Sciopero della saponetta

Redazione
17/10/2010

di Rossana Malacart In nome della produttività agli operai si cancella anche la pausa per il lavaggio delle mani. Il...

Sciopero della saponetta

di Rossana Malacart

In nome della produttività agli operai si cancella anche la pausa per il lavaggio delle mani. Il provvedimento può sembrare assurdo, ma è quello che è successo alla Ducati di Bologna. La protesta dei lavoratori non si è fatta attendere e il 15 ottobre hanno indetto i primi due “scioperi della saponetta”: 15 minuti prima del pranzo e 15 prima della fine del turno, per protestare contro la decisione dell’azienda di cancellare le due pause di 5 minuti per lavarsi le mani fissate a pranzo e a fine turno.
Non solo una consuetudine, ma il frutto di una trattativa. «Quei 5 minuti sono parte di un accordo sui cicli di lavoro per gli operai addetti al montaggio con tempi vincolati», ha spiegato a Lettera 43 Bruno Papignani, segretario generale Fiom di Bologna. «Se mancano chiediamo di rivedere gli accordi per determinare i cicli e comunque siamo anche contrari al metodo».
L’azienda, che ha motivato la decisione sostenendo che occorre recuperare efficienza, l’ha semplicemente comunicata.
«Allo stato attuale delle relazioni industriali se un’impresa ritiene di risolvere i propri problemi di produttività ritoccando l’orario di lavoro (e quindi anche le pause) dovrebbe, quanto meno, argomentare le decisioni, illustrarle alle parti in causa ed eventualmente discutere di opportunità alternative, magari concepite dagli stessi lavoratori, e in grado di dare gli stessi risultati», riferisce Tommaso Fabbri, docente di organizzazione aziendale alla Facoltà di Economia Marco Biagi, Università di Modena e Reggio Emilia.
La semplice comunicazione ai lavoratori della cancellazione della pausa, percio’, «può suonare come un dispetto», aggiunge Fabbri, «o peggio, come un’eco dello “stile Marchionne” rispetto al quale una parte dei sindacati metalmeccanici è oggi particolarmente sensibile».

L’azienda commenta con un comunicato stampa

In Ducati bocche cucite. Solo un comunicato stampa rilasciato al termine di un incontro che si è tenuto il 15 ottobre  tra l’assessore regionale alle attività produttive, Gian Carlo Muzzarelli e il presidente di Ducati Gabriele Del Torchio. «Il piano Ducati per i prossimi anni è incentrato sull’innovazione di prodotto, sul miglioramento della qualità e dell’efficienza dei processi produttivi», si legge nel documento, che prosegue negando la volontà di qualsiasi delocalizzazione, pur accennando alla realizzazione di stazioni di assemblaggio nel Far East, che rappresenta un’area d’interesse per l’azienda bolognese.
«In realtà la delocalizzazione è già in atto» ribatte Papignani, «la filiera dei componenti, per esempio forcelle, serbatoi, parti del telaio, è già in parte di matrice estera: Vietnam e Slovenia. Fatto 100 la moto solo il 5 – 6% viene realizzato a Bologna».
Tra le ipotesi accreditate solo sulla base delle voci, invece, quella di un interesse dell’azienda bolognese a produrre in Brasile.
Di questo e di altri argomenti di sicuro parleranno giovedì 21 ottobre i rappresentanti sindacali e i vertici di Ducati. Senza dimenticare la questione del nuovo stabilimento, che sta sorgendo poco lontano da quello storico.
 «Abbiamo un accordo che prevede il trasferimento nella nuova sede dell’intero ciclo produttivo», sottolinea Papignani, «e ci aspettiamo notizie concrete sulle prospettive e i piani futuri dell’azienda». La Ducati sta per lanciare il nuovo modello, ma dal prossimo 22 ottobre, è previsto un mese di fermo produttivo. «Per l’esattezza: 18 giorni di cassa integrazione ai quali si aggiungono ferie arretrate e recupero produttività», conferma Papignani.
Per questo motivo, secondo quanto riferisce Salvatore, un operaio dello stabilimento «all’azienda non interessa poi tanto il nostro sciopero. Ma non sanno che durerà più di quanto credono». E sul recupero dell’efficienza, che giustificherebbe la cancellazione delle pause, l’idea di Salvatore, che è anche delegato sindacale, è molto chiara: «Alcuni colleghi andranno in mobilità e poi in pensione. L’azienda non è intenzionata a sostituirli con nuove assunzioni. Per questo intende recuperare produttività. L’obiettivo è produrre allo stesso modo, ma con meno operai».