Massimo Del Papa

Memorie di un giornalista carogna di ritorno da Sanremo

Memorie di un giornalista carogna di ritorno da Sanremo

10 Febbraio 2019 15.45
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L'incantesimo di Sanremo è sempre lo stesso: ti pesa ogni minuto, arrivi all'ultimo giorno che non ne puoi più di essere spintonato, vessato, compresso, frugato, controllato per la centesima volta allo stesso check point, come in una zona di guerra, dagli stessi sbirri che ti riconoscono, «non è colpa nostra, sa», però è una rottura lo stesso, sei pieno fin qui di canzoni di Claudio Baglioni, dei suoi sorrisi gessati, degli psicodrammi del giullare Claudio Bisio e della circense Virginia Raffaele strapagati per sbagliare, della lobotomia dei motivetti onnisonanti, ogni momento, anche al cesso, di vicoli oscuri, di ombre nella notte, di corpi minacciosi, dei falsi bagliori, dell'alienazione indotta, dell'acquario dove ti agiti, di mangiare per sbaglio, di sudare come un maiale, di rientrare a orari vampiri e ti ritrovi infine stronzo e scontroso come gli altri. E sai che per decomprimerti ti ci vorranno giorni e tua moglie a un certo punto ti dirà: perché non te ne torni a Sanremo?

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E tu già pensi alla prossima volta. Perché adesso sei solo coi tuoi passi in una piazza che si svuota. La tristezza di quando tutto è andato. Dentro la sala stampa che per una settimana è stata la tua galera, un ragazzino presuntuoso ti ha appena provocato, insieme a mille come te, perché è arrivato secondo: «Siete voi giornalisti che portate sfiga, appena vi vedo mi gratto, falliti che vivete una settimana soltanto». Ultimo davvero. E alle 2 di mattina questo è troppo davvero, ora davvero basta. Sei uscito con la testa piena di tutto. Appena in strada, compulsando Twitter, t'accordi dei commenti luridi e sessisti e omofobi e cialtroni che grandinano sul vincitore Mahmood. Le tribù che si scannano, sovranisti contro globalisti. Ex coppie di potere ne approfittano per regolare i conti. Posso tornare indietro, nascondermi ancora al posto mio a parlar di Sanremo, dentro l'acquario dove il mondo non c'è?

TRA FESTE E SALOTTI, UNO STUOLO DI GIORNALISTI TRAFFICONI

Sanremo col suo incantesimo: andarci ti sfascia, non andarci è peggio. Tutti che ti dicono: fortunato te che vai a Sanremo, come se uno ci andasse per divertirsi, per feste. E quest'anno, in effetti, complice un'amica carissima, una Caronte che ha sempre gli agganci giusti, ho deciso di non farmi mancare niente e darmi alla vita mondana e notturna. Tanto per non raccontarlo sempre dal divano il Festival. Accadeva così di passare per diritto divino a una festa dove restavano in fuori in 200 a bestemmiare nel gelo della notte. Oppure davanti al microfono dei Lunatici, la trasmissione nottambula di Radio 2 dove si dicono le cose che poi Dagospia riprende, dilata e arrivano le querele. Così, senza accorgerti, alle 3 di mattina, dopo 18 ore di sala stampa e di contatti, e devi inventarti qualche scemenza per riempire il vuoto.

Tutti col bicchierino in mano a scambiarsi selfie, palpate, numeri che non serviranno, menzogne patentate

Sapete, quei posti che non sono il deep Sanremo, le tane dei potentati veri tra politica, televisione e discografia, dove tutto si sa e si decide per tempo: diciamo i luoghi della transumanza dove va chi ha qualche potere da difendere e chi vorrebbe subentrare. Tutti col bicchierino in mano a scambiarsi selfie, palpate, numeri che non serviranno, menzogne patentate. Come tante farfalle nel barattolo. Un giornalista a Sanremo non dovrebbe frequentare gli addetti ai lavori, i cantanti in primis, ma se non li frequenta che giornalismo fa? Solo che nel magma notturno, dove tutti sono un po' meno chi sono e un po' più chi conviene essere, finisci per imputtanirti anche tu. Perché come fai a dire a uno che ti chiede come è andato secondo te, che ha cantato da schifo? O a non essere un imbarazzato con quelli che magari hai scorticato e adesso ti dicono, ah, sei proprio tu, mi ricordo di te. E dopo un po' ti accorgi che la carogna che fatichi a difendere, carogna ma almeno franca, aperta, diventa lentamente una carognetta morbida e zoccola, sul laido ammiccante.

