Sarkozy e Cambridge Analytica, scandali di confine tra due mondi

Paolo Madron
21/03/2018

Da una parte l'ombra di petrodollari e servizi più o meno deviati, dall'altra traffico di big data e presunte manipolazioni 2.0 del voto. Storiacce diverse, ma entrambe scoperte dalla polverosa libera stampa.

Sarkozy e Cambridge Analytica, scandali di confine tra due mondi

Software e hardware. Profili virtuali e valigette piene di soldi. Petrodollari e dati personali. Convivono e si intrecciano due scandali di dirompente portata, e sono la più esemplare rappresentazione di due mondi che come immagini in dissolvenza si succedono.

LE OMBRE SU SARKOZY. Il fermo di Sarkozy con l’accusa di aver ricevuto milioni di euro da Gheddafi per finanziare la campagna elettorale del 2007 che lo portò all’Eliseo prefigura una delle più devastanti vicende della storia repubblicana francese. In gioco non soltanto la credibilità delle istituzioni d’Oltralpe, quella su cui i francesi hanno costruito negli anni la reputazione della loro grandeur, ma un terribile sospetto. Ovvero che il bombardamento della Libia e l’uccisione di Gheddafi che vide Parigi sgomitare per essere in prima linea fosse stata ordita al solo fine si sopprimere uno scomodo testimone.

UNO SCANDALO VECCHIO STILE. Qui i big data non c’entrano nulla. Se le accuse a Sarkozy verranno confermate siamo in presenza di una storia di straordinaria corruzione fatta di boiardi di regime, oscuri mediatori, servizi segreti più o meno deviati, testimoni scomodi e per questo ritrovati cadavere in circostanze misteriose. Uno scandalo vecchio stile insomma, dove non ci sono in ballo bitcoin ma moneta reale e sonante, fiumi di banconote fatte recapitare all’ex presidente e al suo staff nei modi più rocamboleschi le cui tracce, complice il crollo del regime, si pensava di occultare.

Tutt’altra scena quella dove è Facebook a fare da protagonista. Lì c’è una enorme mole di dati personali raccolti dagli utenti del social network e artatamente (così si difende il social) utilizzati da una società di consulenza londinese per influenzare la politica, in primis la campagna elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca. Storiaccia epocale, probabilmente destinata non solo a ripercuotersi su Facebook (la Borsa vi ha già provveduto di suo), ma a cambiare drasticamente l’atteggiamento dei governi verso i colossi del web e quello degli utenti che forse con troppa leggerezza quotidianamente affidano loro una preziosa miniera di informazioni personali poi scambiate o vendute certo per non nobili fini.

LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA. Possiamo trarre la conclusione, Davide Casaleggio ne sarebbe contento, che profittando della crisi della democrazia rappresentativa è la Rete a determinare i destini politici di uomini e governi? Detto ancora più direttamente, Donald Trump deve la sua elezione alla presidenza degli Stati Uniti più a Facebook o al voto della middle class americana la cui way of life è stata annichilita dalla globalizzazione? Per ora ci limitiamo a costatare la grande soddisfazione con cui veri o presunti guru della Rete, vedi l’intervento del suddetto Casaleggio sul Washington Post del 19 marzo (Why we won), stanno celebrando i funerali della democrazia rappresentativa, quella che tramandata dalla Polis greca è diventata nei secoli il caposaldo della civiltà occidentale. Nonché la nostra soddisfazione che i due scandali, per Cambridge Analytica si tratta di testate secolari e blasonate, per quello francese un sito di giornalismo investigativo scuola Le Monde, siano emersi grazie a quella vecchia e polverosa istituzione della libera stampa che li ha scoperti e denunciati.

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