Senza secondi Fini

Daniele Lorenzetti
14/12/2010

Tre politologi analizzano il dopo voto in Parlamento.

 

Svolta politica o vittoria di Pirro, successo solo numerico oppure strategico? L’epilogo del B-day ha lasciato lo stesso inquilino a palazzo Chigi e un palazzo frastornato dagli interrogativi. Partono da qui tre autorevoli politologi nell’analizzare con Lettera43.it il voto delle Camere sul governo. Un voto che, dicono, comunque un colpo sicuro lo mette a segno, sbarrare la strada alle ambizioni di altri possibili premier. Rimasto Silvio, il problema ora, concordano gli osservatori di palazzo, è quali spazi di manovra si aprono. Capire insomma quanto e come potrà cambiare una situazione «incancrenita da mesi». Senza escludere un colpo di scena, con il premier pressato da Bossi che decide di precipitare lui stesso la crisi verso quelle urne che quasi tutti vedono materializzarsi per la primavera.
«Al Paese sarebbe servito un risultato più chiaro in un senso o nell’altro» dice a Lettera43.it il costituzionalista Michele Ainis, «invece restiamo in bilico tra risse e cambi di casacca. Uno spettacolo becero, ma attenti a dire che il parlamento non rappresenta l’Italia, questo è tristemente diventato un Paese di risse continue». «Non mi sembra che nessuno possa realmente cantare vittoria», dice Ainis, «Fini certo è il primo sconfitto, ma un po’ sconfitti sono tutti, anche Berlusconi e l’opposizione che ha fatto da spettatrice».
Sfumature diverse da Gianfranco Pasquino, docente dell’Università di Bologna, secondo il quale indubbiamente il premier emerge rafforzato dal no alla sfiducia: «Avrà convinto la Polidori o la Siliquini anche solo offrendo loro un posto sicuro in lista. Berlusconi ha uno straordinario potere politico, mediatico ed economico, e questo non lo scopriamo ora. Ma bisogna anche dire con franchezza che l’altro esito, l’eventuale sfiducia, doveva essere costruito molto meglio. Nessuno sapeva quale altra prospettiva aprisse».

D’Alimonte: «Berlusconi rimane dominus della situazione»

E ora? La domanda del minuto dopo, dentro e fuori il Parlamento, è quanto potrà durare un governo ancora in sella ma tecnicamente “di minoranza” visto che non ha ottenuto il quorum dei 316 deputati, cioè la maggioranza assoluta a Montecitorio. «Di fatto», sostiene Pasquino, «la maggioranza alla Camera non è operativa e nelle Commissioni avrà straordinaria difficoltà a imporre un’agenda. Una cosa è sopravvivere, una cosa governare». «Inutile giraci attorno», aggiunge Ainis, «così non potrà andare avanti a lungo, considerando il peso delle questioni economiche e sociali che incombono e l’ipotesi di allargare all’Udc dopo lo scontro che c’è stato sembra remota».
Roberto D’Alimonte, analista politico ed elettorale, docente all’Università di Firenze, vede un premier che «comunque guadagna tempo, non viene spodestato e rimane nel dominio della situazione. Ora ha davanti a sé due strade: o ce la fa ad allargere la maggioranza, con un’intesa tra Lega e Udc, o sceglie lui la strada delle urne se non gli riesce».
Pasquino azzarda che potrebbe essere proprio Berlusconi a tentare una riforma della legge elettorale del Senato, prima del voto, «anche se quello che non va bene sono proprio le liste bloccate, quei parlamentari nominati dai leader che sono uno dei cardini dell’attuale legge elettorale e che l’attuale maggioranza non ha di certo l’intenzione di smontare».

Ainis: «c’è un trasformismo di singoli di marca ottocentesca»

Certo, per tutti il 314 a 311 a Montecitorio cancella ipotesi di altri esecutivi o altre premiership in questa legislatura. Un serio colpo alla strategia dell’opposizione, che aveva puntato le sue carte su un governo di transizione per superare il berlusconismo. Un’opposizione che per Pasquino «è quella che è, con un leader onesto, abbastanza capace ma  non entusiasmante. Deve imparare a pensare in tempi medi ricostruendo una politica». E D’Alimonte rincara: «il Pd è in condizioni molto difficili, stretto tra Casini e Di Pietro. Lasciare il secondo per il primo probabilmente spaccherebbe il partito».
Poi ci si potrebbe anche chiedere quale immagine offra una politica che si affida ai voti all’ultima chiamata, tra denunce di compravendita e improvvise “crisi di coscienza” di un pugno di anonimi peones. «In linea teorica», risponde Ainis, «decidere all’ultimo secondo potrebbe significare che ci sono deputati che ascoltano e poi decidono in base a ciò che avviene in aula. Ma se passiamo dalla teoria all’osservazione della prassi, quello sotto gli occhi di tutti è puro trasformismo di marca ottocentesca. Sarebbe fisiologico in certi limiti il trasformismo di gruppi che cambiano idea in base alle mutate condizioni economiche o sociali. Invece qui si tratta di singoli, peraltro eletti su liste bloccate, che di fatto non rappresentano nessuno se non se stessi».