Scene da un patrimonio

Paolo Madron
01/02/2011

Com'è possibile abbattere il debito pubblico a 800 miliardi.

Scene da un patrimonio

Il “mostro da abbattere” si affaccia nei pensieri di molti, economisti, imprenditori e politici, in un momento di fine legislatura. Si intuisce dunque che sia materia di riflessione per un possibile nuovo governo, non certo per questo,  agonico e appeso al filo sottile delle inchieste e dei pochi voti.
IL PESO DEL DEBITO. E quando si parla di debito, cioè del nostro che è sproporzionatamente alto rispetto alla ricchezza che produce il Paese, ritorna il fantasma della patrimoniale, ovvero del prelievo forzoso dalle tasche dei cittadini che servirebbe a ridurlo con quella che i proponenti hanno chiamato “la botta secca”, definitiva.
Ridurlo, per intenderci, vuol dire avvicinarlo al 60% del Prodotto interno lordo (il Pil, l’indicatore della ricchezza generata dalle attività di un Paese). Sotto questa soglia infatti, secondo i trattati europei, dovrebbero trovarsi fra tre anni tutti i debiti sovrani.
Per l’Italia questo vuol dire passare da 1.800 miliardi a poco più di 800, non una passeggiata specie in tempo di crisi economica. Ma vuol dire soprattutto che solo con provvedimenti straordinari si può tentare si avvicinare l’impresa.
IL COLPO AGLI IMMOBILI. Tra questi la patrimoniale sugli immobili è il più gettonato, e per un motivo molto semplice: gli italiani sono per la quasi totalità proprietari di case, e lì che sono finiti i risparmi delle famiglie perché il mattone, al di là dell’attuale momento di bassa del mercato, è considerato a tutti gli effetti un bene rifugio.
Questo spiega perché l’ipotesi di una siffatta patrimoniale non sia certo popolare, e perché Silvio Berlusconi l’abbia bocciata con fastidio.
Per lui poi, che si è sempre vantato di non aver mai frugato nelle tasche degli italiani, sarebbe una insostenibile contraddizione.
Ora, è vero che il premier ha disatteso molte delle sue promesse, ma farlo stavolta sarebbe troppo antitetico alla sua filosofia, quasi più che avere un flirt con una donna di sinistra.
LA SPESA NON CALA. Ma anche ammesso  che l’ipotesi possa essere presa in considerazione, c’è un inoppugnabile argomento che ne sconsiglia l’adozione: una patrimoniale la si potrebbe introdurre a patto che fosse supportata da una profonda e virtuosa azione di contenimento della spesa pubblica. Altrimenti  un prelievo forzoso è inimmaginabile, e moralmente inaccettabile.
Uno Stato non può chiedere sacrifici ai suoi cittadini se non sa arginare la propria propensione a spendere, dando cattivo esempio sul campo.
Le tasse, disse una volta il compianto Tommaso Padoa Schioppa, sono belle. A patto – si scordò di precisare ma forse era sottinteso – che si traducano in efficienza della macchina pubblica e in miglioramento della qualità di vita dei cittadini.
Di questo, l’attuale governo e anche i precedenti, hanno dato scarsa o pressoché nulla prova. In un Paese pervicacemente corporativo come il nostro, la spesa è l’imprescindibile carburante per alimentare la macchina del consenso.
LA LIBERALIZZAZIONE LATITA. Una patrimoniale, oltre che dal rigore della gestione del portafoglio, dovrebbe essere accompagnata anche da una vasta campagna di liberalizzazioni di cui non si vede traccia all’orizzonte.
Qui non si riescono nemmeno a liberalizzare la vendita delle medicine o i taxi, figuriamoci tutte quelle aziende pubbliche che sono la greppia della politica clientelare.
Detto questo, se l’obiettivo è quello di dimezzare il debito pubblico, da qualche parte bisognerà pur cominciare.
TRA VENDITA E RENDITA. Qualcuno pensa a una imposta minima generalizzata, qualcun altro ripropone una massiccia vendita di patrimonio pubblico.
Sul Foglio del 1° febbraio, Carlo De Benedetti recupera tra gli altri anche un vecchio tema: l’inasprimento delle imposte sulla rendita finanziaria.
Non essendo in grado di valutarne la reale efficacia, ci limitiamo a dire che l’argomento è valido in via di principio: il sistema fiscale italiano grava troppo sul lavoro e la produzione, e troppo poco sulla rendita.  E chi fa i soldi facili è graziato dall’erario che invece si accanisce con chi se li guadagna sudando. Forse è da qui, lontano da tentazioni massimaliste e oggi sommamente impopolari, che si potrebbe cominciare.