Sergio Colombo

Quanto è fattibile davvero un secondo referendum sulla Brexit

Quanto è fattibile davvero un secondo referendum sulla Brexit

20 Gennaio 2019 17.00
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Lo chiedono più partiti dell'opposizione. Lo sostengono decine di capi d'industria da tutto il Regno Unito. Lo invocano organi di stampa, Independent in primis. Il secondo referendum sulla Brexit, ribattezzato People's Vote, sembra diventato la soluzione più popolare ai mali di un Paese rimasto impantanato nelle conseguenze della prima, avventata consultazione. Eppure, una nuova chiamata alle urne resta, al momento, una opzione di difficile attuazione, zavorrata com'è da una serie di problematiche: politiche, organizzative e, anzitutto, culturali.

IL NODO CULTURALE: LA RILUTTANZA A RIDISCUTERE IL PARERE POPOLARE

A differenza di quanto avviene in Italia, dove negli anni i cittadini sono stati chiamati a esprimersi in più occasioni su uno stesso argomento – si pensi all'ambiente o al nucleare -, nel Regno Unito la tradizione impone che il verdetto dei sudditi di Sua Maestà sia irrevocabile. «Una volta che il popolo ha dato il proprio parere, la politica non glielo va a richiedere. Specie a distanza di così poco tempo», spiega a Lettera43.it il ricercatore dell'Ispi Antonio Villafranca. «Il leader di turno lo sa, e agisce di conseguenza». Emblematico in questo senso è quanto accadde nel 2014 con il referendum sull'indipendenza della Scozia: vinse il "No", si moltiplicarono gli appelli per una nuova consultazione, ma alla fine non se ne fece nulla.

Se oggi l'ipotesi è concretamente sul tavolo è perché il rebus Brexit obbliga a considerare anche l'extrema ratio. L'accordo per l'uscita del Regno Unito dalla Unione europea, raggiunto a novembre del 2018 dalla premier Theresa May, è stato affossato il 15 gennaio scorso dalla House of Commons, con numeri (432 "No" contro 202 "Sì") che lasciano intendere come, su queste basi, una maggioranza parlamentare sia irraggiungibile. E allora, per scongiurare una exit senza accordo dalla Unione europea, il cosiddetto no deal, che potrebbe costare a Londra più del 10% del Pil in 15 anni, dai quattro angoli del Regno si leva sempre più forte l'invito a convocare un secondo referendum.

LA POSIZIONE DEI PARTITI: UN CONSENSO TRASVERSALE MA FRAMMENTATO

Gli ultimi a unirsi al coro sono stati 130 imprenditori che, in una lettera pubblicata il 17 gennaio sul Times, hanno «sollecitato la leadership di entrambi i principali partiti (Tory e Labour, ndr) a sostenere il People's Vote». E se May è contraria, perché un ritorno alle urne rischierebbe di segnare il fallimento del suo mandato politico, neanche il leader del centrosinistra Jeremy Corbyn è favorevole. Nonostante una timida apertura, il 17 gennaio, alla possibilità di una consultazione, il numero uno del Labour preferisce, almeno per ora, insistere sulla sfiducia alla premier già arenatasi una volta -, nel tentativo di prendere il posto di May al 10 di Downing Street. Nel suo partito, però, non mancano i deputati – un centinaio circa – che chiedono a gran voce il People's Vote, gradito anche all'86% degli iscritti.

Tra gli altri partiti dell'opposizione, lo Scottish National Party (35 deputati), i i Liberal Democrats (12), i gallesi di Plaid Cymru (4) e il Green party (1) sono a favore. E anche tra le fila dei Tory il numero di chi tornerebbe a bussare alla porta dei cittadini è in crescita costante, in scia all'ex ministro dei Trasporti, nonché fratello del brexiteer Boris, Jo Johnson, che ha già detto di appoggiare il People's Vote: si va da Philip Lee a Justine Greening, passando per quel Dominic Grieve ideatore dell'emendamento che costringe il governo a presentare alla House of Commons un piano alternativo all'accordo bocciato il 15 gennaio. Entro le mura del parlamento, dunque, gli sponsor di un secondo referendum non mancano. Il problema è che, oltre a non avere al momento una maggioranza chiara, sono in disaccordo tra di loro sul modo in cui questo quesito bis andrebbe declinato. «E questo», nota Villafranca, «indebolisce ulteriormente la loro posizione».

