiva scandiva la marcia funebre per un'altra domenica.

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VOLETE UCCIDERLO PERCHÉ PER VOI LA MEMORIA NON VALE NIENTE

San Siro non è questo: è tutto questo, e ancora tanto di più. Troppo di più per cancellarlo così, disgraziati che pensate solo al soldo. È una canzone di Jannacci, San Siro. È la sua immensa tristezza di ringhiera, che solo qui la puoi masticare. Non è un simbolo di Milano, è Milano. E voi volete mandarlo in pensione, volete ucciderlo perché per voi la memoria non vale niente. Ma San Siro non è memoria, è il nostro mondo, e se voi arabi, cinesi, inglesi non volete capirlo è un problema vostro. Novantatrè anni ha questo posto. Cominciò, tanto per cambiare, con un derby, ne ha ospitati altri 294, ha fatto la guerra, ha scandito la storia, mille e mille volte, e non ha ancora finito di farlo. Non finirà mai. San Siro siamo noi, vive dentro di noi, morirà con noi. Non potete ammazzarci così, non potete farci questo. Non potete.

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