Fabiana Giacomotti

A Sanremo si sono scordati cosa è lo stile

A Sanremo si sono scordati cosa è lo stile

10 Febbraio 2019 08.00
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La valutazione pare condivisa sia da chi capisce di moda sia da chi solamente la intuisce ed è molto netta: le giacche di velluto devoré da giovin signore di educazione internazionale e viaggi esotici Claudio Bisio non avrebbe dovuto accettare di indossarle. Perché non è giovane, perché per sua stessa ammissione non è internazionale, perché per portare certi capi bisogna esserci nati dentro o possedere almeno un po’ di noncuranza, che è condizione di base dello chic. La capacità di portare un abito da sera come se fosse un pigiama e viceversa. Ricordate Calogero Sedara che sale lo scalone del palazzo di Donnafugata con le code del frac che «si ergevano verso il cielo in muta supplica»? Questo è stato l’effetto di Bisio rimpannucciato in stile dandy per cinque sere di seguito sul palco di Sanremo: un maestro di cerimonie in un matrimonio di provincia, e in effetti mi pare che Enzo Salvi indossasse qualcosa del genere in una commediola blockbuster di qualche anno fa, Io che amo solo te, dove interpretava per l’appunto un animatore di nozze. Al contrario di quello di Bisio, il suo effetto però era voluto.

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L’abito non può allontanarsi troppo dalla personalità, dal personaggio e dalle possibilità di ciascuno, come sanno gli stylist bravi e i costumisti in gamba. Su un tipo come Lapo Elkann, o anche su Morgan, eccentrico e un po’ devilish, maledetto, quelle giacche di Etro sarebbero state perfette. Ligabue avrebbe dato loro un tocco da old rocker mentre Claudio Baglioni, al contrario, le avrebbe rese rigide e incongrue. Indossate da Irama, per esempio, hanno funzionato (il ticket vecchio-comico-di-sinistra-giovane-speranza con capospalla pressoché identico ce lo saremmo evitato, ma tant'è). Mi spiace un po’ scrivere queste cose:

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Bisio è stato talmente maltrattato per quel suo monologo sbilenco sui testi di Baglioni che attaccandolo anche sullo stile mi pare di rincarare troppo la dose. Però, proprio mentre sto scrivendo questo articolo e sta andando in onda l’ultima puntata di questa edizione costruita sul filo di un’ autorialità goffa e banale, attorno all’account Facebook di uno storico, e bravissimo, costumista della Rai, si è creata invece una scoppiettante discussione sulle mise dei conduttori e sulla loro totale mancanza di interazione, anche stilistica. In una rubrica di stile e società come questa, farvi una riflessione diventa doveroso.

A SANREMO SI SENTE LA MANCANZA DI UN RESPONSABILE COSTUMI

Lo stile di Sanremo è parte integrante dello spettacolo al punto di oscurare la qualità delle canzoni, dunque dovrebbe essere un processo guidato e governato con competenza, cioè senza cedere necessariamente all’ansia di riconoscimento sociale dei conduttori, rivestendoli di griffe purchessia quando, non di rado, farebbero miglior figura vestiti da un buon sarto. L’edizione 2019 dimostra ancora una volta, ma peggio di sempre, che l’insicurezza degli uni e l’incompetenza degli altri hanno vinto. Nonostante da anni i costumisti siano stati sostituiti da procacciatori di sponsor del tutto privi di un’idea di stile (i più accorti hanno notato una massiccia sostituzione di griffe sul palco rispetto agli scorsi anni: questa è dovuta unicamente a ragioni di cambi di poltrona fra direttori comunicazione dei brand di moda coinvolti, di certo non a un progetto), una simile mancanza di orchestrazione fra look, colori, forme, non si era infatti mai vista.

