Serie A, la crisi ti fa giovane

Guido Sintoni
24/08/2012

Via i campioni, in Italia solo i talenti di domani.

Ci risiamo: dopo l’ennesima stagione finita tra i veleni, un buon numero di filoni d’inchiesta per una piaga che periodicamente si abbatte sul calcio senza tuttavia cancellarne la faccia di gioco più bello del mondo, un Europeo accarezzato e perso in maniera fragorosa, l’Italia del pallone si ripresenta ai blocchi di partenza.
Il campionato di serie A riparte il 25 agosto con i due anticipi Fiorentina-Udinese e Juventus-Parma e tra tappe forzate (tre stop per la Nazionale più le soste per Natale e Pasqua) la conclusione è fissata per il 19 maggio 2013: 342 partite di emozioni per assegnare il tricolore.
ITALIA PENALIZZATA DALLA CRISI. Dalla «A» di Atalanta alla «U» di Udinese, le 20 squadre della serie A si sono scoperte meno ricche che in passato. La serie A è schiacciata da debiti pari a 2 miliardi di euro (+14% rispetto al 2011) e l’ossigeno arriva soprattutto grazie ai diritti televisivi (Sky versa 650 milioni).
L’Italia del calcio non è solo più povera: ci siamo visti superare, coefficiente Uefa alla mano, da Inghilterra, Spagna e Germania. Campionati, almeno secondo i dati, più competitivi del nostro.
All’estero si può spendere più che da noi: lo schiaffo di una crisi che ha portato a una spending review anche nell’eldorado del pallone. E adesso all’Italia tocca rincorrere: c’est la vie, potrebbero dire i francesi, madidi dei petrodollari dell’emiro Tamim Bin Hamad Al Thani.
L’ATTESA DEL FAIR PLAY FINANZIARIO. Il calcio ha scoperto da poco i buchi di bilancio che, alla lunga, sono diventati voragini. Di qui la parola magica coniata da Fifa e Uefa, ovvero da chi governa il sistema-pallone nel mondo e in Europa: fair play finanziario. Che tradotto significa: chi non ha i libri contabili in regola viene penalizzato.
Ai club è consentito un deficit massimo, biennale o triennale, di 45 milioni di euro fino al 2014; successivamente (fino al 2017) di 30 milioni, senza contare una franchigia di 5 milioni. Chi ha i bilanci in perdita deve ripianare con aumenti di capitale o donazioni. Chi non rientra in questi parametri, affronta un sistema di sanzioni di gravità crescente: avvisi, multe, penalizzazioni (punti, trattenuta di premi Uefa legati alle competizioni europee) fino alla squalifica dalle competizioni e all’esclusione da quelle a venire.
PLATINI VIGILA SUI BILANCI DELL’UEFA. In Italia il fair play è qualcosa di tangibile dopo anni di acquisti pazzi, plusvalenze fittizie e altre amenità. Adesso tocca ad altri – oltre alla squadra parigina, il Manchester City recita il ruolo di pozzo senza fondo – indebitarsi come hanno fatto le italiane. Toccherà al presidente dell’Uefa Michel Platini fare ordine. E magari chiarire alcune cosettine con il pargolo Laurent, che fa il dirigente per la Qatar Sport Investments, società proprietaria del Paris Saint-Germain.
«Per Michele Platini sarà un bel problema giustificare i motivi per cui certe squadre riescano a sottrarsi alle regole del fair play finanziario»: la voce contraria è arrivata da Napoli, ed è quella del presidente del club partenopeo Aurelio De Laurentiis che ovviamente allude al ruolo di Laurent nel Psg.

