Il coronavirus ha smascherato i problemi digitali della scuola italiana

Maria Elena Tanca
16/04/2020

Per la didattica a distanza mancano 46 mila tablet. Mentre gli istituti avevano già velocità di connessione insufficienti. E metà dei docenti non possiede le competenze digitali. Tutti gli ostacoli all'e-learning.

Il coronavirus ha smascherato i problemi digitali della scuola italiana

Il Covid-19 ha costretto le scuole italiane a chiudere e a cercare forme di didattica alternative. Ha anche messo in evidenza, però, come la digitalizzazione tanto auspicata dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca non sia ancora a buon punto. Un tema, quello della necessità di organizzare le lezioni a distanza, che sarà ancora più stringente se l’emergenza coronavirus dovesse allungarsi nei tempi.

UN PIANO ESISTE DAL 2007, MA QUALCOSA È ANDATO STORTO

Il percorso della digitalizzazione delle scuole italiane è iniziato nel 2007, quando si discusse di un “Piano nazionale per la scuola digitale” (Pnsd). Questo programma di indirizzo del ministero dell’Istruzione si poneva l’obiettivo di modificare gli ambienti di apprendimento e promuovere l’innovazione digitale nella scuola. Ma è solo negli ultimi sette anni che abbiamo assistito a un massiccio intervento ministeriale di spinta all’innovazione didattica e alla digitalizzazione degli istituti scolastici. Ai due Pnsd sono seguiti alcuni progetti di formazione finanziati con fondi europei (Pon 2014-2020). Eppure, nonostante questo dispiegamento di risorse, qualcosa è andato storto.

FONDI STANZIATI PER LE CARENZE: 85 MILIONI DI EURO

Da una prima rilevazione del ministero dell’Istruzione sulla didattica a distanza ai tempi del Covid-19 emerge, infatti, che mancano ancora oltre 46 mila tablet. Sono stati così stanziati 85 milioni di euro per far fronte alle carenze messe in luce da quest’emergenza e per garantire il diritto allo studio. Questi fondi saranno così ripartiti: 10 milioni per dotare le istituzioni scolastiche di strumenti digitali e infrastrutture di e-learning; 70 milioni per garantire agli studenti meno facoltosi, in comodato d’uso, dispositivi digitali individuali per l’e-learning; e 5 milioni per la formazione online dei docenti sulle metodologie e le tecniche per la didattica a distanza.

EDUCARE DIGITALE: IL REPORT CHE FA LUCE SUI NOSTRI RITARDI

Se è stato necessario questo intervento, non molto è cambiato dall’ultima fotografia della situazione a livello nazionale: il report “Educare digitale” risalente a febbraio del 2019, pubblicato dall’Agcom, fa riferimento a una rilevazione effettuata dal Miur nell’anno scolastico 2016/2017 su istituti principali e plessi scolastici di scuole primarie e secondarie. Ed è il report più recente sullo stato di sviluppo della scuola digitale.

IL PUNTO DI PARTENZA: LA CONNESSIONE DI RETE

Inizia con una premessa: una valutazione del livello di digitalizzazione della scuola italiana non può non partire dal “livello di infrastrutturazione” degli istituti, vale a dire dalla presenza o meno di connessioni di Rete ad alta velocità. Sono queste ultime, secondo il rapporto, “a garantire una maggiore e più efficace integrazione del digitale nelle scuole”.

IL 97% DELLE SCUOLE È ONLINE

Dalla rilevazione del Miur è emerso che il 97% circa delle scuole primarie e secondarie del nostro Paese dispone di una connessione a internet, anche se una buona percentuale risulta connessa a “bassa” velocità. Ciò ha ridotto il numero di studenti che non accedono alle tecnologie digitali. Questo dato evidenzia però che il 3% degli edifici scolastici risulta ancora privo di qualunque connessione: si tratta di scuole prevalentemente primarie e dislocate per la maggior parte nel Sud Italia.

INTERNET PERÒ TROPPO LENTO PER I SERVIZI DIDATTICI

Inoltre il fatto che sia presente una connessione a internet non basta se essa non gode di una velocità sufficiente all’utilizzo di strumenti e servizi didattici. A livello nazionale la percentuale di scuole connesse a una velocità superiore a 30 Mbps è dell’11,2% delle secondarie di primo grado, del 9% delle scuole primarie e del 23% delle scuole superiori. Si tratta di un numero nettamente inferiore rispetto al 97% di quelle genericamente connesse a internet.

DIVARIO INFRASTRUTTURALE CON GLI ALTRI PAESI

Un ulteriore indicatore del livello di digitalizzazione, spiega il report, è rappresentato dalla disponibilità per gli studenti di computer nelle scuole. Esiste un divario infrastrutturale tra l’Italia e i Paesi europei, in quanto il numero di studenti per pc risulta doppio o addirittura quadruplo rispetto alla media europea. Sarebbe opportuno un attento monitoraggio della strumentazione tecnologica nelle scuole, al fine di consentire una più oculata distribuzione delle risorse economiche necessarie al completo sviluppo digitale.

