Senza riforme salari al palo

Alessandro Da Rold
27/09/2010

Pietro Ichino, punta il dito contro governo e sindacati

Senza riforme salari al palo

Bassa produttività delle nostre imprese e incapacità del Paese di attirare il meglio dell’imprenditoria mondiale e i suoi capitali. Per Pietro Ichino, docente di diritto del lavoro all’università di Milano e senatore del Partito Democratico, queste sono le motivazioni che stanno alla base della perdita del potere di acquisto degli italiani negli ultimi 10 anni denunciata lunedì 27 settembre 2010 dalla Cgil. «Su questo terreno siamo il fanalino di coda in Europa: peggio di noi nell’ultimo decennio ha fatto soltanto la Grecia», ha sottolineato Ichino.

Domanda:Perché si è perso così tanto potere d’acquisto?
Risposta: Che le retribuzioni dei lavoratori dipendenti italiani siano nettamente più basse rispetto a i nostri maggiori partner europei non è una novità. Tra le cause metterei al primo posto la minore produttività nelle aziende italiane, questo è il problema cruciale. Ma va considerato anche, sia pure in minore misura, il contenuto assicurativo più elevato che caratterizza i contratti di lavoro subordinato italiani rispetto a quelli degli altri maggiori Paesi europei.
D. E all’estero?
R. All’estero la situazione è nettamente differente. Nei maggiori Paesi europei non ci si limita a subìre la parte “cattiva” della globalizzazione, cioè le delocalizzazioni e la concorrenza dei Paesi emergenti nella fascia professionale bassa del mercato del lavoro, ma si cerca in tutti i modi di beneficiare della parte buona, cioè la possibilità di attirare il meglio dell’imprenditoria mondiale e i suoi capitali.
D. Che cosa bisogna fare per invertire questa tendenza?
R. Innanzitutto ridurre l’Irpef sui redditi di lavoro fino a mille euro al mese. Poi aprirci al capitale straniero. Se riuscissimo ad allinearci alla media europea potremmo contare su decine di miliardi di euro di investimenti in più ogni anno.
D. Che cosa ce lo impedisce?
R. Alcune nostre tare strutturali.
D. Quali?
R.I difetti di funzionamento delle amministrazioni pubbliche, i limiti delle nostre infrastrutture, il costo troppo alto dei servizi alle imprese, dovuto a un difetto di concorrenza nei rispettivi mercati. Ma tra le cause principali della nostra pessima performance vanno individuate anche l’inconcludenza del nostro sistema delle relazioni industriali e l’illeggibilità e incomprensibilità per gli stranieri del nostro diritto del lavoro.
D. Certo, la crisi economica non aiuta…
R. Vero, ma alcune cose potrebbero essere fatte comunque.
D. Per esempio?
R. Abbassare l’Irpef sui redditi di lavoro. E poi ci sono due riforme che non costerebbero nulla. Innanzitutto, dettare le regole affinché la coalizione sindacale maggioritaria possa contrattare in azienda un piano industriale innovativo, anche quando questo comporta una deroga rispetto al contratto collettivo nazionale. Se il sistema delle relazioni industriali non riesce a darsi da solo queste regole, occorre che intervenga il legislatore, sia pure soltanto in via provvisoria e sussidiaria.
D. E la seconda riforma?
R. La semplificazione del diritto del Lavoro. Un esempio di come entrambe le misure potrebbero essere formulate è costituito da due disegni di legge, il n. 1872 e il 1873, che ho presentato nel novembre 2009 con altri 54 senatori. Si tratta di un “Codice del lavoro” composto di soli 70 articoli, che può sostituire in un colpo solo 200 leggi in vigore. Norme semplici, comprensibili a tutti e traducibili in inglese.
D. I sindacati hanno responsabilità?
R. L’intero sistema delle relazioni sindacali, per eccesso di centralismo e per paura delle innovazioni cattive, si è chiuso anche a quelle buone. In questo hanno una responsabilità i sindacati dei lavoratori ma ne hanno anche le associazioni imprenditoriali, Confindustria in particolare. Anzi, spesso su questi temi ho trovato più resistenze e sordità nell’apparato confindustriale che in quello delle confederazioni sindacali maggiori, Cgil compresa.