Sandra Milo, un talento affettuoso che troppo spesso non abbiamo compreso

A differenza di dive più blasonate, abitava la scena senza occupare la ribalta che lasciava ai grandi uomini, Fellini su tutti. Incarnando una presenza mite, dolce e tenera. Un archetipo quotidiano che il maschio poteva avvicinare ma mai possedere davvero. Qui sta in fondo l’enigma che lei ha rappresentato più di chiunque altra: la permanenza, non invasiva, fragile e statuaria, del femminile.

Sandra Milo, un talento affettuoso che troppo spesso non abbiamo compreso

Tutti ricordiamo Sandra Milo per i suoi film più importanti. Soprattutto quelli di Fellini, ossia e Giulietta degli spiriti, in cui interpreta una figura femminile che pare inquietante e persino pericolosa, ma in realtà risulta invece accogliente e protettiva. A differenza delle dive più blasonate – Loren, Lollobrigida e Mangano – capaci di occupare quasi militarmente lo spazio, Sandra ha infatti incarnato piuttosto una presenza mite, dolce e tenera, brava ad accomodarsi gradualmente nello spazio, più che invaderlo all’improvviso. Così nel suo film forse più bello, ossia La visita, 1963, diretto da Antonio Pietrangeli e scritto da Ettore Scola. Il suo personaggio, Pina, attraente e sana donna emiliana alla ricerca dell’anima gemella, incontrando un becero e volgare impiegatuccio proveniente dalla grande città lo accoglie comunque con affetto educato e cortese, pur sapendo che si tratterà null’altro che di una visita, esperienza effimera, senza passato né futuro. Sandra interpreta Pina con grazia, lavorando di sfumature e come si suol dire in questi casi, agendo per sottrazione, lasciando che il personaggio stesso si mostri a poco a poco, per gradi, senza imporlo caparbiamente sin dal principio.

Sandra Milo è l’archetipo quotidiano che il maschio può solo avvicinare senza mai possedere davvero

Se Claudia Cardinale può vantare una fotogenia immediata, ossia un fulmineo effetto presenza nell’immagine, tale da non lasciare dubbi, Sandra deve costruire la propria capacità iconica lungo la recitazione, che è moderna perché sommessa, attuale in quanto giocata in filigrana, riconoscibile dopo che il racconto si è sviluppato, e lei può dichiarare chi ha finalmente stabilito di essere, nell’apparenza gloriosa della propria indiscutibile femminilità. Se Monica Vitti afferra l’immagine della donna moderna, all’insegna dello spaesamento esistenziale e dell’ironia profonda con cui poi smantella il maschilissimo male di vivere, Sandra va invece diritta all’archetipo, e per questo piace a Fellini, senza che l’archetipo emerga però minaccioso dall’abisso dei tempi, sgorghi spettrale dal mistero delle origini. Sandra è un archetipo quotidiano, tale in effetti il mistero, che il maschio può avvicinare, e mai possedere davvero, perché la disponibilità non è resa incondizionata, e l’accoglienza non è annullamento di sé. Così nel bellissimo L’ombrellone, 1965, di Dino Risi, in cui Sandra, qui dai capelli insolitamente neri, è una moglie borghese che osserva gli uomini all’intorno, marito incluso, come tanti bambini sperduti, a cui però non fa mai mancare la dolcezza di uno sguardo, o la verità di un gesto, ma ai quali mai sul serio si rivela, né li illude, oppure dice bugie. Lascia che siano loro, i maschi, a sognare sempre chissà cosa, bofonchiare e mentire. Qui sta in fondo l’enigma, che Sandra ha rappresentato più di chiunque altra attrice italiana, ossia la permanenza, non invasiva, fragile e statuaria, del femminile.

Sandra Milo, un talento affettuoso che troppo spesso non abbiamo compreso
Sandra Milo (Ansa).

Un immenso affettuoso talento non compreso in pieno dalla critica e dal pubblico

Mentre il maschio tenta in ogni modo di perpetuare il proprio ego attraverso le gesta del corpo e della mente, lei, la donna, ossia Sandra, non si pone alcun problema di testimonianza cocciuta di sé. Il segreto è abitare la scena senza occupare la ribalta, che lascia ai grandi uomini, Fellini su tutti. Sandra permane quindi ora più che mai. Perché è davvero rimasta un passo piccolo di lato, di lato ma non nell’angolo, e non può quindi mai mancare davvero. Forse, anzi per davvero, siamo sempre stati noi a mancarla, a non coglierne tutto l’immenso affettuoso talento. Come quando fu sbeffeggiata pubblicamente alla Mostra del Cinema di Venezia, persino con rabbia, colpevole soltanto di essere parte di un brutto film, né il primo né l’ultimo, di Roberto Rossellini, Vanina Vanini del 1961. Come l’ignobile scherzo televisivo sul presunto incidente del figlio Ciro, a cui reagì teneramente quale era, e che poi il cinico tv blobbistico replicò fino alla nausea. Avrebbero calcato così la mano se fosse stata un’altra, qualunque altra oltre lei? Siamo insomma tutti in debito con Sandra, di cui abbiamo forse mancato la dolcezza che non è mai stata mielosa accondiscendenza, e la fermezza che non si è mai sigillata a voragine. Abbiamo peccato magari di cattivo sguardo, e può essere questa l’occasione almeno per ricordarsene.