Scommessa sul Faraone

Gea Scancarello
26/01/2011

Perché gli Usa non mollano i dittatori.

Scommessa sul Faraone

Le onde del Mediterraneo sono sempre più increspate. Ad agitarle i tumulti di piazza, pronti a trasformarsi in rivolte, o addirittura in rivoluzioni: prima in Tunisia (leggi l’articolo sulla rivolta dei Gelsomini), poi in Algeria, Libia ed Egitto (qui l’intervista all‘attivista-blogger egiziana).
Attraversando il canale di Suez, lo scenario non cambia: da Beirut (leggi la cronaca della Giornata della Collera) a Tel Aviv tira aria di burrasca. In Libano Hezbollah, il partito di Dio, ha fatto cadere l’unico governo stabile che il Paese avesse avuto negli ultimi 30 anni (leggi scenario libanese).
Gerusalemme è sotto il fuoco verbale della diplomazia, dopo la pubblicazione dei Palestine paper (leggi articolo sui documenti segreti), da cui è emerso il rifiuto delle mediazioni per la soluzione del conflitto arabo-israeliano. A Gaza, nei Territori occupati, sono riprese le incursioni dei militari, e Hamas si prepara a sovvertire il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen.
La regione nordafricana e mediorientale, insomma, è in subbuglio: terreno fertile per l’innestarsi di cambiamenti, trascinati da sogni e disagi. Ma quali siano i reali sbocchi della crisi non è affatto chiaro.  
Lettera43.it lo ha chiesto a Gabriele Iacovino, responsabile del Centro studi internazionali di Roma, specializzato negli scenari dell’Africa mediterranea e del Medio oriente. Che ha messo in guardia dalle false speranze.

Domanda. Professore Iacovino, esiste un fil rouge tra la rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia e le agitazioni libanesi?
Risposta. Non bisogna farsi ingannare dalla tempistica. La situazione può essere assimilabile in Algeria, Tunisia ed Egitto, anche se con le dovute specificità. L’area israelo-palestinese e libanese va invece considerata in modo diverso. Quello che si può dire è che esiste un incoraggiamento reciproco tra popoli, ma gli scenari che si aprono vanno distinti.
D. Prendiamo prima il Nord Africa.
R. Il successo della rivolta tunisina non è facilmente replicabile: né il governo algerino né men che meno quello di Mubarak in Egitto ripeteranno gli errori commessi dal presidente Ben Alì. La protesta vince solo se c’è uno scollamento tra il governo e le forze armate: è quello che è successo a Tunisi, dove all’esercito sono stati dati ordini contraddittori, prima sparare sui manifestanti, poi cessare il fuoco, finché i militari hanno deciso di passare dalla parte dei dimostranti. Ma questo di certo non succederà a Mubarak, che ha un controllo molto più stretto degli agenti di sicurezza.
D. Quindi si aspetta che tutto finisca in un nulla di fatto?
R. L’Egitto per il momento terrà di certo, ma la situazione resta pericolosa a breve termine. Al Cairo il problema non è tanto  il carovita, quanto la successione politica a Mubarak. Alla popolazione non basta avere da mangiare e un lavoro, come chiedevano i tunisini, ma vogliono rinnovamento politico. Il presidente è vecchio e malato, il momento di farsi da parte si avvicina e il timore è che i movimenti salafiti radicati sul territorio creino uno spazio per il fondamentalismo.
D. Si può ipotizzare che, con la caduta e l’indebolimento dei regimi laici della regione, si apra un futuro islamico per il nord Africa?
R. Credo che il rischio sia limitato a due Stati: l’Algeria e l’Egitto. Ad Algeri si concentra la leadership di Al Qaeda, mentre l’Egitto è il Paese natale di Al Zawahiri, figura di spicco del quaedismo. Il movimento di Zawahiri è nato e cresciuto proprio con l’opposizione prima a Sadat e poi a Mubarak. Il suo ruolo nella successione potrebbe essere cruciale. Per questo nessuno ha voglia di affrettarla, in primis gli americani.
D. Quali saranno le mosse dell’Occidente in questo quadro?
R. Riassumiamola così: tutto fuorché l’Islam. L’Egitto è il perno della democrazia americana nell’area: né gli Usa né gli europei sono disposti a rinunciare a Mubarak con il rischio islamico che può comportare. Hanno tutta l’intenzione di continuare a utilizzarlo come barriera.
D. Veniamo al Medio Oriente.
R. Qui la situazione è ancora più complessa e pericolosa. L’attenzione va concentrata sul Libano, che è il vero destabilizzatore degli equilibri della regione. Hezbollah si è impossessato del governo centrale non tanto per questioni etniche-religiose, ma per avere la legittimazione politica necessaria a rigettare il risultato del tribunale internazionale sull’assassinio di Hariri.
D. Israele resterà a guardare?
R. Gli israeliani, nel quasi silenzio dei media, da settimane hanno ripreso le operazioni a Gaza per indebolire il più possibile Hamas: vogliono avere le spalle coperte per un’incursione a nord, al confine libanese.
D. Sta dipingendo uno scenario di guerra imminente.
R. In quest’area del mondo è difficile dirlo, perché le cose si infiammano e spengono molto velocemente. Di certo la situazione ha raggiunto un livello di tensione senza precedenti nella storia recente.
D. È possibile ipotizzare che le masse arabe si coalizzino nei vari Paesi per aumentare la propria influenza?
R. No, perché le loro agende politiche non sono le stesse: grattando la superficie, si scopre che non ci sono scenari comuni.
D. La democrazia è possibile in una regione complessivamente così irrequieta o hanno ragione gli americani a confidare in Mubarak o nel dittatore di turno?
R. Dipende da cosa si intende per democrazia: se ci aspettiamo che il risultato di elezioni “democratiche” sia sempre favorevole agli interessi occidentali, allora non credo che ci sarà un futuro democratico. L’esempio lampante è stata la Palestina: quando i cittadini sono andati alle urne liberamente hanno eletto Hamas, e cioè il fondamentalismo. Un risultato che noi ci siamo prontamente adoperati per ribaltare. Come vede il concetto è abbastanza labile.  
D. Internet è uno strumento democratico in questo quadro? Un’arma in mano ai popoli?
R. È una democratizzazione apparente: la Rete è controllabile dall’autorità. Può essere tagliata in qualsiasi momento. In Tunisia se ne sono accorti troppo tardi: ma gli altri regimi non commetteranno lo stesso errore.