Senkaku, impresa da attivisti

Matteo Miavaldi
23/08/2012

Piantata la bandiera cinese nelle isole contese con il Giappone.

Senkaku, impresa da attivisti

da Pechino

Partire da attivisti, tornare da eroi. Dopo che venerdì 17
agosto un primo gruppo di sette attivisti era stato rimpatriato
dal Giappone, mercoledì 22 gli altri sette membri
dell’equipaggio della Kai Fung 2 hanno attraccato al porto di
Tsim Sha Tsui, Hong Kong, accolti da centinaia di sostenitori
galvanizzati da un’impresa che non si ripeteva da 16 anni:
piantare la bandiera cinese sulle isole Diayou.
L’IPOTESI DI UNA POSSIBILE INTESA. Il
capitano Yeung Hong, intervistato dal South China Morning
Post
, ha parlato di «miracolo», negando che la riuscita
della missione nazionalista sia stata agevolata da un’intesa
a tre tra Hong Kong, Repubblica popolare cinese e Giappone per
abbassare il livello dello scontro diplomatico.
«Non avevamo idea di cosa stesse tramando il Giappone», ha
spiegato il 45enne Yeung raccontando che l’imbarcazione degli
attivisti era circondata da ben 17 vedette giapponesi. «Abbiamo
semplicemente approfittato dei loro errori e siamo andati avanti
poco alla volta».
Lo Chau, proprietario della Kai Fung 2, ha esaltato invece la
determinazione dei suoi «fratelli», che ha reso possibile
l’apertura di una breccia nel cordone della marina e il
raggiungimento della «vittoria».
UNA ONG IN DIFESA DELLE DIAYOU. La rete di
attivisti per la difesa della sovranità cinese sulle isole
Diayou era frammentata, formata da cellule indipendenti nate
nella Cina continentale, a Taiwan, Hong Kong e Macao. Fino a
quando, all’inizio dell’anno, non è stata fondata la
World chinese alliance in defence of the Diayou islands (Wcadd),
la Ong che riunisce attivisti animati da spirito patriottico
tipico della loro generazione: molti degli affiliati, ammette il
capitano Yeung, hanno già passato la sessantina.
«Forse non abbiamo fatto abbastanza per reclutare nuove leve, ma
ci muoveremo in questo senso», ha dichiarato Yeung al
South China Morning Post.

Pechino teme le azioni degli attivisti anti-giapponesi

L’entusiasmo e l’intraprendenza degli attivisti sono
spesso motivo di imbarazzo per le autorità di Pechino, che
vedono questo tipo di iniziative dimostrative come azioni di
disturbo fuori controllo e dalle conseguenze molto
pericolose.
Le manifestazioni spontanee anti-giapponesi che
hanno invaso le strade di molte città cinesi
sono la
dimostrazione pratica di come sia facile perdere il polso della
situazione, con conseguenze gravi sia a livello diplomatico sia
commerciale. Per questo le istituzioni, almeno ufficialmente,
tendono a considerare gli attivisti non governativi come dei
piantagrane.
GOVERNO CONTRO IL PATRIOTTISMO. La polizia
marittima di Hong Kong, per esempio, teneva la Kai Fung 2 sotto
sorveglianza 24 ore su 24 e per ben sette volte le ha impedito di
mollare gli ormeggi, appellandosi a cavilli del codice come il
divieto di utilizzo di pescherecci per attività non legate
strettamente alla pesca.
Allo stesso modo Tong Zeng, presidente della pechinese China
federation of defending Diayou islands, ha raccontato al
Global Times di essere stato perseguitato dalle
autorità negli Anni 90: «Penso questo succeda perché il
governo non condivide l’entusiasmo patriottico
dell’opinione pubblica», ha detto Tong, «e questo deve
cambiare».
LA POPOLAZIONE VUOLE DARE AIUTO. Infiammati da
un sentimento anti-giapponese, una considerevole fetta della
società cinese considera l’approccio di Pechino alla
questione della sovranità delle Diayou troppo soft e alcuni
agiscono con irruenza, convinti di non intralciare, bensì
aiutare il proprio governo.
«Capiamo che il governo ha intenzione di risolvere il problema.
Noi rendiamo solo le cose più facili», ha spiegato al
Global Times Li Yiqiang, vicedirettore della Wcadd già
noto alle forze dell’ordine per delle proteste contro la
costruzione di uno stabilimento chimico a Xiamen, nella provincia
del Fujian.
FINITI I TEMPI PER LA DIPLOMAZIA. I tempi della
politica e l’arte della diplomazia, per la pancia del Paese,
sono sintomo di debolezza e perdite di tempo. Gli ultrà delle
Diayou a stelle gialle su campo rosso sono sanguigni e impulsivi,
anche a sprezzo della propria incolumità.
Fang Xiaosong, uno dei 14 della Kai Fung 2, è riuscito a mettere
piede sull’isola contesa dopo 10 giorni di navigazione e
ripetuti scontri con le vedette giapponesi. E non sapeva nemmeno
nuotare.