Sanremo deve essere un festival di e per tutti

09 Febbraio 2019 13.00
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Tra i ricordi che mi rimarranno più impressi del Festival di Sanremo 2019 c'è la gaffe di Claudio Bisio che saluta Andrea Bocelli con la mano. Me lo ricorderò non tanto per il gesto in sé non pertinente per ovvie ragioni, è vero…ma, diamine, una disattenzione può capitare a tutti, non è successo niente di grave. No, non è tanto quel saluto di cui il cantante mai si sarebbe accorto in quanto non vedente che mi rimarrà impresso, quanto piuttosto il tanto "rumore per nulla" suscitato da quel muto «ciao». Il tam tam mediatico è stato così forte da indurre il povero co-conduttore a fare pubblica ammenda durante la conferenza stampa tenutasi dopo la prima giornata della manifestazione sanremese. Spero che Bocelli se la stia ridendo a crepapelle, proprio come me in questo momento.

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OGNUNO DI VOI CARI NORMALOIDI È UN PO' BISIO

Che il nostro sia un mondo fatto a misura di “normaloidi” e che spesso si fatichi a mettersi nei panni dell'altro diverso da noi non è una novità ma se tutte le persone che hanno commentato animatamente l'episodio sui social mettessero la stessa verve nell'impegno per costruire un mondo più accessibile a tutti, a quest'ora non ci sarebbe nemmeno più bisogno di definirci persone con disabilità. Sì, perché, miei cari bipedi vedenti e udenti, un atteggiamento uguale o molto simile a quello di Bisio, ce l'ha pure la maggior parte di voi. E ce ne sono anche di peggiori. Infatti penso conveniate con me sul fatto che, per esempio, rivolgersi a un adulto con disabilità come se fosse un bambino o un deficiente sia molto peggio di non rendersi conto che un cieco non colga ciò che gli succede intorno se non gli viene spiegato a voce. Penso che il tenore toscano abbia fatto il callo a queste disattenzioni, proprio come tutte noi persone con disabilità. Il che non giustifica la svista, passatemi il gioco di parole. Cerca soltanto di riportarla all'interno di un panorama più ampio e complesso, composto da pregiudizi e luoghi comuni da cui nessuno è immune. Quest'anno dunque la disabilità è entrata nel Festival “col botto”, per usare un modo di dire popolare. Ritengo però che non sia il caso di dedicare all'episodio ulteriore tempo e attenzione.

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LE FASTIDIOSE DOMANDE DI CONTI A EZIO BOSSO

Personalmente, se proprio devo muovere una critica, ho trovato molto più fastidioso l'atteggiamento di Carlo Conti quando, in qualità di conduttore dell'edizione 2016, accolse il pianista Ezio Bosso, affetto da una patologia neurodegenerativa, come ospite. Mi chiedo infatti se di fronte a un musicista non disabile se ne sarebbe uscito con assiomi sconcertanti come: «Ezio….sei a Sanremo», come se il Maestro non ne fosse consapevole. Oppure se avrebbe rivolto domande di una banalità disarmante quali: «Il mondo ha bisogno di musica?», o: «Ma dove trovi tutta questa energia?», riferendosi ai numerosi spettacoli all'estero in cui l'artista avrebbe dovuto esibirsi. Come se per una persona con disabilità fosse più impegnativo trovare la grinta per sostenere i ritmi di una tournée. Ma chi l'ha detto? Sarà una questione soggettiva, no?

DANIELE SILVESTRI ACCOMPAGNATO DALL'INTERPRETE LIS

Critiche a parte, voglio usare questo spazio per citare quelle occasioni in cui Sanremo è diventato in qualche modo veramente il festival di e per tutti. Nell'edizione del 2013, per esempio, quando Daniele Silvestri salì sul palco accompagnato da un interprete Lis (Lingua italiana dei segni) che tradusse il testo di A bocca chiusa e di Il bisogno di te (ricatto d'onor), rendendoli comprensibili anche alle persone sorde. Non dovette ricorrere a chissà quale tecnologia, la sua “trovata” fu semplice, eppure nessuno ci aveva mai pensato prima nella storia della manifestazione canora più famosa d'Italia.

