Amadeus, Sanremo e la paraculaggine nazionale

Dovrebbe essere il Festival della canzone italiana, hanno scelto un presentatore che con la musica c'entra poco.

05 Agosto 2019 18.35
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Nel cliché, logoro come un vecchio scarpone, del «Sanremo specchio dell’Italia» si annida almeno un sospetto di verità; sta nel velleitarismo edificante colto nel 1968 da Ennio Flaiano, altrimenti nella vocazione all’ovazione. Due anni fa Claudio Baglioni fu salutato come il salvatore della patria, oggi chiamano Amadeus, il nasone, e pare l’eroe dei due mondi.

Chi è questo Amadeus? È un aziendalista, un uomo d’apparato, uno che sa fare il suo mestiere senza disturbare nessuno, senza particolare carisma, la Rai gli dà da fare un po’ di tutto dal preserale al san Silvestro, sempre da Matera, sempre quello, e stavolta gli danno la vetrina principessa del Festival. Ma con la musica c’entra poco, tant’è vero che gli metton dietro la solita pletora di pseudoesperti e direttori, tutta gente superflua, arruolata in base al princpio lottizzattorio del “un po’ per uno”, foglie di fico per decisioni prese a monte e altrove: dopo l’era Lucio Presta, quella Beppe Caschetto, la scorsa di Francesco Salzano, sarà interessante capire a chi toccherà tirare i fili nell’edizione del settantennale: forse – corsi e ricorsi sanremesi – ancora a Presta, alla luce del restroscena di L43 sul baratto virtuoso sulla pelle della Clerici (hasta el nuevo che avanza ma soprattutto il vecchio che torna, siempre, anche in formato 5 stelle). 

LA RICERCA PERPETUA DELLA MELODIA ITALICA

Velleitario ma immarcescibile il destino di Sanremo, ipocrita ma immutabile la sua vocazione: se si pensa che nacque nella ricostruzione postbellica con l’esplicito intento di salvaguardare la canzone italiana, discendente dal melodramma, dalle villanelle e dalla stornellata napoletana, contro seduzioni esotiche che neppure il regime fascista era riuscito ad arginare; dal fascismo la Dc aveva ereditato l’intuizione della “canzonetta” come veicolo identitario e di gestione di masse ancora ingenue, e anche in questo campo, per non sbagliare, la sinistra comunista che aveva masticato un po’ di Adorno reagiva chiudendosi in uno snobistico approccio colto, o pseudocolto, comunque antipopolare, naturalmente all’insegna della vicinanza alle masse: nasceva in embrione la faida tra pop di consumo e canzone d’autore, tra Sanremo e antisanremo, anche i motivetti servivano a spaccare ancora un po’ l’Italia della ricostruzione democratica. Aporia che il Festival poi ha risolto da par suo, avvolgendo, compromettendo sempre più autori ritenuti “alternativi” al sistema, finché il sistema non è diventato il solito casino all’italiana.

Mahmood, vincitore del Festival di Sanremo 2019 (foto Claudio Furlan/LaPresse).

QUELL’ESTEROFILIA ISTERICA, DA SEMPRE CIFRA DEL FESTIVAL

La Dc, dunque, aveva ereditato la complicata transizione tra dittatura e democrazia sempre un po’ nostalgica, e risolveva alla democristiana: orgie di beguine, di colombe che volavano, di edere che attecchivano, inzuppate in melismi e gorgheggi, tacendo che le beguine e gli altri ritmi erano caraibici, erano jazz bianco, swing, afro o “negri”, come si diceva all’epoca. Sanremo nel suo velleitarismo non è mai cambiato davvero: ogni anno la missione impossibile di ritrovare italianità nelle melodie si stemperava, sempre di più, nelle novità che provenivano da tutte le parti. Un nazionalismo canterino schizoide all’insegna dell’esterofilia isterica. Da cui, però, anche la forza di un ricambio, se si vuole un rispecchiamento: i nuovi ragazzi degli anni Cinquanta dovevano lasciare pian piano il posto ai ricambi dei Sessanta, a loro volta tacciati, appena possibile, di conservatorismo. La tradizione contro l’innovazione, e quest’ultima non era altro che tradizione compromessa con stilemi più o meno esotici.

LE MUMMIE DELLA TRADIZIONE CONTRO I NUOVI EROI DI PLASTICA

Sanremo specchio d’Italia un po’ come il Matteo Salvini balneare che all’insegna dell’italianità fa il deejay, pratica caraibica, giamaicana, e fa cantare l’inno di Mameli alle cubiste, squisita tamarrata d’importazione. E tutti diventan matti, in un senso o nell’altro. Via via invecchiando, il Festival dell’italiano, italiano vero, s’è definitivamente, a volte indecentemente arreso all’americanismo d’accatto e da raccatto, nelle scelte sonore come nella ricerca anche umiliante di superstar straniere: il ritorno all’autarchia s’è avuto, per diretta ammissione della Rai, solo per volgari ragioni di piccioli, di bilancio, le star costano care e di trippa nella mangiatoia del servizio pubblico n’era rimasta poca.

Le ultime edizioni si sono comunque rivelate una fiera in ossequio ai dettami angloamericani

Ma le ultime edizioni si sono comunque rivelate una fiera campionaria di miserie trappettare, di suoni, soluzioni, situazioni campionate in ossequio ai dettami angloamericani: però sempre con il gorgheggio, la ricerca della melodia, il che origina sbobbe indigeribili perché la melodia si sposa con precise coordinate strutturali – il ritmo di beguine, non a caso – e con altre proprio non può legare.

Amadeus (foto Matteo Bazzi/Ansa).

Sanremo, o della paraculaggine nazionale. Le mummie conservate della tradizione contro, a volte insieme, alle nuove facce di plastica dell’antimusica dei ghetti statunitensi. Sempre così Sanremo, sempre puntata al futuro remoto. Sempre fermamente decisa a «recuperare la melodia», «l’esempio della grande canzone italiana», sempre pronta a «rimettere le canzoni al centro del Festival». E invece ci mettono i presentatori, con relativo codazzo di burattinai.

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