Sanremo 2024, il solito Festivalbar di Amadeus che odia il pubblico e lo tiene in ostaggio

Michele Monina
07/02/2024

Per prendere più share possibile il conduttore e direttore artistico ha scelto 30 artisti, ma così è una tortura fino a notte fonda. Le migliori della prima serata Angelina Mango e Rose Villain. Il punto più basso? Dargen in versione clown che chiede di fermare la guerra. Imbarazzanti le gag col povero Mengoni. Poco spazio alla musica d'autore. Il resoconto.

Sanremo 2024, il solito Festivalbar di Amadeus che odia il pubblico e lo tiene in ostaggio

L’alba di un nuovo giorno. Così finisce la prima serata del Festival della canzone italiana edizione numero 74, detta anche Amadeus V. Trenta cantanti in gara: tanti ne ha scelti il medesimo Amadeus V al fine di mangiarsi tre fasce orarie e quindi lo share tutto, e trenta cantanti in gara significa un sacco di tempo, specie se in mezzo ci metti anche tutto il resto, perché il Festival di Sanremo è tutto fuorché solo il Festival della canzone italiana. La musica tanta, ma non unica presenza in scena. Purtroppo. O per fortuna, a seconda di come la si veda.

Canzoni scelte usando il manuale Cencelli, dal pop all’urban

In realtà, merito ad Amadeus, la musica presenta pochi momenti di imbarazzo. Anche abbastanza prevedibili, per altro. Perché la scelta delle canzoni è avvenuta seguendo una logica ferrea, usando il manuale Cencelli, come usava fare un tempo altrove, e dando spazio a tutta una serie di sfumature tali da coprire lo scibile. Per lo scibile, veniamo al purtroppo di cui sopra, si intende un segmento di musica che sta tra il pop e l’urban. Pochissimo spazio alla musica che un tempo avremmo chiamato d’autore: penso ai Negramaro, che portano la canzone indubbiamente più emozionante, penso alla Mannoia, che latineggiando parla di donne, penso a Diodato che fa Diodato con quella leggerezza che apre squarci di profondità. Giusto un rappresentante della fiammata indie, Gazzelle, che a differenza di altri non torna qui a fare il ruffiano e si presenta con una canzone alla Gazzelle, appunto.

Brani cadenzati da un ritmo incessante, diciamo grossolanamente da discoteca

Una sola casella occupata per quella che un tempo si sarebbe chiamata età di mezzo, Renga e Nek, che tornano all’Ariston, stavolta insieme, portando più Renga che Nek a livello di canzone. Un graffiata rock fornita da chi poi uscirà vincente della serata, Loredana Bertè con l’autobiografica Pazza (spoiler tardivo, si dice pazza di lei). E per il resto quel microsegmento lì, tra pop e urban, la cassa dritta, cioè i brani cadenzati da un ritmo incessante, diciamo grossolanamente da discoteca, a farla da padrona. Festivalbar, ricordate? Amadeus ha trasformato il Festival in qualcosa di assolutamente appetitoso, gli artisti e la discografia fanno a gara per esserci ancora prima che per vendere, e di canzoni buone, alcune anche ottime ce ne sono parecchie, e con trenta brani in gara ci mancherebbe pure altro.

Angelina Mango in stato di grazia: qualsiasi cosa le viene bene

Le migliori? Indubbiamente La noia di Angelina Mango, giovanissima ma con intorno a sé l’aura di chi è in stato di grazia e qualsiasi cosa faccia gli viene bene. Si mangia il palco, come una navigata popstar internazionale, quale le auguriamo di diventare presto. Rose Villain con la sua Click Boom!, brano che parte come una ballad, diventa un brano urban e prosegue portando l’elettronica nel mondo ballad, mettendo insieme tre mood diversi senza mai darci l’impressione di aver portato troppi argomenti: una vera sorpresa.

Annalisa: eleganza, sensualità e virtuosismi vocali

Annalisa e Sinceramente, ossia la summa di quel che ha fatto nell’ultimo anno – Bellissima, Mon Amour e Euforia – con in più dei virtuosismi vocali che giusto un talento incredibile come il suo riesce a portare a casa con tanta eleganza e, va sottolineato, sensualità. In realtà fanno bene anche altri, penso a Irama e al suo gospel moderno, a Sangiovanni che nonostante la giovane età e il successo già acquisito si mette in gioco cambiando campionato, cioè passando a una ballad che guarda a un certo cantautorato lucacarboniano d’epoca, penso ad Alessandra Amoroso, in gara con un lentone sanremese che parla di chi ha difficoltà a muoversi in un mondo fatto d’ansie (in giornata aveva pianto in sala stampa, leggendo gli insulti ricevuti sui social, bene ma non benissimo provare a vincere puntando sul pietismo… del resto c’è chi punta alla vittoria facendo un altro tipo di pietà).