SIMONE CRISTICCHI E LA CRUDELE REALTÀ DEI MANICOMI

Se penso invece a come i contenuti di una canzone possano essere usati per accendere i riflettori, non su polemiche sterili bensì su realtà sociali drammatiche e degne di considerazione, mi affiora alla memoria Ti regalerò una rosa, di Simone Cristicchi che con quel pezzo vinse la 57esima edizione del festival. Composta e cantata per la prima volta alla vigilia del 30esimo anniversario della legge Basaglia, ci induce a non dimenticare la crudele realtà dei manicomi e le aberrazioni inflitte alle persone che lì dentro venivano rinchiuse.

Forse qualcuno dovrebbe consigliare a Matteo Salvini di ascoltarla, magari in modalità loop. Ci ricordiamo bene infatti quel suo tweet, pubblicato mesi fa, in cui faceva riferimento a «un'assurda riforma che ha lasciato nella miseria migliaia di famiglie con parenti malati psichitrici».

Purtroppo il ministro dell'Interno non è stato più esplicito ma, nel dubbio, meglio potremmo regalargli anche una copia del libro e del documentario che Cristicchi ha prodotto sui manicomi. Magari lo aiuteranno a chiarirsi le idee su cosa sono stati così come sul modo in cui sono gestiti tutt'ora gli ospedali psichiatrici in Italia e nel mondo.

LA LEZIONE DEI LADRI DI CARROZZELLE

A ricordarci invece che anche le persone con disabilità possono «stravedere per la vita» come tutti, nonostante sia faticoso confrontarsi con le barriere architettoniche e politico-culturali presenti nella società, sono stati i Ladri di Carrozzelle. La band, composta da musicisti disabili, è stata ospite a Sanremo nel 2017. Nella sua semplicità e allegria la loro canzone, Stravedo per la vita, lancia un messaggio chiaro: noi persone con disabilità non reggiamo più il pessimismo e chi ci guarda con la faccia triste. Un po' come a dire: non ci arrendiamo a chi pensa che essere nella nostra condizione sia una “sfiga universale” ma continuiamo ad affrontare con entusiasmo il futuro, anche quando ci riserva qualche ostacolo.

Se penso invece agli artisti disabili che, oltre a Bocelli, hanno gareggiato in questi anni sul palco dell'Ariston mi vengono in mente diversi nomi: da José Feliciano, cantante, chitarrista e compositore portoricano cieco, che nel lontano 1971 conquistò il secondo posto con la famosissima Che sarà ad Aleandro Baldi, anche lui non vedente, che nel 1992, duettando con Francesca Alotta si aggiudicò il primo posto nella categoria Nuove Proposte. Come dimenticare poi la voce calda e i testi impegnati di Pierangelo Bertoli, che sul palco dell'Ariston salì due volte: la prima nel 1991 cantando Spunta la Luna dal monte con il gruppo sardo Tazenda, un brano che parla anche di «disperati», disimparados nella versione in lingua sarda, ovvero quelli che cercano il cibo tra le immondizie o chiedono la carità ai passanti. La seconda, l'anno seguente, con Italia d'oro, dal forte significato politico. Era l'anno delle stragi mafiose di Capaci e via D'Amelio. Poco tempo dopo sarebbe scoppiata Tangentopoli. Sanremo è quindi una delle occasioni in cui le persone con disabilità diventano visibili e mettono in mostra i loro talenti...o anche no, esattamente come tutti gli altri. Alla giuria e al pubblico l'onore e l'onere di valutarle, sulla base della loro competenza canora e non certo delle caratteristiche dei loro corpi.

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