NO DEAL, REMAIN, ACCORDO "RITOCCATO": IL PUZZLE DEI QUESITI

In questo quadro, le correnti di pensiero a Westminster sono variegate. La prima, osteggiata dal Labour e dallo Scottish National Party, prevede che venga chiesto ai cittadini di scegliere tra il no deal e una versione rivista dell'accordo May. Il "ritocco", da negoziare nelle prossime settimane con l'Ue, non riguarderebbe il documento principale dell'intesa, 585 pagine che disciplinano in maniera vincolante i termini dell'exit di Londra e che sono giudicate pressoché off-limits da Bruxelles, bensì la dichiarazione politica che l'accompagna e che riguarda le relazioni future tra il Regno e l'Unione. «In aggiunta», dice Villafranca, «potrebbero essere apportate lievissime modifiche alla parte riguardante il meccanismo di backstop», che rischia di creare un confine invisibile in tema di circolazione delle merci tra Belfast e il resto della Corona. E che per questo è inviso ai 10 deputati unionisti nordirlandesi del Dup, alleati di May. In una seconda ipotesi di referendum, la stessa versione rivista dell'accordo May sarebbe contrapposta all'opzione Remain. Alternativamente, la terza opzione sarebbe proporre la scelta tra permanenza in Ue e no deal.

È da considerare anche la possibilità di un quesito a tre risposte: accordo May, no deal, Remain. La controindicazione, per gli euroscettici, è che il fronte del Leave si spaccherebbe in due. E allora la soluzione potrebbe essere impostare la scelta su due livelli. Primo: restare o uscire dalla Ue. Secondo: in caso di uscita, con l'accordo May o senza accordo. Sullo sfondo, un'altra ipotesi che rimbalza tra i deputati, ma che non sembra percorribile, vedrebbe da una parte la permanenza nella Unione europea e dall'altra una Brexit più soft di quella al momento sul tavolo, «in cui», dice Villafranca, «il Regno Unito resterebbe nel mercato unico: non solo l'unione doganale, dunque, ma anche la libera circolazione dei lavoratori». Questa Brexit, scontrandosi con l'opposizione dei conservatori, richiederebbe la caduta dell'esecutivo May e l'insediamento di una nuova maggioranza di governo a trazione Labour. Ma, soprattutto, passerebbe giocoforza per una rinegoziazione dell'intero accordo, non solo della dichiarazione politica. E per Bruxelles, come detto, l'opzione non è sul tavolo.

I TEMPI: RINVIO DELLA SCADENZA E 22 SETTIMANE PER ARRIVARE AL VOTO

Qualunque strada venisse intrapresa, Londra dovrebbe chiedere un rinvio della scadenza per la Brexit, fissata al 29 marzo 2019. Quanto alla durata dell'iter referendario, le stime effettuate dalla Constitution Unit della Ucl (University College London) parlano di circa 22 settimane. Oltre cinque mesi. Il combinato disposto di questi intralci – tra una maggioranza parlamentare tutta da verificare, veti incrociati sul quesito da sottoporre, tempi lunghi, peraltro a cavallo di elezioni europee che non vedono la partecipazione dei britannici, e una riluttanza atavica a rimettere in discussione il parere popolare – rende complicato il ricorso a una seconda consultazione. Tuttavia, la situazione è fluida. E il levarsi all'orizzonte dell'ombra di un no deal potrebbe cambiare le carte in tavola. «Il secondo referendum», conclude Villafranca, «potrà concretizzarsi soltanto nel contesto di una situazione politica ingestibile e fuori controllo». E quel momento non è arrivato. Non ancora, perlomeno.

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