A un mese da Sanremo chi ha vinto davvero?

05 Marzo 2019 12.00
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Sanremo un mese fa e sembra una vita: cosa rimane di tanta speme, di tante promesse e polemiche e rivoluzioni annunciate? Uno svecchiamento parziale, più formale che effettivo, la fiammata, incoraggiante ma tutta da verificare, del vincitore Mahmood, una certa effervescenza sulle piattaforme della Rete, da Spotify a Deezer a Apple Music, che comunque non si traducono necessariamente in dischi venduti. Alla affermazione, soprattutto di immagine, dei nuovi ragazzi rapper e trapper fa riscontro la poca consistenza della scena indie, pressoché evanescente alla verifica dei fatti.

D'altra parte neppure la tradizione se la passa troppo bene, con momenti sul patetico-agghiacciante quali il bacio sintetico tra Patty Pravo e Ornella Vanoni In finale, ci pare che quello che resta davvero sia l'outsider, la proposta fuori posto, capace di fare storia a sé.

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Abbi cura di me, cantata da Simone Cristicchi, scritta insieme a Nicola Brunialti, è stata la variabile impazzita del Sanremo 2019, nonché – al cronista sia consentito di ricordare la sua previsione – il brano che, di fatto, ha salvato il Festival, quello per cui si può dire: la canzone d'autore c'è ancora, ha ancora cose da dire.

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CRISTICCHI, UN CLASSICO ISTANTANEO

La canzone di Cristicchi non era neppure una canzone in senso stretto: era, è un'aria d'opera; non è un rap, è un parlato, uno spoken che si apre alla romanza; non inseguiva mode, si palesava orgogliosamente fuori tempo come poteva esserlo un 40enne tornato alla musica cantata dopo lunghi anni di teatro storico, sociale, misticheggiante. Ebbene, questa creatura strana, quinta arrivata per le astruse valutazioni intrecciate di fin troppe giurie, si è guadagnata il premio dell'orchestra e quello per l'interpretazione: ma, al di là dei riconoscimenti ufficiali, ha saputo incarnarsi nell'immaginario di chi la ascoltava come nessuna altra: già nei giorni sanremesi finiva cantata nelle scuole, nelle chiese, secondo curiosa e non sempre comprensibile moda che si va diffondendo sempre più. Dopodiché, lungi dall'esaurire il suo corso, lo ha intensificato, diventando un classico istantaneo, un tramite emozionale, domenica scorsa è persino affiorata nel programma televisivo Linea Verde.

ABBI CURA DI ME HA SENSO OLTRE IL FESTIVAL

Non sono più tempi di canzoni come modi di dire: «​Vado al massimo», «quando una radio è libera, ma libera veramente», «Gianna Gianna aveva un coccodrillo e un dottore», «Viva la Rai», cliché che resistono perché niente ha saputo sostituirli. Oggi ci sono le Rolls Royce di Achille Lauro, che stanno al rock and roll come i trettrè del Volo stanno alla musica lirica. Ebbene, Abbi cura di me si è conquistata un suo senso al di fuori del festival, al di là delle intenzioni: che poi la lunga confessione di Cristicchi parli di un uomo che ritorna a se stesso, o dalla propria compagna, o a una tensione del sacro smarrita lungo il percorso, conta relativamente. Quello che importa, è che ciascuno può fare sua quest'aria sinfonica e nella personalizzazione del sentimento esce tutto l'esito di una composizione che non sarà canzone in senso stretto, ma della canzone mantiene il requisito principe: appartenere a tutti, lasciarsi fraintendere e reinterpretare da ciascuno secondo bisogno, sensibilità, cultura. Quando una canzone esce da se stessa per entrare nella vita di chi si sbatte ogni giorno, maggiore successo non c'è, esito più auspicabile non esiste.

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LA ROULETTE DELLE CLASSIFICHE

Cristicchi ne è consapevole, e quando dichiara di essere pago per l'esito del suo ritorno alla kermesse rivierasca, probabilmente intende questo. Non sappiamo quanti dischi venderà della nuova raccolta che racchiude l'inedito di Sanremo, e non glielo chiederemo. Non crediamo interessi troppo neppure a lui. Del resto, sappiamo che Sanremo da anni di dischi non ne fa vendere più, che il suo traino nelle classifiche è effimero, che, per dire, in cima agli album più venduti a un certo punto c'era Irama, ennesima creazione anagrammata di Maria (De Filippi), che in gara si era piazzato al fondo della classifica.

UN MIRACOLO SENZA I SANTI DELLO SHOW BUSINESS

Ormai il senso, il concetto di successo legato a un disco, a maggior ragione transitato dal Festival, è altro, si legge lungo coordinate eccentriche, si declina nei tempi lunghi delle tournée estive, dei passaggi televisivi, dei riscontri social. Qui, da cronisti, possiamo limitarci ad annotare il ritorno a una classicità arrivato da una strada per molti inaspettata, da un artista non più giovanissimo, dall'approccio serenamente autoriale, uno che durante i suoi spettacoli rilegge Endrigo e parla di foibe, di guerra in Russia, di mistici ottocenteschi. E della fragilità che induce gli uomini condannati a fingersi forti, maledetti dalla loro ambizione a divorarsi, ad ammettere un bel giorno: non ce la faccio, da solo non esisto, ricordati che ci sono, prenditi cura della piccola immensità che sono. Cristicchi ha colto una verità fondamentale: come ammettere di essere fragile, di piangere, di sperare ancora nella gioia con addosso le cicatrici del dolore. E il pubblico, questo mare di facce senza volto, misteriosamente, ma non tanto, ha capito. Magari senza capire, intuendo alla buona, ma ha intercettato quello che c'era di essenziale. E adesso, giorno dopo giorno, senza una pianificazione alle spalle, sta trasformando la confessione di un uomo in un documento di coscienza collettivo. Certi miracoli, senza i santi dello show business, a volte accadono ancora.

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