Penso, e questo per chi scrive è ancor più miracoloso, a Emma, che cambia pelle presentandosi con una canzone, Apnea, nella quale esibisce vocalità assai meno graffianti del solito, giocando con gli Anni 80. Discorso non diverso quello che riguarda Il Volo, che prova a togliere un po’ di lirica dal proprio immaginario, proponendo un brano nel quale il pop ha un peso maggiore del solito, solido e portato ottimamente a casa. Penso infine ad Alfa, uno dei migliori tra i giovanissimi, tanti quest’anno, che mette in campo le sue qualità di hitmaker con una canzone che, ci si scommette quel che volete, sentiremo a lungo, specie su certi social.

Il messaggio di Dargen D’Amico sulla guerra, qualcosa di agghiacciante

Tutto bene, quindi? No, perché su trenta canzoni ce n’è qualcuna che decisamente si sarebbero potute anche non ascoltare. Come ci sono stati dei momenti, temo intesi come gag, con Marco Mengoni quasi sempre al centro di questi spazi, che hanno rasentato l’imbarazzo puro. Ma prima le canzoni. Il punto più basso è in realtà legato a qualcosa che è girato intorno a una canzone. Dargen D’Amico ha presentato la sua L’onda, in teoria uno dei pochi brani che avrebbe dovuto veicolare un messaggio di impegno. Pur sembrando una versione minore di Dove si balla, infatti, il brano in questione parlerebbe di migranti e di barconi, di qui il titolo. Nel farlo, però, Dargen si presenta con un completo elegante su cui sono stati appiccicati tanti piccoli orsacchiottini, poi proverà a parlare di qualcosa inerente ai bambini che sono vittime di brutture del mondo. Il risultato è qualcosa di agghiacciante, come vedere un pagliaccio che prova a fare qualcosa di serio, senza riuscirci. Il fatto che poi abbia chiuso la sua performance parlando di fermare la guerra, come se ci fosse bisogno di un clown con gli occhiali da sole e dei peluche addosso per arrivarci, beh, ci lascia sgomenti.

Male, sul fronte scenico, anche Mr Rain, quello del coro di bambini e delle ali d’angelo nel 2023. Quest’anno torna con un brano che parla di dolore e della storia di un padre che ha perso due bambini, Due altalene il titolo. Ecco, la messa in scena prevede che a un certo punto sul palco spuntino due altalene. A disturbare non tanto la didascalia della messa in scena, quanto il tentativo paraculo di intenerire l’ascoltatore, già devastato dal dover stare a seguire il Festival per sei ore.

Appena sopra, ma sono sfumature, alcune esibizioni canore, penso ai BNKR44, sostanzialmente i Ragazzi Italiani versione 2024, o penso a Il Tre, che però è giustificato da aver cantato per trentesimo, penso anche ai Ricchi e Poveri, che si presentano infiocchettati, letteralmente, e poi propongono un brano non esattamente esaltante. Ce ne sarebbero altri da citare, nella media, dai The Kolors che rifanno legittimamente ItaloDisco, che qui si intitola Un ragazzo una ragazza visto che la medesima ItaloDisco venne scartata l’anno scorso da Amadeus, a Geolier, che lascia da parte le polemiche sul suo non scrivere nell’italiano di De Felice, passando per Mahmood, che, mettiamola così, non ama stare tra le righe con la sua Tuta Gold.

Vedere Mengoni fare scenette degne di una recita delle elementari lascia sgomenti

Ma la vera nota dolente del Festival resta Amadeus, che odia il pubblico e lo tiene in ostaggio fino alle prime ore dell’alba, infarcendo il programma di passaggi inutili che hanno sempre Mengoni come protagonista, dimostrando quindi di odiare sì noi a casa, ma mai quanto odia il vincitore dell’anno scorso. Vedere Mengoni fare scenette degne di una recita delle elementari, inspiegabili, imbarazzanti, lascia sgomenti. Certo, uno dirà, ma in fondo è spettacolo, un modo per stare spensierati in un’epoca così piena di brutture, poi pensa a Dargen D’Amico che chiede a gran voce il cessate il fuoco mentre ha appiccicati addosso una cinquantina di orsacchiotti e conclude che no, non ci sono scusanti, Amadeus ci vuole proprio male.