Serbia, l’elezione di Vučić scuote le nuove generazioni

09 Aprile 2017 13.00
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Dicono che anche – e solo – Slobodan Milošević vinse il voto democraticamente e con una maggioranza schiacciante, al primo turno, come la sua. Più di un brutto ricordo, un presagio di quanto migliaia di ragazzi hanno avvertito anche durante la serrata campagna elettorale a senso unico di Aleksandar Vučić, giovane neo-presidente della Serbia eletto il 2 aprile 2017 con un inconfutabile 55% che gli risparmia il ballottaggio. Ma non le contestazioni come premier uscente e, prima ancora, come ministro dell'Informazione negli anni di Milošević: a Belgrado e in tutta la Serbia Vučić è preso a fischi, uova marce e anche qualche bottiglietta rotta dal «movimento contro la dittatura».

DUEMILA PERSONE IN PIAZZA. Nella capitale manifestano «a oltranza» più di 2 mila dimostranti. In modo pacifico, promettono, per non prestare il fianco ai governativi che li vorrebbero delegittimati. Ogni sera si radunano davanti al parlamento, poi sfilano nelle vie delle redazioni dei giornali e della tivù e dei palazzi del governo, in centro. Altre centinaia di serbi gridano «Vučić ladro! Non ti vogliamo! Dimissioni!» a Niš, Novi Sad, Cacak e in altre città minori. Sono proteste spontanee e a catena, non organizzate dall'opposizione né da altri gruppi politici, che spiazzano l'establishment dell'Ue e anche un po' serbo. Non c'è un leader, li ha radunati il tam tam su Facebook e su qualche altro social media. Come in Romania dopo le ultime contestate elezioni, è la gente comune a rifiutare la vecchia politica.

Il 47enne Vučić non va giù sopratutto ai giovani, il 90% dei detrattori. Tanti studenti e attivisti, ma anche qualche anziano memore dei tempi andati si unisce al loro. «Non siamo la Corea del Nord», dicono, chiedendo di cambiare vertici ai media additati di manipolazioni nella propaganda e anche che si rivoti in modo elettronico per il sospetto di brogli. Il neopresidente serbo è stato incensato dai leader di Bruxelles come il «progressista europeista» che avrebbe portato presto Belgrado tra le capitali dell'Ue. Ma gli eurotecnocrati dimenticano che il suo Partito progressista serbo (di stampo conservatore) fu fondato dai fuoriusciti della destra nazionalista del Partito radicale serbo, al governo in coalizione con i socialisti sotto la presidenza di Milošević, negli anni della guerra in Kosovo.

NELLA BLACK LIST DELLA UE. Ai tempi, Vučić finì in una black list dell'Ue in qualità di estensore di una legge sull'informazione che sanzionava pesantemente i media anti-governativi, imbavagliandoli. Per alcuni tempi deputato d'opposizione, dopo essersi riciclato nella nuova sigla dei progressisti, dal 2012 ha ripreso la scalata al potere da moderato di destra, come presidente del partito, ministro alla Difesa e numero due del governo in carica, prima di diventarne premier. Un exploit che Vučić considera ora culminato nella sua «vittoria limpida come l'acqua» alle Presidenziali del 2017, con il «12% in più di tutti gli altri candidati messi insieme». Vero che ormai è in una botte di ferro – si rivoterà solo in otto seggi, poche migliaia di elettori – però l'alta percentuale di preferenze prese rispecchia tutt'altro che la maggioranza dei serbi.

Dagli anni di Milošević il nuovo presidente ha in mano tutta la stampa, le radio e le tivù

All'apertura delle ultime urne si è presentato il 55% degli elettori, di fatto poco meno di un serbo su quattro ha votato Vučić. Certo gli altri 11 candidati erano pallidi fantasmi: il secondo arrivato è stato l'ex garante dello Stato e attivista Saša Janković, sostenuto da intellettuali e artisti ma scelto da appena il 16%. Però i giovani in piazza a Belgrado fanno gli avvocati del diavolo, ricordando il mese di martellante corsa elettorale del neopresidente che, «non da ora, ha in mano tutta la stampa, le radio e le tivù». Nel rush verso il voto Vučić ha stoppato i lavori del parlamento di confronto politico tra forze e l'ultimo giorno ha tappezzato di suoi slogan e stemmi di partito le prime pagine dei sette fogli nazionali più letti.

IL POTENZIALE FEELING CON MERKEL. In piazza dicono che il lupo ha perso il pelo ma non il vizio, un lupo travestito da agnello. Ai leader e tecnocrati dell'Ue Vučić si presenta come un conservatore dialogante, anche per un accordo sul Kosovo, di quelli per intendersi che potrebbero andare d'accordo con la cancelliera tedesca Angela Merkel e il suo fortino dei popolari democristiani. Nel suo programma elettorale ha insistito molto anche sul suo impegno per la «stabilità» del Paese, dando un'immagine di leader più solido del presidente uscente (e compagno di partito) Tomislav Nikolić. Ma, nei fatti, dalla sua entrata in carica come premier il negoziato con il Kosovo si è arenato.

La stampa popolare vicina al governo ha alimentato la propaganda anti-albanese, più del 90% dell'etnia nell'autoproclamata repubblica dei Balcani che Belgrado non riconosce. Vučić è accusato di essere rimasto il ragazzo nazionalista della destra radicale alla corte di Milošević, non a caso oltre che ai politici di Bruxelles piace molto anche al suo omologo russo Vladimir Putin, che nel Vecchio continente appoggia tutti i leader euroscettici e sovranisti. I manifestanti serbi sono convinti che presto il presidente dei progressisti si toglierà la maschera da moderato, come nella vicina Turchia ha fatto il presidente e tre volte premier Recep Tayyip Erdogan.

L'ALLARME DI FREEDOM HOUSE. L'osservatorio Freedom House, che da Washington monitora lo stato delle democrazie, dà loro ragione, segnalando «sviluppi negativi su processo elettorale e libertà dei media ai minimi storici dal 2005 in Serbia». Nei cortei si denuncia anche lo strapotere del Partito progressista negli apparati statali: «Chi prende la tessera del partito di Vučić trova lavoro», «tanti impiegati lo votano per non perdere il posto», «le istituzioni non esistono più», raccontano. È la politica clientelare anche dell'Ungheria del nazionalista xenofobo Viktor Orban, che una parte dei serbi contestava da mesi, con proteste civiche di piazza minori, contro i favoritismi e il cattivo uso dei fondi pubblici ed esteri. Ma l'Ue che tollera senza mal di pancia Orban non se n'era accorta.

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