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Paturnie, direte voi. Può darsi, tanto più che il grosso degli inviati qui è una curiosa figura ibrida tra il reporter e il trafficone, quasi tutti hanno interessi “altri”, come li eufemizzano, da difendere nel sottobosco dell'affarismo musicale e discografico, per cui va a finire che in pratica scrivono pro domo propria. Senza dire di quelli che sono qui esclusivamente per fare le pubbliche relazioni, che sarebbe incensare, leccare chiunque da Baglioni alla Virginia alla direttora Teresa De Santis («È una bella direttora», ha detto uno, e ve lo giuro, a… se stesso). Come quel pollo del profondo Sud che invece di fare una domanda a Baglioni annunciava a tutta la sala stampa che «per me si chiude un ciclo, perché ti ho intervistato, Claudio, 31 anni fa ai miei esordi e lo rifaccio oggi». I suoi esordi, capite. Ma simili alienazioni non sorprendono qui a Sanremo, dove per una settimana siamo tutti alienati di default. Andare per feste a un Guastafestival carogna suona patetico, ma se non ci vado non mi trovo di fronte a Lodo, quello della "vecchia che balla", di cui va fiero tutt'oggi: «Abbiamo fatto qualcosa di nuovo». Il nuovo con la vecchia. Due minuti di Lodo bastano a decidere che su di lui ti eri sbagliato rivalutandolo a X Factor in fama di Lodo de' Lodis. Oppure certi che cantano di cose alte, volanti, ma se una poverona s'azzarda con la penna e il foglietto, la sbranano: «Che vuoi? Non lo vedi che sto mangiando?».

LA SALA STAMPA COME UN PRESEPE DA PREPARARE IN FEBBRAIO

E Sanremo da dentro, per chi – fortunato lui – ci va “a divertirsi”, questo è. Una allucinazione per cui fuori può scoppiare la Terza guerra mondiale ma tu parli solo di questi quattro cantanti, delle paturnie di Achille Lauro, ma parla della droga in pasticche oppure di quella del lusso? E pare il ballo del Titanic mentre fuori si agita un Paese che cresce allo 0,2%, in ritardo di vent'anni sull'Europa, dove a forza di dire “no” a tutto ci siamo fottuti 85 miliardi di investimenti fra pubblici e privati, dove l'indice di produzione industriale tendenziale crolla del 5,5%. Ma nell'acquario canterino continua il lusso straccione e continuano le feste inutili e continua la fatica inutile per correr dietro a questo e quello, e la fatica boja, speriamo meno vana, nella sala stampa che è come un presepe, una scuola dove si ritorna a febbraio.

I giornalisti tutti chiusi nelle loro missioni, chini sui terminali, sui telefoni da cui ricevono o dettano ordini tassativi, dispersi tra comunicati

Un po' concentrazionaria, col megaschermo, gli amplificatori da concerto sospesi ovunque dal soffitto e gli enormi tubi per il riciclo d'aria, che qui stiamo impaccati a centinaia 10, 12, 16 ore al giorno e ho visto gente di cui sospetto gli arresti domiciliari. Chiusi nella sala surriscaldata, invidiati da altre migliaia disperse per sale inferiori o di fortuna, a vomitare cascate di parole, di articoli battuti sui computerini che volano via come foglie morte dopo una folata. In una radio mi hanno fatto la domanda da rotocalco: «Ma scoppiano i flirt, nascono gli amori in sala stampa?». Se ci sono, vi giuro, non li ho visti. Poi oggi, con tutto quel politicamente corretto, come fai a fare anche solo un complimento a una bella collega? Se mai, tutti chiusi nella loro missioni, chini sui terminali, sui telefoni da cui ricevono o dettano ordini tassativi, dispersi tra comunicati che un'ora dopo son già carta straccia, divisi per testate come per tribù, a dirla tutta i giornalisti presi in gregge sono di una noia mortale.

DIVENTARE TESTIMONI DI UN TEMPO CHE NON È ESISTITO

Però al Festival ci torni. Ci vuoi tornare, per quell'aria di vacanza affannata che t'intossica, per quell'abitudine umiliante, da deportati, di guardarsi mai in faccia ma sempre sul badge con la fotina e i dati segnaletici. Perché tutti continuano a dire «sai quanto era meglio se me ne stavo a casa», ma poi se non ci vanno, se non ci stanno, è peggio in questa bolla che condiziona, deforma, trasforma da cani da guardia a cani di compagnia. Pare brutto criticare il Festival da dentro il Festival, pare a molti come di rubare una complicità spartita, il pane che mangiano, anche se non è il Festival a pagarglielo e loro sarebbero qui per dire le cose come stanno. Invece si vede gente applaudire o ridere a comando ad ogni scemenza, pavloviani o disperati. Ma i migliori son quelli che ti guardano in tralice, in fama di disadattato: ti ho letto, lo sai che sei una carogna.

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Veramente io sarei qui per dire le cose che non vanno, impresa non da poco visto che il giornalista embedded si sforza di trovare lo splendido anche dove non c'è. E qui c'è una quota spropositata di embedded, di ambiziosi, non mancano i seri, i rigorosi per carità, ma gli zelanti fanno gran premio. Al sabato comunque tutti egualmente sfasciati, tutti che maledicono Baglioni, le due di notte anche stasera, il vincitore che ancora non lo annunciano e il viaggio di ritorno che li aspetta. Perché a Sanremo oltretutto arrivarci è un'Anabasi, con tutti i mezzi e per tutti i percorsi. Però all'incantesimo di Sanremo non rinunci: ti pesa ogni minuto, arrivi all'ultimo giorno che non ne puoi più, ma dal treno senti già la celeste nostalgia di te stesso, testimone di un tempo che non c'era.

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