IL COORDINATORE PER L’INNOVAZIONE? MANCA

Dall’indagine emerge poi come non tutte le scuole abbiano individuato un coordinatore per l’innovazione, figura peraltro prevista dal Pnsd. In questo campo, sono soprattutto le scuole primarie a mostrare le criticità maggiori. Ciò è anche la conseguenza di una minore infrastrutturazione e di un minor utilizzo degli strumenti digitali nella didattica. Eppure è proprio in queste scuole che ci sarebbe maggior bisogno di una figura “guida”. In contesti di ritardo digitale, un coordinatore per l’innovazione si rivelerebbe ancor più utile per consentire un corretto cammino verso l’integrazione delle tecnologie digitali nella scuola.

IL CORPO DOCENTE: SOLO IL 47% È DIGITAL

Altra nota dolente: il corpo docente. Solo il 47% degli insegnanti afferma di utilizzare quotidianamente strumenti digitali nelle proprie attività didattiche, a fronte di un 5% che non li usa mai. Con la locuzione “strumenti digitali” non si fa riferimento alla sola connessione a internet, ma anche a qualsiasi device innovativo il cui funzionamento può avvenire anche offline. Nelle scuole dotate di una connessione a banda ultra-larga, la media dei docenti che si serve tutti i giorni di strumenti digitali nella didattica sale al 51%.

PROBLEMA DI COMPETENZE: NON SONO SUFFICIENTI

In ogni caso, ciò significa che la metà degli insegnanti non ha integrato le metodologie didattiche “aumentate” digitalmente nella sua pratica quotidiana. E si limita dunque a un uso sporadico degli strumenti digitali. Come emerso anche dall’indagine Oecd Talis 2013, è ragionevole ritenere che ciò sia dovuto al livello di competenze digitali del corpo docente. Quando tali competenze sono insufficenti, il docente non ha la capacità di servirsi delle tecnologie digitali quotidianamente nell’attività di formazione degli studenti. Come può questa metà anacronistica aiutare i propri allievi a sviluppare una cittadinanza digitale critica, proattiva e consapevole?

LE ATTIVITÀ: SOPRATTUTTO PRESENTAZIONI

Interessanti anche i dati in merito alle tipologie di attività svolte con le tecnologie digitali. La maggior parte dei docenti se ne serve soprattutto per la consultazione di fonti e contenuti digitali: nel 47,3% delle scuole questa attività è svolta da tutti o quasi tutti i docenti. Tra le attività digitali più diffuse figurano poi le “presentazioni” per spiegare, usate dalla maggioranza dei docenti nel 29,3% delle scuole, e l’uso di strumenti digitali per le attività di verifica e di valutazione (28,9% delle scuole). Meno diffuse, invece, le attività di condivisione tra docenti e allievi e quelle di apertura della scuola al mondo esterno.

REGIONE PER REGIONE: AL TOP L’EMILIA-ROMAGNA

Verificando la situazione regione per regione, gli istituti dell’Emilia-Romagna mostrano performance superiori al resto d’Italia in termini di infrastrutture di rete e di didattica innovativa. Appartengono alle regioni star, anche se a livelli più prossimi alla media nazionale, la Lombardia e il Friuli-Venezia Giulia. Hanno invece una connessione elevata, ma un approccio didattico tradizionale le scuole della Liguria e della Toscana. Molise, Campania, Umbria, Sicilia e Sardegna vantano tanta competenza e predisposizione al cambiamento, ma un indice di connettività al di sotto della media. Infine, ci sono le regioni più critiche: Basilicata, Calabria, Puglia, Abruzzo, Lazio e Veneto. Queste ultime presentano livelli di connettività e di innovazione didattica inferiori a quelli medi nazionali.

LE OPINIONI DEGLI INSEGNANTI: POSIZIONI DIVERGENTI

Con queste premesse, è evidente come l’esperienza (forzata) della didattica a distanza a causa del coronavirus avrà esiti variabili: da regione a regione, da scuola a scuola, da materia a materia. D’altronde lo rivelano anche gli stessi docenti, le cui posizioni nei confronti dell’insegnamento online non sono omogenee.

GLI SCETTICI: «MANCA L’INTERAZIONE CON I RAGAZZI»

C’è chi è scettico sulle potenzialità di questo modo d’insegnare. «Con la didattica online o e-learning non hai il contatto fisico, non vedi gli alunni, non sono lì presenti», spiega Pasquale Lubinu, professore di storia e filosofia all’Istituto d’istruzione superiore Antonio Segni di Ozieri. «Quando parli in video, parli a tutti nello stesso modo, ma soprattutto senza interazione: non si può fare lezione senza guardare in faccia gli studenti. Online come puoi fare un intervento differenziato? Il lavoro che si fa in classe non è trasportabile online».

