Sanremo, così mi sono ritrovato a ballare Tuta Gold: il racconto della settimana

Scende una pioggia leggera. Alzo la testa dal pc e Ofelia mi dice: «Ehi Gringo, non riuscirai a nasconderti. Stai ancora scrivendo?». «Sì, le solite cose», rispondo, «sesso, droga e chirurgia plastica». Si prepara un gin tonic e inizia a skippare le canzoni del Festival che nemmeno Dr.Dre. La fermo solo quando mette quella di Mahmood...

Sanremo, così mi sono ritrovato a ballare Tuta Gold: il racconto della settimana

«Non vai a Sanremo quest’anno?», mi ha chiesto una ragazza l’altra sera.
«No», le ho risposto, «faccio come Giulia Cavaliere, non mi occupo del festival quest’anno».
«E chi è Giulia Cavaliere?».
«Lascia perdere, comunque sono stato a Sanremo una volta sola in vita mia, in barca a vela, e non nel periodo del festival».
«Ma come? Avevo visto delle storie su Instagram e poi avevo letto un tuo racconto».
«Era fiction, bella. In effetti volevo scriverne uno anche quest’anno, dove con un artista concettuale attempato ci facevamo a turno in una jacuzzi strafatti il figlio 30enne di un noto fotografo, ma ho pensato fosse una cosa troppo hard e che me lo avrebbero censurato. Quindi ho lasciato perdere».
Poi la tipa si è girata, se ne è andata e io, tornando verso casa, ho cambiato pensieri, indeciso se spararmi in cuffia, vestito Margiela come Ghali, il pezzo di Mahmood, la cumbia di Angelina Mango o il rap napoletano di Geolier, con una copia di GQ ed una di Vanity Fair sottobraccio.

 

Più tardi, seduto alla scrivania del mio salotto, fingo di lavorare ad una recensione che devo scrivere per il Messaggero ma in realtà sto osservando due vinili che ho scartato poco prima. Uno con in copertina un’immagine che sembra il frame di una camera a circuito chiuso che riprende un’inquietante maschera indù e l’altro con sopra un disegno sfuocato della testa di un orso su uno sfondo arancione, i cui titoli sono Security e Monster, due album rispettivamente di Peter Gabriel e dei R.E.M.

Da circa una settimana sono in fissa con questi due dischi che sto ascoltando ossessivamente, sperando che le voci pithcate di Peter Gabriel e il grunge denso di istinto e rabbia di Michael Stipe riescano in qualche modo a far uscire la scimmia intrappolata dentro di me. La parola d’ordine comunque è isolamento, come quando il mese scorso mi sdraiavo sul divano con l’abat-jour accesa e leggevo Lezioni di Ian Mc Ewan ascoltando il vinile di Selling England by the Pound dei Genesis in loop. Un terapeuta una volta ha detto, lo avevo letto scrollando l’iPhone su Instagram, «se ti isoli quando ti senti sopraffatto probabilmente hai dovuto risolvere molti dei tuoi problemi da solo da bambino». Non stavo bene. E infatti la notte sognavo mio padre alla fine della sua vita con il suo appartamento a Macherio trasformato in un porcile, oppure mia zia braccata dai creditori, come quando abitavamo in via dei Transiti e dovevamo nascondere i mobili e i carrelli d’argento sotto dei teli bianchi per non farli trovare agli ufficiali giudiziari che ogni tanto entravano in casa con delle grosse cartelle blu in mano e segnavano i nomi delle marche dei televisori o degli stereo, e catalogavano i quadri che erano appesi in sala per pignorarli. Tornare indietro nel tempo a volte può essere parecchio spiacevole, e non basta mettersi a comperare maglioni e polo da rugby Ralph Lauren cercando di ricreare nella testa le atmosfere di allora, di quando avevi 15 anni e il mondo attorno a te stava crollando senza che tu potessi intervenire in alcun modo.

Ofelia si prepara un gin tonic, si sdraia sul divano e si piazza davanti al portatile con una sigaretta che le penzola tra le labbra iniziando a skippare una dopo l’altra le canzoni di Sanremo che nemmeno Dr. Dre. La fermo solamente quando mette Tuta Gold, prima di alzarmi e mettermi a ballare come Mahmood, abbandonando definitivamente l’idea di continuare a scrivere

Mi accorgo che fuori dalla finestra scende una pioggia leggera quando alzo la testa dal computer e vedo entrare Ofelia in casa che mi dice: «Ehi Gringo, non riuscirai a nasconderti. Stai ancora scrivendo?». «Sì, le solite cose», rispondo, «sesso, droga e chirurgia plastica». Poi si prepara un gin tonic, si sdraia sul divano alle mie spalle e si piazza davanti al portatile con una sigaretta che le penzola tra le labbra iniziando a skippare una dopo l’altra le canzoni di Sanremo che nemmeno Dr. Dre. La fermo solamente quando mette Tuta Gold, prima di alzarmi e mettermi a ballare come Mahmood, abbandonando definitivamente l’idea di continuare a scrivere. E infine sono nel letto e prima di mettermi a dormire, dopo aver guardato il video di Kanye West girato dai fratelli D’Innocenzo, scrollo Instagram sull’iPhone e vedo una foto di Sofia a Venezia su un motoscafo con Brando. Lei sorride, lui indossa un paio di vistosi occhiali da aviatore. Sono entrambi bellissimi.