Scilipoti e il Professore

Redazione
04/02/2011

Che il parlamento italiano sia ricettacolo (anche) di proposte di legge stravaganti non è una notizia. E nemmeno che la...

Che il parlamento italiano sia ricettacolo (anche) di proposte di legge stravaganti non è una notizia. E nemmeno che la realtà superi sempre la fantasia. Il 22 giugno 2010 tredici deputati hanno presentato una proposta di legge che delega il governo a noleggiare per dieci anni le opere d’arte di proprietà dello stato per ripianare il debito pubblico.
«I proventi», si legge nel ddl 3563, «sono assegnati per il 50 per cento al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato e per il 50 per cento al Ministero per i beni e le attività culturali che li destina alla repertazione, alla catalogazione e al restauro di altre opere d’arte di proprietà dello Stato o degli enti locali».
LA FANTASIA DI SCILIPOTI. La proposta, di cui è primo firmatario Domenico Scilipoti, 53 anni, siciliano, medico, all’epoca deputato dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, adesso nel gruppo dei “Responsabili”, la terza gamba che sostiene il governo Berlusconi, è tornata d’attualità nei giorni scorsi quando la politica si è accapigliata attorno all’ipotesi di introduzione di una tassa patrimoniale finalizzata a ridurre il debito pubblico.
«Rimbocchiamoci le maniche per abbattere un debito non più sostenibile», commentò l’allora deputato dell’Italia dei Valori, «usiamo la fantasia, che a noi italiani non manca».

Fantapolitica nell’Italia del 1975

Proposta stravagante? Forse. Di certo c’è che non ha suscitato alcun moto d’indignazione nel mondo della cultura né, tantomeno, in quello politico. Forse perché si dà per scontato che il ddl finirà nel dimenticatoio? Oppure perché, in realtà, la proposta non è poi così strampalata?
A sorprendere un po’, invece, è il fatto che nelle austere aule di Montecitorio, su un documento ufficiale della Camera, faccia capolino un’ipotesi che quasi 36 anni fa, all’uscita del romanzo di fantapolitica Berlinguer e il Professore, fece ridere.
Era la primavera del 1975. L’Italia era stretta nella morsa di una gravissima crisi economica, politica e sociale, un paese lacerato da scioperi, terrorismo, inflazione, disoccupazione e una cronica ingovernabilità.
PROVE D’INTESA DC-PCI. Nelle segreterie dei due maggiori partiti, Dc e Pci, si parlava da qualche tempo di compromesso storico, una proposta politica lanciata nel 1973 dall’allora segretario del Partito comunista, Enrico Berlinguer, che prevedeva l’archiviazione dell’esperienza del centrosinistra, cioè l’alleanza tra Dc e Psi che guidava il paese dal 1960, e il varo di una nuova alleanza Dc-Pci, peraltro non inedita visto che la formula era già stata sperimentata in una fase di emergenza nazionale, quella postbellica tra il 1945 e il 1947. E che poi effettivamente si realizzò nuovamente tra il 1976 e il 1979.
Una sorta di “große koalition” ante litteram che nelle intenzioni dei due architetti che la stavano progettando, Aldo Moro da una parte e Berlinguer dall’altra, avrebbe dovuto dare al governo gli strumenti e la forza di prendere quei provvedimenti impopolari, soprattutto in tema di politica economica e sociale, che nessuno, in quegli anni, aveva il coraggio di assumere.

Alla vigilia del “compromesso storico”

In questo clima apparve nelle librerie Berlinguer e il Professore, scritto da un anonimo che l’anno successivo si sarebbe scoperto essere Gianfranco Piazzesi, già inviato della Stampa e del Corriere della Sera, all’epoca al Giornale di Indro Montanelli, per oltre vent’anni il più acuto analista e notista politico italiano. Sottotitolo Questo romanzo vi racconta come avverrà il compromesso storico.
Il Professore era Amintore Fanfani, “cavallo di razza” della Dc, esponente di punta della sinistra democristiana, nel romanzo capo del partito di maggioranza relativa.
NESSUNA SOLUZIONE ALLA CRISI. E a rileggere il libro pare di essere nel 2011. «Anch’io», scrive l’allora anonimo autore nell’introduzione, «assieme a tutti gli italiani, mi sono spesso domandato come andrà a finire. Pensando e ripensando, mi sono accorto che con l’analisi politica non riuscivo a trovare nessuna logica soluzione alla crisi in cui siamo sprofondati, e che il metodo meno irrazionale per soddisfare la mia curiosità consisteva nel fantasticare. Per questo mi sono messo nei panni di un segretario di Fanfani che nel Duemila si decide a raccontare tutto. E soltanto sotto l’usbergo dell’anonimato ho potuto dare libero sfogo alla sincerità della mia immaginazione».

Opere d’arte in pegno agli Stati Uniti

Che cos’era successo in quell’Italia iperbolicamente descritta da Piazzesi, impantanata, in preda all’anarchia sociale, incapace di reagire e afflitta da un grave deficit di bilancio? Che «gli americani avrebbero concesso, ogni sei mesi, un prestito di quattro miliardi di dollari, ricevendo in garanzia le nostre opere d’arte ma si impegnavano a non chiederne il trasferimento nei musei di Washington o di New York. Da parte sua il governo italiano si impegnava ad attaccare sotto i quadri le targhette di ottone che avrebbero rassicurato i turisti Usa sulla bontà degli investimenti del loro segretario di stato».
TARGHETTE DA NON LUCIDARE. Per rassicurare gli italiani, invece, «il governo promise ai sindacati di scrivere “property of Government of United States” in caratteri piccolissimi e di ordinare ai lavoratori dei musei di non lucidarle mai».
Il segretario del Professore descrive una cerimonia di consegna dell’assegno semestrale del governo di Washington. «La cerimonia fu semplice e breve. Kissinger (Henry Kissinger, allora segretario di stato americano, ndr) disse che, dinanzi “ai pressanti e disperati” appelli del governo italiano, l’Amministrazione degli Stati Uniti aveva consentito ancora una volta di elargire un prestito di 4 miliardi di dollari. In garanzia, l’Amministrazione aveva accettato 56 quadri della Galleria degli Uffizi. I 4 miliardi di dollari sarebbero stati versati alla Banca d’Italia, non prima però che il governo italiano avesse posto, sotto ciascuno dei 56 quadri, una targhetta di ottone su cui doveva essere scritto: “Property of government of United States”».

Una proposta di legge nel 2010

«Questo faticato ma importante compromesso», commenta l’immaginario segretario di Fanfani, «restava in piedi da oltre due anni. Quel pomeriggio del gennaio 1980 era ormai la quinta volta che Kissinger arrivava a Roma con un assegno da quattro miliardi di dollari. Centinaia di targhette di ottone erano già state sistemate alla Pinacoteca di Brera, al Museo nazionale e al Museo d’arte moderna di Roma, agli Uffizi. Il ministro dei beni culturali unificati che, tranne qualche breve interruzione, fu per tutti quegli anni il professor Giovanni Spadolini, sorvegliava attentamente, e talvolta di persona, a che nessun provocatore ne lucidasse, nottetempo, qualcuna».
Era il 1975 ed era fantapolitica. La proposta di Scilipoti è del 2010. Ed è in parlamento.