GLI INTEGRATI: «È UNA GRANDE OPPORTUNITÀ»

C’è invece chi è più ottimista: «Come docente di sostegno ho scelto, insieme con i colleghi, di svolgere alcune lezioni contestualmente alla classe e altre individuali», racconta Andrea Crivelli, insegnante di sostegno al liceo delle scienze umane Contessa Tornielli Bellini di Baluardo La Marmora. «La didattica a distanza offre una grande opportunità: il docente deve preparare una lezione più mirata ed efficace ed è obbligato a utilizzare più modalità comunicative».

SUPPORTO ALLA DIDATTICA: CARTINE E DOCUMENTARI

Entrambi i docenti sono comunque concordi nell’affermare che strumenti digitali come la Lim, la linea internet e altri costituiscono un ottimo supporto nella didattica in presenza. «Se spiego storia», commenta Lubinu, «ci vuole un attimo a trovare una carta geografica su internet, un documentario su YouTube o a usare la lavagna». E anzi, sottolinea Crivelli, questi supporti digitali dovrebbero essere sfruttati di più nella didattica in presenza. «Oggi che, da scelta, la didattica online è diventata l’unica possibilità da seguire, si vede il gap tra chi vi si applicava con più attenzione da prima e chi invece non lo faceva, privilegiando forme di didattica più frontale».

IL GAP DA COLMARE: NEL REGNO UNITO SI LAVORA COSÌ DA 23 ANNI

La sensazione è che l’Italia sia ancora molto lontana dall’eccellenza e debba colmare il gap digitale che la separa da altri Paesi europei. Il Regno Unito, per esempio, ha investito tantissimo nella digitalizzazione delle scuole. L’uso delle tecnologie nel campo dell’istruzione e della formazione è stato, negli ultimi 23 anni, una delle priorità assolute per i governi britannici.

L’ESEMPIO CHE FUNZIONA: LA SAINT LOUIS SCHOOL DI MILANO

Un esempio del sistema anglosassone, qui in Italia, è la Saint Louis School di Milano. La scuola privata fa parte del Gruppo Inspired, che in Italia può contare su nove scuole: St. Louis School, International School of Milan, Monza, Como, Modena, Bergamo, Siena, Ticino e Kiddy English. Scuole come queste hanno avvertito meno il colpo, perché hanno fatto degli strumenti dell’e-learning il loro pane quotidiano, integrandoli nella didattica giornaliera. Molte delle piattaforme online utilizzate per sopperire alla chiusura sono considerate parte integrante dell’approccio di Inspired all’apprendimento misto. Inoltre, già nel 2012, le International Schools del Gruppo in Italia avevano avviato il progetto per le scuole elementari “1:1 Ipad”. Esso prevedeva l’utilizzo da parte degli studenti di tablet personali, da affiancare ai libri e ai metodi tradizionali di studio.

UNA REAZIONE RAPIDA DOPO IL DECRETO DI CHIUSURA

Il professor Stephen Rogers, preside dell’International School of Milan, racconta: «Le scuole del gruppo si sono attivate per andare online in breve tempo, praticamente dopo poche ore dal decreto di chiusura emanato dalle autorità. Questo grazie al fatto che l’e-learning è parte integrante della nostra esperienza di apprendimento quotidiana e che disponiamo di strumenti consolidati e già conosciuti dagli insegnanti e dagli studenti».

VARIETÀ DEGLI STRUMENTI: TRA VIDEOCONFERENZE E COMPITI

Con la chiusura delle scuole, il programma didattico è stato così trasferito dal frontale al virtuale con estrema facilità. «Utilizziamo una varietà di strumenti, tra cui Seesaw, ManageBac, Team Microsoft e software per videoconferenze che ci permettono di garantire la migliore gestione nella raccolta dei compiti e nella consegna dei risultati, così come di gestire lezioni “face to face” con tutti gli studenti, replicando una normale giornata scolastica», continua Rogers.

ONESTÀ ACCADEMICA: QUELLO CHE SI CHIEDE AGLI STUDENTI

Ma come rispondere all’obiezione di alcuni professori delle scuole italiane circa la difficoltà di valutare gli studenti con la didattica online? Il rischio che barino, sostengono in tanti, è molto alto. Rogers spiega che il lavoro va fatto a monte: «Abbiamo il vantaggio di conoscere bene i nostri studenti e, fin dalla più tenera età, lavoriamo insieme a loro sul concetto di onestà accademica. Hanno abbracciato il cambiamento nel modo in cui li incoraggiamo sempre a fare, con coraggio, senso di responsabilità e apertura mentale».

APPRENDIMENTO CREATIVO: UN MODO PER SPERIMENTARE

La chiusura delle scuole a causa del Covid-19 è stata vissuta come una grande opportunità, più che come un ostacolo, dalle scuole del Gruppo. «Gli insegnanti hanno trovato il modo di incontrarsi virtualmente per pianificare insieme le attività», racconta Rogers, «mentre gli studenti sono andati oltre la semplice ricezione di istruzioni. Possono condividere i loro risultati online e lavorare insieme in piccoli gruppi in una varietà di modi innovativi». Insomma, un’occasione per sperimentare modalità nuove e creative d’apprendimento, che pian piano anche le scuole italiane potrebbero imparare ad apprezzare.