Club più poveri e serie A senza campioni come Ibra e Thiago Silva

Per sapere se le squadre italiane, oltre che meno ricche, siano per lo meno ancora belle, c’è da attendere il fischio d’inizio del campionato. Per ora il calciomercato non ha riservato grandi colpi, se non in uscita. Tanto che il bilancio totale certifica un attivo di 13 milioni di euro, contro il disavanzo di 230 milioni degli inglesi.
Thiago Silva e Zlatan Ibrahimovic hanno preso la via di Parigi: la ragion di stato invocata dall’asse Berlusconi-Galliani ha ceduto a offerte milionarie e ha potuto risparmiare ingaggi pesantissimi. Da Napoli, Ezequiel Lavezzi ha fatto le valigie, puntando anch’egli verso il Psg. I top player hanno preferito lasciare l’Italia, ripercorrendo a ritrovo la strada per per 25 anni è stata solo in entrata: la ruota gira. E lo fa dolorosamente, dal momento che non se ne vanno solo i campioni già conosciuti.
VIA ANCHE IL TALENTO VERRATTI. I 12 milioni di euro con cui il solito Psg ha comprato dal Pescara Marco Verratti, uno dei nostri talenti più cristallini, sono oggi fuori dalla portata dei club italiani. All’inizio del Duemila, i nostri vivai si sono scoperti poveri, e più di un giocatore si è spostato all’estero per poi tornare in Italia.
«Non è detto che al ristorante si mangi sempre meglio che in trattoria»: disse così Zibì Boniek quando – nel 1992 – accettò la panchina della Sambenedettese in serie C dopo avere allenato il Bari in serie A. Al polacco le cose non andarono benissimo, ma la sua frase ben descrive la nostra attuale situazione.
IN ITALIA PIÙ OPERAI DEL CALCIO. La serie A è ormai povera di campioni internazionali: tra esodi, mancati arrivi e sopraggiunti limiti d’età dei vari Alessandro Del Piero e Filippo Inzaghi, ci siamo scoperti d’improvviso più operai del pallone. I giocatori si comprano in Italia (vedi lo scambio tra Milan e Inter tra Antonio Cassano e Giampaolo Pazzini) o si scovano a basso prezzo all’estero (non è un caso che l’Udinese sia arrivata a giocarsi l’accesso in Champions league: la famiglia Pozzo ha intrapreso con successo da tempo questa politica, evidentemente vincente).

Vita breve per le italiane in Champions league ed Europa league

Rose delle squadre alla mano, però, l’Italia in Europa avrà futuro breve. Difficile inserire Juventus e Milan tra le favorite per la Champions league. Questione di potenzialità: la Spagna è povera come noi ma ha pianificato in passato, ha tanti talenti però è a un passo dal fallimento; la Germania è storicamente ricca; l’Inghilterra ha ancora qualche sceicco e stadi di proprietà (e dalla televisione riceve 3,7 miliardi di euro); la Francia si sta ubriacando di petrodollari e champagne. E con tutta probabilità, il cammino in Europa league del Napoli non sarà l’obiettivo primario della stagione.
GRAZIE ALL’AUSTERITY CAMPIONI NELL’82. Corollario di questa forzata austerity è che, stavolta, i talenti ce li dobbiamo coltivare in casa. Il nostro calcio, dopo il fallimentare Mondiale in Germania del 1974, non ammetteva stranieri e fronteggiava una crisi economica pesante come quella attuale. Fu costretto a pensare, selezionare, centellinare. Seminare senza volere o potere raccogliere nell’immediato. Fu così che nacque la Nazionale di Argentina 1978. Forse la più bella di sempre. Di sicuro, madre di quella che trionfò al Mondiale nel 1982.
PESCARA LA PIÙ GIOVANE DELLA SERIE A. Così si rinuncia a giocatori ultratrentenni con ingaggi troppo elevati: è il caso, per fare due nomi, di Maicon o Julio Cesar in casa Inter. Si risparmia, appunto, perché si è obbligati a farlo. Però qualche segnale di redenzione è già evidente.
Nel 2011-12 solo a Cipro si giocava un campionato con giocatori più anziani dei nostri: ora il Pescara è la squadra più giovane (l’età media è 23,8), mentre il Chievo la più vecchia (28,8); nel mezzo tutte le altre tra cui Juve e Milan (26) e Inter (25,9).
DESTRO È STATO L’UOMO MERCATO. L’uomo mercato è così stato il 21enne Mattia Destro che prima di arrivare alla Roma giocava nel Siena: il suo cartellino è stato valutato 16 milioni di euro. Ma da tenere d’occhio ci sono anche l’altro 21enne Lorenzo Insigne (Napoli) e il 22enne Ciro Immobile (Genoa). E poi Stephan El Shaarawy e Mattia De Sciglio (Milan), Diego Fabbrini (Udinese), Kwadwo Asamoah (Juventus). Tutti giovani chiamati a non far rimpiangere chi non c’è più.

