Se Obama prova a fare Reagan

Mario Margiocco
31/01/2011

Senza idee per risolvere il disastro dei conti pubblici, il presidente riprende il populismo reaganiano.

Se Obama prova a fare Reagan

In uno de più bei libri europei sugli Stati Uniti, il poeta e Nobel polacco Czeslaw Milosz da tempo ‘esule’ a San Francisco, tratteggiava così la potenza del mito americano in Europa. «La leggenda popolare dell’America così forte in Europa, abbellisce tuttavia qualcosa che non andrebbe idealizzato. Come molte leggende, è mantenuta forte e in vita da quanto non dice, e seleziona solo gli aspetti attraenti di una realtà complessa» (Visions from San Francisco Bay, Farrar Straus Giroux, New York, p. 42).
Anche il recente discorso sullo stato dell’Unione del presidente Obama, la risposta dei repubblicani, e altre importanti notizie americane dei giorni scorsi andrebbero lette alla luce di questo caveat.
TUTTO CAMBIATO. Milosz scriveva alla fine degli anni 60. Quarant’anni dopo, è il momento di qualche aggiornamento in più, e qualche ingenuità in meno.
I grattacieli svettano sempre, a Manhattan, ma qualcosa non è più lo stesso. Chi addita più, dopo il 2008, l’efficienza e la serietà di Wall Street?
È una storia lunga, che si potrebbe raccontare partendo dall’epitaffio ideale coniato per un presidente molto amato, Ronald Reagan, celebrato in questi giorni anche in Italia a un secolo dalla nascita, e sulla cui tomba irrispettosamente l’economista Lester Thurow suggeriva di sistemare il seguente memento: «Quando Ronald Reagan diventò presidente, gli Stati Uniti erano il primo creditore al mondo. Quando lasciò la presidenza, erano il maggior debitore».

Il mega-debito Usa: Obama senza soluzioni

Siamo oggi a uno squilibrio dei conti esteri, non solo debiti esteri in senso stretto (8 mila miliardi), ma calcolando anche la differenza fra quanto gli Usa possiedono all’estero e quanto gli stranieri negli Usa, di circa 4 mila miliardi di dollari.
Il debito pubblico, quello vero, compreso il debito di Stati ed enti locali, più una metà almeno di quanto dovuto dalle megafinanziarie immobiliari Fannie e Freddie di cui Washington assicura la solvibilità, è superiore ai 20 mila miliardi e al 140% del Pil.
Il consenso è che così non si può andare avanti.
Il concetto stesso di America è a rischio se non si riporta ordine e solvibilità di lungo periodo. Il presidente Obama si è occupato del problema martedì 25 gennaio parlando al Congresso e alla nazione, ma per dire che il Paese «non sarà seppellito sotto una montagna di debiti». Accidenti, «siamo già sepolti sotto una montagna di debiti», è stato subito osservato (vai alla fonte).
OBAMA DELUDENTE. Il Washington Post ha parlato nel suo editoriale di «un deludente discorso sullo Stato dell’Unione». Deludente non perché sbagliato, anzi in molte parti condivisibile, ma perché non dice da dove verranno i soldi per finanziare tutto ciò che il discorso definisce necessario e urgente. «La realtà, come Obama sa benissimo, è che il Paese va verso una catastrofe finanziaria se non vengono prese alcune decisioni impopolari» (vai alla fonte), dice il Washington Post, che non è l’arcigno Wall Street Journal, ma un giornale di lunga tradizione progressista. Anche se conquistato recentemente dalla linea dei “falchi”, in materia budgetaria.
«Dobbiamo dimostrare grande serietà, assicurandoci che alcune delle difficili decisione necessarie siano prese durante il mio mandato, senza aspettarne un altro», aveva detto Obama nel gennaio 2009, pochi giorni prima dell’inaugurazione (vai alla fonte).
SFIDA BIPARTISAN. Ma per ora non c’è nulla di specifico, e il tono generale del discorso del 25 gennaio è stato quello di un invito bipartisan a rimboccarsi le maniche, e di una piattaforma elettorale per il voto del 2012, con tutte le decisioni difficili rinviate a dopo quella data. 
È improbabile tuttavia che i mercati aspettino due anni senza chiedere maggiori assicurazioni per finanziare il debito americano. Il Paese sul cruciale tema del bilancio ascolta molte parole e riceve poca leadership (vai alla fonte).
Dei 14 mila miliardi che formano il debito federale americano in senso stretto, limite superato all’inizio di gennaio 2011, oltre 7 mila sono stati aggiunti dai due ultimi presidenti, quattro da Bush e tre da Obama. Praticamente tutto il peggioramento delle prospettive budgetarie tra il gennaio 2008 e il gennaio 2010, secondo le proiezioni del Congressional budget office, peggioramento pari al 40% del Pil, rappresenta il costo della crisi finanziaria e delle sue conseguenze (vai alla fonte).