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Un regista e un direttore della fotografia di polso avrebbero dovuto imporre al responsabile costumi e agli artisti, ciascuno purtroppo con il proprio stylist al seguito, di conoscere in anticipo le scelte vestimentarie del cast; un responsabile costumi avrebbe dovuto proporre uno storyboard dei look scelti, uscita per uscita, momento per momento. Nulla di questo viene fatto da anni, un po’ per la sovrabbondanza di figure esterne preposte a questo scopo, un po’ per lo scarso carisma di ognuno di loro. Manca un leader in grado di orientare le scelte, di guidarle e di coordinarle in una comunicazione univoca e in un messaggio forti.

GLI ABITI DI PHILOSOPHY E LA COFANA POPOLANA DELLA RAFFAELE

Quest’anno, forse per via delle tante mancanze che, sommate le une alle altre, hanno reso lo spettacolo fiacco e noioso, si è notata moltissimo la mancanza di un progetto di stile, negli abiti come nelle acconciature (perché lasciare, per esempio, che Virginia Raffaele invecchiasse i tagli moderni degli abiti di Philosophy con la “choucroute garnie”, il “cavolfiore stufato”, cioè la cofana popolana stile Brigitte Bardot, o Bice Valori, che solo le romane si ostinano a portare?). Immaginate una sfilata in cui lo styling venga lasciato al caso o all’estro delle modelle? Un musical dove le uscite non siano state calibrate al secondo e con largo anticipo, anche solo per evitare che, all’improvviso, tutti gli attori appaiano sul palco vestiti di nero come una macchia indistinta, oppure tutti fasciati in lurex di scarsa qualità, che è quanto è accaduto nella serata di venerdì?

Riuscite a figurarvi un film dove l’attore imponga una terza o una quarta figura di sua fiducia a tutto il cast? (In effetti accadde più volte, una in modo plateale, ma le due figure in questione rispondevano al nome di Edith Head e di Hubert de Givenchy, il film era Sabrina e possiamo perdonare Audrey Hepburn se fece un po’ di capricci per l’abito della scena del ballo. Quel capo entrò nella storia del costume mondiale, ma il risultato sarebbe stato ottimale anche se fosse nato dalla matita della signora con la frangetta e gli occhialoni tondi che vinceva un Oscar all’anno invece che dal nobile stilista francese alto due metri).

IL FESTIVAL ANDREBBE PREPARATO COME SE FOSSE UNA SFILATA DI GUCCI

La kermesse sanremese è l’unico appuntamento televisivo nazionale che interessi alle griffe di calibro internazionale e il cui fatturato complessivo contribuisca realmente a pagare gli stipendi dei dipendenti Rai: forse varrebbe la pena di programmarlo e di studiarlo con lo stesso puntiglio di una sfilata di Gucci o con uno dei grandiosi spettacoli che Chanel allestisce ogni sei mesi al Grand Palais (sono ancora permessi i paragoni a favore della Francia?) e che lasciano ogni volta il mondo a bocca aperta. Se ne avvantaggerebbe anche il giro d’affari: Sanremo è trasversale abbastanza da stuzzicare non solo il cosiddetto spettatore nazionalpopolare, smanioso di godersi i propri beniamini vestiti a festa come non accade in nessun altro programma e sui quali la griffe esercita un potere mnemonico e attrattivo rilevante, ma anche il pubblico alto, attualmente identificato nei radical chic che, qualunque cosa questo significhi in uno Stato a tendenza sovranista, rientra nell’area semantica in cui sono incluse le nozioni molto impopolari di “intelletto” e “competenza” (nota a margine: per riderne, un po’ amaramente, è appena uscito il primo racconto distopico dell’era gialloverde, Il censimento dei radical chic di Giacomo Papi, purtroppo letto solo dalla categoria esplicitata nel titolo). La liturgia sanremese è un brand a sé, un distillato di memoria, storia nazionale, affettività singola difficilmente riproducibile e per questo condiviso. Ma, proprio per questo, meriterebbe una strategia univoca e un mandato chiaro.

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