Gianni Gallina

I silenzi sulle indagini Usa su Fca e il ruolo di Marchionne

I silenzi sulle indagini Usa su Fca e il ruolo di Marchionne

Mentre in Italia assistiamo alla beatificazione del manager italo-canadese, negli States fanno rumore le accuse di Reid Bigland che denuncia ritorsioni e tira in ballo direttamente l’ex ad.

10 Giugno 2019 15.52

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La stampa automobilistica internazionale, non solo quella di prodotto ma anche e soprattutto quella economica, da sempre incline a prendere una cotta per il presidente e/o l’amministratore delegato di turno che sa vendersi bene poiché aiuta a riempire i taccuini, nell’ultimo triennio ha subito almeno due clamorose disfatte.

WINTERKORN TRAVOLTO DAL DIESELGATE

Prima Martin Winterkorn, ex Kaiser del gruppo Volkswagen, è caduto sotto la mannaia dello scandalo Dieselgate. Frode aggravata e violazione delle norme sulla concorrenza sono i due principali capi d’imputazione per i quali la procura di Braunschweig ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex ceo del gruppo di Volksburg che rischia 10 anni.

IL NUOVO ARRESTO DI GHOSN

È stato poi il turno di Carlos Ghosn, imperatore dell’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi, arrestato il 4 aprile 2019 appena atterrato a Tokyo con l’accusa di appropriazione indebita dei fondi della società. Solo un mese prima l’ex tycoon 65enne era stato rilasciato su cauzione dopo 108 giorni di detenzione sempre in Giappone con l’accusa di aver sottostimato i propri compensi dal 2010 al 2017 e di aver commesso una serie di illeciti finanziari, tra cui abuso di fiducia aggravata

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I MEDIA ITALIANI E SERGIO MARCHIONNE

Dall’estate dello scorso anno si sa – e la stampa americana, al contrario della maggior parte di quella italiana, se ne è occupata – che il nome di Sergio Marchionne figura in diverse inchieste giudiziarie tuttora aperte negli Stati Uniti. A proposito dell’atteggiamento dei media italiani nei riguardi del defunto Ceo di Fca, va rilevato un netto contrasto con quanto avvenne per Gianni Agnelli. Ferruccio De Bortoli, nel saggio Poteri forti (o quasi): Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo (La nave di Teseo) ha scritto: «Trovo che di Agnelli si sia parlato troppo bene in vita e troppo male in morte».

LA BEATIFICAZIONE DELL’EX AD FCA

Negli ultimi 12 mesi – complici soprattutto alcuni libri che non si possono certo definire frutto di giornalismo investigativo, in particolare quello anglosassone – si sta assistendo alla beatificazione di Marchionne mentre in vita era stato abbondantemente contestato. Per ironia della sorte, le perseveranti celebrazioni coincidono con la crudele conferma che anche l’executive italo-canadese non è stato in grado di far crescere Fiat e Chrysler e renderle autosufficienti. Al contrario, Fca può avere un futuro solo se viene acquisita da un altro gruppo.

Sergio Marchionne con Donald Trump il 24 gennaio 2017 a Washington

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Ossequio italico a parte, il nome di Marchionne è apparso nelle indagini stando alle quali alcuni manager americani di Fca avrebbero corrotto gli uomini del sindacato Uaw facendo transitare un enorme fiume di dollari – nientemeno che 4,5 milioni – attraverso la Uaw-Chrysler National Training Center, una istituzione che in realtà doveva essere di supporto ai lavoratori e che sarebbe stata invece usata per corrompere alcuni sindacalisti. L’ex capo delle relazioni industriali, responsabile dei rapporti con il sindacato Uaw Alphons Iacobelli, è stato condannato a 5 anni e mezzo di prigione. Un altro ex-dirigente di Fca e alti rappresentanti del sindacato sono finiti dietro le sbarre.

