Superlega e calciatori home grown, due sentenze che stravolgono un’Uefa in confusione

Pippo Russo
22/12/2023

Le decisioni del 21 dicembre 2023 sono figlie di quella del 1995, quando grazie al caso Bosman si liberarono i giocatori dai vincoli coi club. Già il presidente Johansson a fine Anni 90 calò le braghe sulle modifiche della Champions chieste dalle squadre d'élite. E oggi la svolta sui baby cresciuti in casa rende carta straccia le cosiddette "liste". Così l'organizzazione di Ceferin si dimostra incapace di leggere i mutamenti in corso.

Superlega e calciatori home grown, due sentenze che stravolgono un’Uefa in confusione

Il 21 dicembre 2023 è destinato a rimanere nella storia come uno dei giorni più neri per l’Uefa. Forse il più nero in assoluto. Si tratta soltanto di capire quanto più profonde saranno le conseguenze rispetto all’altra data cui è legato uno shock che anche in quel caso fu impresso da una sentenza della Corte di Giustizia europea: il 15 dicembre 1995, giorno in cui venne pronunciata la sentenza Bosman. E in fondo tutto quanto parte proprio da lì e giunge ai giorni nostri con la svolta sulla Superlega e sui calciatori home grown. Che sono vicende partite entrambe come conseguenze della decisione che nel 1995 liberò i calciatori professionisti dal vincolo «a vita» (cioè, valido anche dopo la scadenza del contratto) coi loro club e abbatteva i limiti alla libera circolazione e all’utilizzo in campo degli atleti comunitari nelle manifestazioni sportive organizzate nello spazio dell’Ue. Da allora la sola costante che si può riscontrare è proprio la debolezza della confederazione calcistica europea, ancora una volta incapace di affrontare le dinamiche in corso e i mutamenti politico-economici maturati in un mondo sempre più complesso qual è quello del calcio globale.

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L’ex calciatore belga Jean-Marc Bosman nel 1995 assieme ai suoi avvocati (Getty).

I superleghisti si erano fatti avanti negli Anni 90 con Media Partners

Bisogna partire dalla sentenza Bosman per comprendere l’onda lunga della Superlega. Del campionato europeo d’élite si cominciò a parlare alla fine degli Anni 90 e in quel momento la prospettiva pareva anche più forte di adesso. Le fila del progetto erano tirate da un attore denominato Media Partners, che aveva pure avviato una prima azione in sede di Commissione europea utilizzando lo strumento di sempre: l’ipotesi di un abuso di posizione dominante. La struttura del campionato secessionista era stata anche più che abbozzata e cadeva in un momento che vedeva l’Uefa, allora guidata dallo svedese Lennart Johansson, in condizione di estrema debolezza proprio a causa della sentenza Bosman. Una debolezza tale da portare la confederazione europea a calare le braghe davanti alle istanze di Media Partners e del gruppo di club europei d’élite denominato G14 (già allora ne facevano parte Inter, Juventus e Milan), che chiedevano un diverso e meno democratico format delle coppe europee.

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L’ex presidente dell’Uefa Lennart Johansson (Getty).

Il grottesco cambiamento “in corsa”: un’umiliazione per l’Uefa

Fu così che nel 1999 l’Uefa cambiò in corsa la formula della Champions League, disegnandola nella versione che può prevedere la partecipazione di quattro squadre provenienti dai campionati nazionali di migliore ranking. Ma il dettaglio più grottesco di questo cambiamento fu che venne reso immediatamente operativo, già dalla successiva stagione agonistica, quando in genere tali cambiamenti di format vengono varati per essere applicati almeno due stagioni dopo. In pratica, la nostra Serie A iniziò la stagione 1998-99 con la prospettiva che per la Champions si qualificassero due squadre ma poi a stagione in corso scoprì che i posti per la coppa maggiore erano diventati quattro. Un’umiliazione per l’Uefa, ma spacciata come il raggiungimento della pacificazione.

Ceferin prova a fare il muso duro negando ogni mediazione

Da allora la prospettiva della Superlega è stata costantemente agitata dai club d’élite (nel frattempo il G14 si era sciolto per essere ammesso in Uefa sotto la forma di European club association, l’Eca) con lo scopo di ottenere sempre più concessioni dalla confederazione europea. Lo strappo di aprile 2021, col fallimento del progetto superleghista che si è avuto esclusivamente per insipienza degli organizzatori, ha trovato ancora una volta l’Uefa impreparata, ma con un presidente (lo sloveno Aleksander Ceferin) che a differenza del predecessore svedese ha provato a mostrare la faccia rabbiosa. Con l’effetto di negarsi ogni ipotesi di mediazione. È stato proprio lui a uscire, più di chiunque altro, con le ossa rotte da questo 21 dicembre 2023.

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Il presidente dell’Uefa Aleksander Ceferin, in primo piano (Getty).

Gli home grown dovevano servire a preservare la nazionalità

L’altra scoppola per l’Uefa è giunta dalla bocciatura della disciplina sugli home grown, i calciatori “cresciuti in casa” cui riservare una quota nelle liste di tesserati da iscrivere alle manifestazioni Uefa. Si è trattato di un tentativo di preservare il principio di nazionalità dall’impatto delle forti migrazioni determinate dalla sentenza Bosman. L’obiettivo era proteggere la possibilità che le rappresentative nazionali avessero ancora un bacino di atleti cui attingere. In realtà si è andati incontro a effetti contrari, come per esempio il saccheggio di minorenni provenienti da Paesi in via di sviluppo (ragazzini sottoposti a successiva naturalizzazione) da parte di club e rappresentative nazionali.

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I giocatori dell’Anversa, il club che ha vinto in tribunale contro l’Uefa sulla questione dei calciatori home grown (Getty).

Da qui in poi le cosiddette “liste Uefa” diventano carta straccia

Ma al di là dell’elemento di eterogenesi dei fini, era chiaro che una disciplina del genere fosse totalmente disallineata rispetto ai principi di libera circolazione e libera concorrenza che la sentenza Bosman ha sancito per i lavoratori dello sport. Personalmente, abbiamo scritto più volte che questa disciplina sarebbe rimasta in piedi soltanto fino a che qualcuno non l’avesse attaccata in tribunale. Quel qualcuno è stato l’Anversa, club della massima divisione calcistica belga. Che come facilmente pronosticabile si è visto dare ragione. L’effetto è che da qui in poi le cosiddette “liste Uefa” diventano carta straccia. Ma rischia di diventarlo l’Uefa stessa, sempre più incapace di leggere strategicamente e politicamente i mutamenti in corso.