Casa bianca senza idee: gli Usa temono il giorno del giudizio

Le indicazioni che molti speravano di trovare nel discorso di Obama potrebbero essere, ci si augura, nel progetto di bilancio che la Casa Bianca presenta a febbraio. O se non sarà il governo a farlo potrebbe essere l’opposizione repubblicana a imporle, tenendo fede alla promessa di trasformare a marzo il voto per l’innalzamento del tetto del debito federale nel momento della verità per i conti pubblici americani.
Per poter funzionare, il sistema federale ha bisogno di non oltrepassare il tetto massimo di indebitamento consentito dal Congresso.
A fine marzo l’attuale massimo di 14.294 verrà superato e da tempo i repubblicani promettono battaglia, forti tagli di spesa in cambio del sì all’innalzamento del debito. Rispondendo ufficialmente al discorso presidenziale, il più noto esperto budgetario tra le file repubblicane, il deputato del Wisconsin Paul Ryan, ha ricordato che se il giorno del giudizio per alcuni Paesi europei è già arrivato, «per l’America è dietro l’angolo. E questo è il momento di agire».
COME 16 ANNI FA. Chi si aspetta per marzo uno show down budgetario a Washington dovrebbe tuttavia farlo con prudenza. Una analoga situazione 16 anni fa, nel 1995, quando il debito era di ciquemila miliardi, vide alla fine i repubblicani perdere politicamente. Cercarono di forzare la mano al presidente, bloccarono per settimane il finanziamento federale, per soccombere alla fine davanti a un Clinton che rivestì il ruolo del leader responsabile a fronte di un’opposizione ostruzionista. È difficile che i repubblicani vogliano ripetere l’esperienza.
Presentarsi poi come i paladini della sana amministrazione è per i repubblicani, che una volta erano molto affezionati a questo ruolo, da 30 anni difficile, perché da 30 anni sono le amministrazioni repubblicane, quelle di Reagan e di Bush figlio in particolare, che hanno fatto saltare i conti pubblici.

Il presidente tenta di rilanciarsi: slogan da nuovo Reagan

Reagan trovò un debito federale in senso stretto – Stati, enti locali e altri obblighi esclusi – pari al 32% del Pil e lo lasciò salire fino al 53%, Clinton riuscì a farlo scendere dal 66 al 56, mentre Bush figlio passò dal 56 all’86, e Obama sta per arrivare al 100 per cento, complice la crisi finanziaria.
Di Reagan il suo primo ministro del Bilancio, David Stockman, diceva che di numeri non se ne intendeva. E l’allora leader della maggioranza democratica alla Camera, Tip O’Neill, sosteneva che Reagan fosse così digiuno di numeri «da non riuscire neppure a condurre una conversazione sui temi del bilancio. E questa è una totale e profonda disgrazia».
LA VODOO ECONOMICS. Reagan aveva una gigantesca, romantica fiducia nel sistema americano. Non solo parlava al suo popolo, parlava in nome del suo popolo, dando corpo all’enorme fede e speranza nell’America. E questa fu la chiave del suo successo. Più basse le tasse, meglio avrebbe lavorato la macchina produttiva.
I repubblicani a questo sono rimasti, e hanno soltanto drastici programmi di spesso impossibili tagli di spesa, senza aumento delle entrate. Sono ancora al punto della vodoo economics che ha fatto esplodere il debito e che ritroverà il senno solo se costretta drasticamente dai mercati.
Sono stati i repubblicani a votare sì, spesso ben più dei democratici, in modo schiacciante, per tutte le maggiori voci di spesa che hanno massacrato il bilancio, dai tagli fiscali del 2001 e 2003 alla spesa farmaceutica (Medicare D) del 2003 ai rinnovo dei tagli fiscali del dicembre 2010 (vai alla fonte).
Già Carter alla fine degli anni 70, e lo stesso Reagan nel suo primo mandato, dovettero tenere conto del nervosismo dei mercati e rivedere la politica fiscale. Questa volta il messaggio, quando arriva, e potrebbe arrivare presto, rischia di essere durissimo.
E Obama? Obama pensa alla rielezione. E spera che i nodi della spesa e delle tasse possano essere rinviati al 2013. Ma non sarà così semplice.
SULLE CAUSE DELLA CRISI POCHE INDAGINI. Intanto cerca di essere un nuovo Reagan, di parlare al popolo americano, di infondere fiducia, in attesa di poter dichiarare ad alta voce che «America is back». Non ha altra scelta, nella speranza che l’economia riparta davvero e la disoccupazione crolli, cosa che nessuno prevede nei prossimi due anni.
Intanto il 27 gennaio la Commissione d’indagine sulla crisi finanziaria ha presentato il suo rapporto. Offre varie informazioni interessanti, tra cui un giudizio del presidente Fed, Ben Bernanke che conferma essersi trattato della peggior crisi finanziaria nella storia globale, peggio del 29. Il rapporto dice che la crisi non era inevitabile, e indica responsabilità diffuse, ma non sufficientemente precise. Non va oltre. Adeguandosi a una scelta, fatta dall’intera Washington e dall’amministrazione Obama, di non indagare troppo.
E chi può chiedere agli americani i sacrifici necessari a rimettere in carreggiata il bilancio, dopo una crisi finanziaria costata migliaia di miliardi, non ancora risolta, e senza responsabili?

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