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QUANDO MANI PULITE TOCCÒ LA FIAT

Sembra che Iacobelli, principale negoziatore e amministratore degli accordi di contrattazione collettiva tra Fca e Uaw, non abbia tirato direttamente in ballo Marchionne in questo squallido scandalo. C’è quindi chi ha accostato la condotta di Iacobelli durante gli interrogatori a quella di Francesco Paolo Mattioli, il direttore finanziario di Fiat nei giorni di Mani pulite (scomparso nel gennaio 2010) che avrebbe fatto da scudo ai vertici del Lingotto sobbarcandosi una condanna per tangenti. Stando a quanto riportato dal quotidiano The Detroit News, Sergio Marchionne avrebbe regalato all’allora numero due della Uaw General Holiefield, incaricato di occuparsi di Chrysler, un orologio di Terra Cielo Mare con il logo di Fiat del valore di alcune migliaia di euro omettendo poi di ammettere la cosa durante un colloquio con gli uomini del Fbi.

Sergio Marchionne con Reid Bigland nel 2012.

CHICAGO E IL CASO DELLE VENDITE GONFIATE

Chi invece non ha avuto esitazione a menzionare esplicitamente il nome di Marchionne è stato Reid Bigland, un alto dirigente di Fca con un lungo elenco di responsabilità: membro del Gec, il massimo organismo decisionale del gruppo, capo del marchio Ram, presidente e amministratore delegato della consociata canadese, responsabile delle vendite negli Stati Uniti. Come se tutto questo non bastasse, Marchionne aveva affidato a Bigland anche la responsabilità dei marchi Alfa Romeo e Maserati con risultati a dir poco disastrosi. Nel 2016, i concessionari Chrysler di Chicago depositarono una denuncia contro Fca per il trattamento ricevuto nel corso di un’indagine avviata dalle autorità federali americane sul caso delle vendite gonfiate. Quando la notizia fu pubblicata dal settimanale Automotive News, Marchionne rilasciò, come sua abitudine, dichiarazioni al vetriolo negando ogni addebito. Eppure, qualche tempo dopo, Chrysler cambiò la metodologia usata per conteggiare i veicoli venduti (negli Stati Uniti, i dati delle vendite non si basano sulle immatricolazioni come in Europa, bensì sono autocertificazioni dei singoli costruttori).

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LE ACCUSE DI BIGLAND

Cosa c’entra Marchionne? Bigland, nel corso degli interrogatori e in memorie scritte, ha affermato papale papale come le metodologie illecite fossero note a tutti i manager di primo piano, tra cui anche l’ex amministratore delegato. Va aggiunto che Bigland, fisico palestrato tanto da meritarsi il nomignolo di incredibile Hulk, sostiene che Fca avrebbe messo in atto «una vendetta contro la sua persona per aver collaborato nell’indagine, tagliandogli lo stipendio di oltre il 90%». Bigland, secondo la documentazione allegata alla denuncia, afferma di aver perso oltre 1,8 milioni di dollari, una cifra che il gruppo avrebbe trattenuto per pagare multe o esborsi concordati con la Securities and Exchange Commission. Mentre è difficile escludere che per Bigland i giorni in Fca siano contati, avere messo nero su bianco che Marchionne era a conoscenza di pratiche illecite potrebbe innescare una catena di class action negli Stati Uniti.

INTERROGATIVI E INCHIESTE ANCORA APERTE

Infatti, la testimonianza di Bigland di fatto conferma un detto molto diffuso tra i dirigenti di Fca stando al quale al defunto Ceo niente sfuggiva perché voleva controllare tutto lasciando ai suoi collaboratori inesistenti margini di manovra. Sicché non può non tornare alla mente il teorema degli inquirenti milanesi ai tempi di Mani pulite e cioè che alti dirigenti di aziende e politici «non potevano non sapere». In particolare, negli Stati Uniti non sono poche le indagini ancora aperte avviate dal Fbi per conto del ministero della Giustizia e permangono molti interrogativi, tuttora senza adeguata risposta, sull’ultimo anno a mezzo di vita di Marchionne. Indagini che sembra vedano interessati alcuni studi legali sollecitati da gruppi di azionisti.

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