Massimo Del Papa

Sanremo e l'ipocrisia di Baglioni sui giovani

Sanremo e l’ipocrisia di Baglioni sui giovani

09 Febbraio 2019 13.24
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Alla fine mi sono accorto che a loro quella roba piaceva. Il fatto che a cantare a Sanremo fossero dei giovani, serviva a garantirli che la loro approvazione rientrava nell’aspetto giovanile del fenomeno. La verità è che a me lo spettacolo, non so più se ridicolo o penoso, di quella gente che urla canzoni molto stupide e quasi tutte uguali, mi è parso di vecchi. Comunque, se la gioventù è questa, tenetevela. Non ho mai visto niente di più anchilosato, rabberciato, futile, vanitoso, lercio e interessato. Nessuna idea, nelle parole e nei motivi. Nessuna idea nelle interpretazioni. So bene che è inutile lamentarsi sui risultati di una politica produzione-consumo. Interessi economici molto forti possono modificare non soltanto il gusto, ma la biologia di un popolo che cade in questa impasse.

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Caro lettore, chi ti parla non è il tuo Guastafestival ma è Ennio Flaiano (Diario degli errori) di 50 anni fa. Ma l'ho amputato delle virgolette per giocare con te, lettore, e anche un po' con me stesso: lo vedi come tutto si ripete, lo vedi come l'acqua delle lusinghe e delle delusioni scorre sempre sotto lo stesso ponte qui al Festival. Quello che fu scritto quattro o cinque generazioni fa, quattro o cinque Italie fa, al di là dei mutamenti di facciata, indotti dalle tecnologie che alienano ma non scavano, andrebbe benissimo anche oggi e non è colpa di nessuno, neppure di Sanremo. Al tempo di Flaiano, il Festival faceva 22 milioni, che era tutta l'Italia; nel 2019 non arriva a 10, uno su sei, ma è comunque troppo, considerato il livello.

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SUGLI ASCOLTI UN ESERCIZIO SOVIETICO DI LIMATURA DELLA REALTÀ

Troppo, e insieme troppo poco. Teresa De Santis, direttrice di RaiUno ringrazia per il doppio Tapiro da Striscia, che ormai si sta avvitando nel livore prevedibile. Quindi definisce «grandi risultati» i 9 milioni e mezzo col 46% di share. No, non lo sono, non è vero, la serata-clou, quella dei 24 duetti, dei 30 ospiti, del gran varietà musicale, non arriva alla soglia strategica dei 10 milioni. Neanche lei. Incredibile come si aggrappino sui vetri per puro onor di firma, senza neppure darsi la pena di una credibilità. Una cosa tipo Politburo sovietico. Diremmo che De Santis più che trovarsi a suo agio, in questo esercizio sovietico di limatura della realtà, sia solo costretta dalla circostanze. Noi però siamo qui per dirla come va detta, e allora diciamo che questa edizione lascia ascolti deludenti e serve a poco cercare la luce nel raffronto con la fascia perorata ponderata comparata del tale giorno del tale anno; o nelle diffusioni social, che crescono per forza visto che l'uso della Rete cresce per conto suo. Non puoi, per dire, paragonare il traffico social di oggi, col 4G, a quello di tre o 10 anni fa, e non potrai fare dei raffronti seri con l'avvento di un 5G che cambierà ancora tutto. E invece questo è precisamente quello che fanno. Come a paragonare i trasporti di merci al tempo del mulo con quelli dell'alta velocità giapponese.

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BAGLIONI E LA MUTAZIONE GIALLOVERDE DELLA RAI

Claudio Baglioni, alla conferenza stampa conclusiva, è un po' cotto. Fa uno strano discorso sociologico e non freschissimo sui giovani, questi giovani che non hanno spazi, perché i padri non si tolgono. Detto da uno che a 70 anni, poco meno, non molla il timone di un Sanremo che vorrebbe per il terzo anno, che forse gli daranno, però non è ancora detto perché, la mettessero come vogliono, parlassero pure di lavoro impostato sui tempi lunghi, che non si capisce poi quali siano, ma la verità è che dagli ascolti ci si aspettava di più: la raccolta pubblicitaria per quest'anno è salva, salita di 5 milioni, ma le preoccupazioni sono tutte per il settantennale del 2020. Chi vivrà vedrà, ma nelle segrete stanze stanno già valutando, ipotizzando. C'è anche da capire che succede nelle stanze ancor più segrete. Perché la faccenda è semplice: Baglioni è percepito, se non altro, come espressione del vecchio potere, del Pd renziano e boschiano, scalzato dai caballeros gialloverdi, qui a RaiUno grillini, segnatamente, e la cosa si è avvertita, ha creato problemi a vari livelli e anche a lui. E se tutto si rimescola ancora, tra qualche mese, anche il futuro della settantesima edizione del Festival di Sanremo diventa una raggiera di ipotesi.

IL PREMIO DEGLI ORCHESTRALI? IN POLE CRISTICCHI

Stamattina comunque sono tutti in riserva: Virginia Raffaele è raffreddata, non parla, si limita a starnutire. Lei col freno tirato? «No, ho cercato un equilibrio, ma ho fatto tante cose». Claudio Bisio difende il monologo sui giovani scritto da Michele Serra, anni fa però: neanche una cosa fresca per l'occasione, ma qui, quest'anno, edizione su misura per i giovani, hanno ripescato l'avanspettacolo pernacchioso, le vecchie fattorie, mancava solo il Sarchiapone. «Ma io», dice Bisio, «non mi sono preso le libertà di Pio e Amedeo». Tu conducevi, in effetti. Neanche i giornalisti hanno più tanta voglia di far domande, ciacolano tra loro e Baglioni ne è infastidito. Ma che resta da dire dopo una settimana di parole? Stasera, per chiudere, tra i mille premi e targhe e riconoscimenti si darà anche quello per la migliore composizione, scelta dagli orchestrali. A orecchio, interpretando il famoso canto dell'uccellino, dovrebbe andare a Abbi cura di me di Simone Cristicchi.

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