Massimo Del Papa

Sanremo 2019 e l'ossessione dello share

Sanremo 2019 e l’ossessione dello share

08 Febbraio 2019 12.55
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Ti mandano a Sanremo a raccontare e quello che scrivi viene letto da angolazioni diverse. Per uno che ti dice, sei sempre la solita carogna anzi ti inacidisci con l'età, un altro trova che mi sto accucciando, l'età mi ammorbidisce. Hanno ragione tutti, ma io racconto, possibilmente quello che altri non trovano o non dicono. E allora vi racconto, per esempio, che i poveri trettrè del Volo, a dirla chiara, stanno sui largamente sui santissimi in modo trasversale, però dalla loro hanno il popolo tricolore, risorgimentale e anche il Capitano del popolo, uno che ascolta come mangia. E vi racconto della formazione all'apparenza tutta diversa, alternativa, che vive d'arte ma appena trova un terminale ci s'inchioda con liberistica determinazione: «Come siamo messi? Il posizionamento social? Le visualizzazioni?». E sanno di indici di permanenza diffusa, di percentuali di penetrazione comparata, roba da esperti di economia liquida. Umani, troppo umani almeno fin che non diventano compulsivi. Vi racconto di quelli che parlano contro la droga, ma forse un po' alla Billy Mack di Love Actually, «non compratela, diventate popstar così ve la danno tutti gratis», e di quelli che se debbono scendere dalla macchina per attraversare la strada si tirano su il cappuccio, se no li riconoscono, che poi è quello che vogliono. Per dire del solito vecchio discorso sullo scarto fra apparenza e realtà.

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SE GLI AUTORI SI AGGRAPPANPO AI MALORI DI UN ORCHESTRALE

Vi racconterei anche che questa pletora di autori che non ne azzecca una, è ridotta ad aggrapparsi alla scarica di diarrea di un orchestrale. Ormai la mettono in bocca a tutti e gli orchestrali, alcuni almeno, cominciano ad esasperarsi. Professori di Conservatorio che prendono 40 euro al giorno per 12, 15 ore al giorno tra prove e diretta. E va bene che la Rai tira al risparmio, ma poi si vedono ospiti sbarcare con un corteo di cinque limousine più scorta poliziesca. L'orchestra era l'ultima thule di un festival che la credibilità, a tutti i livelli, l'ha persa da un pezzo; il professore vittima dell'incidente è Stefano Senesi, uno che ha cominciato 16enne con Bruno Martino, ha composto e suonato per i più grandi, con Renato Zero ha un sodalizio artistico che dura dal 1980. In un post garbato su Facebook lui ha provato a sdrammatizzare, ma affiorava l'amarezza: Claudio Baglioni poteva anche risparmiarsela quell'ironia maliziosa o maligna, ha parlato di “pipì” sapendo benissimo che tutti avrebbero capito. Difatti hanno capito, Roma per Toma però. Baglioni poteva parlare di malore, genericamente, e sarebbe stato più giusto: un malore che debilita forte e sta diventando epidemico qui a Sanremo.

UN FESTIVAL CHE NON AFFONDA E NEMMENO SFONDA

Già che ci sono, a proposito dello scarto fra apparenza e realtà, vi racconto che qui trovano la forza di vantare gli «ottimi ascolti anche per la terza serata», 9 milioni e mezzo e 46,7% di share, ma siamo sempre al festival che tiene ma non sbanca e la soglia dei 10 milioni sta diventando un incubo che, nelle segrete stanze, contraria molti e preoccupa qualcuno. Cinque punti in meno rispetto a un anno fa, sarebbero un trionfo di cui vantarsi? Il peggio è che sono perfettamente logici, motivati: il festival è mortalmente noioso, induce dissenterie di attenzioni.

Claudio Bisio e Virginia Raffaele sembrano due perfetti estranei e nei siparietti faticano a simulare complicità

E ne approfitto per riferirvi un po' di commenti da strada. «Insomma, io ci ho provato, davvero ci ho provato, ma dopo mezz'ora dormivo». «Sì», rispondo io, «ma non deve giustificarsi con me, sa? Uno è libero di gradire oppure di tradire». Ma il Festival chi lo tradisce lo fa sentendosi vagamente un disertore, c'è una propaganda risorgimentale che lo dipinge come istituzionale al pari dell'inno e la bandiera. Poi ancora altri giudizi: «Io non la capisco la Virginia Raffaele, mi stava meglio la Hunziker»; «Fanno gli spiritosi, ma si vede che non legano, non ci hanno l'amalgama». L'amalgama, per dire qualcosa che non si spiega ma c'è e fa la differenza. In effetti, se ci badate, Claudio Bisio e la Raffaele sembrano due perfetti estranei e nei siparietti faticano a simulare complicità. Lo spettatore-tipo non sarà acuto in termini critici, analitici, ma a istinto l'aria la fiuta e non sbaglia: «Mah, la menano tanto con sti cantanti giovani, ma a me sembra sempre la solita roba, solo che a volte sembra che cantano col singhiozzo». «Ma quello è il rap», dico io, «adesso va di moda il rap. E poi che ne dice dei nuovi cantautori?». «Sarà il rap, come lo chiama lei, ma io se non sento cantare bene, se non capisco bene, mi stufo e cambio canale».

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L'INDISCREZIONE SEMPRE PIÙ RUMOROSA: BAGLIONI A SANREMO NEL 2020

I nuovi cantautori non bucano, non si capiscono bene. E lo share scende. Però il festival tiene, tutti ripetono; e a me ricorda un po' quelle sezioni socialiste al tracollo, sotto Tangentopoli, sapete quelle sezioncine di villaggio dove i militanti, rimasti in otto o 10, dicevano: «Ma qui il partito ha tenuto, capito, compagni? Te-nu-to!». Seguivano sfoghi liberatori che riducevano personaggi mistici ad animali da stalla e da cortile. Qui in sala stampa non eccede nessuno, salvo il cronista quando gli salta la connessione, e succede spesso; tutti molto forbiti, sussiegosi ma lo spirito, quello è: «Abbiamo te-nu-to». Ma se tenere è il massimo, significa che lo sanno anche loro: è un festival che romba i suoi motori ma non decolla mai davvero, un festival dove i picchi li fanno i comici, Bisio escluso. La direttrice di RaiUno, Teresa de Santis, snocciola rosari di numeri, Claudio Fasulo annuncia i duetti della quarta serata, Baglioni entra in dettagli – la conferenza stampa di fatto si concentra sulla puntata che verrà e si capisce che ci puntano molto: sintomaticamente, è questa la serata del non Sanremo, dello spettacolo televisivo puro. È altro. Sempre tesi al rinnovamento, comunque, come il politico di Verdone. A proposito di politica, il tradizionale appuntamento di fine mattina con la stampa ha visto partecipare anche il governatore ligure Giovanni Toti, venuto a celebrare «l'avvio simbolico della demolizione del ponte Morandi». Distruggere per creare. Quello che a Sanremo ancora non riesce benissimo. Ma non importa, perché da indiscrezioni che l'interessato non conferma e non smentisce, sembra che anche la prossima edizione, quella dei 70 anni, vedrà al timone lo stesso nocchiero, al quale, anzi, dovrebbero dare un supplemento con apposito programma celebrativo. Alle volte, tenere è tutto.

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