In serie A tornano i derby di Torino e Genova

Impossibile prevedere se la storia si ripeterà. Certo, per contro, il fatto che le mancate spese delle grandi abbiano portato a un maggiore equilibrio ai nastri di partenza. Inutile piangere per chi non c’è più: meglio concentrarsi su una serie A cui manca solo il Verona per proporre cinque stracittadine in un sol colpo. Oltre ai derby di Milano e Roma, infatti, il 2012-13 saluta il ritorno di Torino e Sampdoria nella massima divisione.
IL CAMPIONATO È ORA PIÙ EQUILIBRATO. Magari le giocate saranno meno memorabili che in passato, ma in serie A regna un’incertezza sconosciuta agli ultimi campionati. La Juventus deve riconfermarsi, ma il caso della condanna di Antonio Conte (fuori 10 mesi per il calcioscommesse) potrebbe influire sulle prestazioni dei bianconeri. L’Inter ha scelto di confermare Andrea Stramaccioni, mentre il Milan deve capire se è diventata una nobile decaduta o ha intenzione di essere ancora protagonista. E poi c’è la sete di rivalsa di Zdenek Zeman tornato a Roma, dove Daniele De Rossi è riuscito a resistere alle offerte del Manchester City. Si vedrà, come sempre.
LA RIVOLUZIONE DELLA PANCHINA LUNGA. Intanto la Lega calcio ha proposto la prima rivoluzione, diventata realtà grazie alla Figc. Nella stagione 2012-13 spazio alla panchina lunghissima: 12 riserve al posto delle consuete sette, come per le fasi finali del Mondiale e dell’Europeo. La decisione – valida anche per Coppa Italia, Supercoppa e campionato Primavera – non impatta sul numero delle sostituzioni possibili, ma mette a disposizione dei tecnici un maggior numero di giocatori. Un modo indiretto per dare la possibilità di emergere a nomi nuovi. E magari fermare il flusso migratorio in uscita in cambio di qualche scampolo di gloria in campo.
Poi spazio ai giudici di porta che hanno il compito di vigilare su quanto accade in area di rigore. Cercando di evitare gli svarioni della passata stagione.

La Juve insegue il record di imbattibilità del Milan

Intanto la serie A fa i conti con i record da battere. La Juventus, imbattuta nel 2011-12, punta alle 58 giornate senza sconfitte del Milan degli «Invincibili». Quello che aprì e chiuse la serie con il Parma a cavallo tra il 26 maggio 1991 e il 21 marzo 1993. Era il Milan di Fabio Capello, quello che valeva – finanziariamente e politicamente – gli attuali top team degli sceicchi.
Il primato dell’imbattibilità – figlio del retaggio storico del calcio all’italiana, il «primo non prenderle» che, in epoca di globalizzazione, costituisce ormai uno stereotipo – non è il solo record da ricercare.
IL PRIMATO DEI PUNTI È DELL’INTER. Limitandosi ai tornei a 20 squadre, le 30 vittorie su 38 partite dell’Inter targata Roberto Mancini (2006-07) rappresentano anch’esse uno scoglio quasi invalicabile.
Nel primo campionato di serie A orfano della Juventus, i nerazzurri maramaldeggiarono ottenendo 97 punti complessivi (media di 2,55 punti a partita: primato assoluto), 15 vittorie in trasferta (altro record) e 17 successi consecutivi. Unica consolazione per la sponda rossonera fu il mantenimento delle 18 vittorie casalinghe su 20, stabilito nel 2005-06 uguagliando così il Grande Torino del 1948-49.
LE POLEMICHE SONO GIÀ INIZIATE. Per gli amanti del calcio offensivo, le 125 reti segnate dal Torino targato 1947-48 (girone unico a 21 squadre, una rete ogni 29 minuti) fanno apparire sparagnina anche la miglior Roma zemaniana; chi bada a difendersi non può non ispirarsi alle 11 reti incassate in 30 giornate dal Cagliari del 1969-70 (una ogni 245 minuti), quello che mandò in delirio un’intera isola con l’unico scudetto della sua storia. Difficile che qualcuno possa fare meglio nel 2012-13: tra le favorite, non sembra esserci un vero e proprio schiacciasassi. Anche se, in questi casi, meglio trincerarsi dietro un altro stereotipo, secondo cui Almeno, fino a prova contraria. Perché, se il buongiorno si vede dal mattino, le polemiche e i veleni del nostro calcio – già iniziate con lo scontro di Supercoppa italiana tra Juventus e Napoli – potrebbero mettere in dubbio anche questo.