Come si può sfrattare Matteo Salvini dal Viminale

Il leghista fa le barricate per mantenere la poltrona di ministro dell'Interno. Se non si dimette, Conte non ha il potere di "licenziarlo". Ma il parlamento sì: e c'è il precedente di Mancuso...

20 Agosto 2019 08.04
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Matteo Salvini ripete gli stessi refrain, ossessivamente, tutti i giorni dai suoi profili social: «Io non mollo» e «finché ci sono io farò tutto quello che è in mio potere per difendere i confini italiani». Il messaggio, indirizzato più agli alleati di governo che all’opposizione, è chiaro: nessuno lo sfratterà dal Viminale. E infatti l’altro vicepremier, Luigi Di Maio, con il quale ormai la coabitazione si è fatta impossibile, ha scritto: «Giorni fa aveva tuonato “siamo pronti a dimetterci tutti, vedrete…” ma stanno ancora lì attaccati alla poltrona…». O, per dirla nel modo del Blog delle stelle: «E anche oggi i ministri della Lega si dimettono domani».

ELEZIONI POSTICIPATE: VERSO L’INTESA PD-M5S

Su una cosa Salvini e Di Maio concordano: nessuno dei due, nei loro post, nei tweet e nelle dirette Facebook ha più parlato di elezioni anticipate. La Lega teme che un suo passo indietro dagli scranni dell’esecutivo permetta al Movimento 5 stelle di cercare nel Partito democratico una stampella. Per questo sembra percorrere la strada dell’ostruzionismo: restare saldamente al proprio posto e pretendere che l’esperienza di governo prosegua. I pentastellati, dal canto loro, vogliono proseguire, ma ormai senza Salvini. La linea è stata dettata da Beppe Grillo che ha convocato i più alti in grado del Movimento nella sua villa di Marina di Bibbona. Linea efficacemente riassunta nel lungo e sprezzante post che Di Maio ha scritto al termine dell’incontro. La domanda che si pongono tutti adesso è: è possibile espellere Salvini per completare il ribaltone con i democratici?

Il segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti.

MANDARE VIA UN MINISTRO: IL PREMIER PUÒ FARLO?

Il ministro delle espulsioni, insomma, rischia di essere espulso dall’esecutivo. Ma come? È tra le facoltà del premier? La Costituzione non lo dice, limitandosi a stabilire, all’articolo 92 secondo comma: «Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Insomma, sembra che il capo del governo abbia esclusivamente la possibilità di sottoporre al vaglio del Colle la lista delle personalità che vorrebbe nel proprio gabinetto. Non anche il potere di revoca. Questo nonostante l’articolo 95 ricordi che: «Il presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri».

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Giuseppe Conte e Matteo Salvini. (Ansa)

DIMISSIONI SPONTANEE: SAVONA, MOGHERINI, ZAIA…

Se il ministro se ne va di propria iniziativa, non ci sono problemi di sorta. La storia repubblicana conta già diversi esempi. Senza andare troppo lontano, è accaduto a inizio 2019 con Paolo Savona, che ha preferito lasciare il dicastero degli Affari europei per l’incarico settennale di presidente della Consob. Nel gennaio 2015, ad andarsene fu invece Maria Carmela Lanzetta, ministro per gli Affari regionali in polemica col governo Renzi. L’anno prima a dire addio all’esecutivo fu invece Federica Mogherini per diventare Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea, mentre nel 2010 fu Luca Zaia a lasciare l’Agricoltura per presiedere la Regione Veneto.

Federica Mogherini.

DIMISSIONI “SPINTANEE”: LUPI, GUIDI, SCAJOLA, IDEM…

Così come non ci sono intoppi quando il presidente del Consiglio riesce a dissuadere il ministro dal continuare. Nel recente passato è accaduto una infinità di volte e in genere sempre a seguito di qualche scandalo mediatico: pensiamo ai casi Maurizio Lupi (caso delle grandi opere), Federica Guidi (Tempa Rossa), Nunzia De Girolamo (nomine all’Asl di Benevento), Claudio Scajola (vero recordman nel campo delle dimissioni, l’ultima volta a costargli la poltrona fu il caso Anemone, nel 2002 invece si dimise dal Viminale per aver detto che il giuslavorista Marco Biagi, che fu ucciso dai terroristi in quello stesso anno, era un «rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza»), Alfredo Brancher (tentata scalata dell’allora Banca Popolare di Lodi ad Antonveneta). Non importa la rilevanza penale degli scandali: di norma il premier fa leva su motivi di «opportunità politica». Modo gentile per dire che la presenza del ministro nell’occhio del ciclone imbarazza – e indebolisce – l’intero esecutivo. E così nel 2013 a costringere l’ex canoista Josefa Idem a dimettersi dal ministero delle Pari opportunità e dello Sport bastò l’accusa di non avere pagato l’Imu per la sua casa-palestra di Ravenna (un contenzioso con il Fisco che si chiuse con il versamento di 3 mila euro).

Claudio Scajola.

SE SALVINI RESISTE? MOZIONE DI SFIDUCIA

Il meccanismo si intoppa quando il ministro fa resistenza. La sola strada sembra quella indicata all’articolo 94: «Il governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale. La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione». Insomma, la sfiducia, non verso il governo ma nei confronti del singolo. Il potere di dimissionare un ministro lo ha quindi solo il parlamento.

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Il parlamento può sfiduciare Salvini.

L’UNICO MINISTRO “LICENZIATO”: FILIPPO MANCUSO

E se nella storia repubblicana i tentativi di sfiduciare un ministro non si contano, lo stesso non si può dire del numero di volte che il parlamento sia davvero riuscito a licenziare il titolare del dicastero in crisi. Anche le maggioranze più esili e sfilacciate si sono puntualmente rinsaldate per respingere l’arrembaggio delle opposizioni. Il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino del Berlusconi IV tra il 2009 e il 2010 fu salvato per tre volte. Esiste un unico precedente “andato a segno” ed è datato 1995.

L’ex ministro della Giustizia Filippo Mancuso sfiduciato in Senato nel 1995. (Ansa)

A essere accompagnato nemmeno troppo gentilmente alla porta fu Filippo Mancuso, ministro di Giustizia nel governo di Lamberto Dini. Sono diverse le somiglianze tra quella vicenda e questa. A iniziare dal fatto che tanto Mancuso quanto Salvini si sono posti in rotta di collisione con la linea dei propri governi. In piena Tangentopoli, il guardasigilli pose in essere politiche che fecero sospettare che stesse ostacolando il pool di Mani pulite. E dato che non volle riallinearsi con l’esecutivo, fu sfiduciato al Senato con 173 voti a favore, 8 astenuti e 3 contrari. Mancuso però non si diede per vinto: fece ricorso alla Consulta sostenendo che la Carta non menzionasse l’istituto della sfiducia contra personam. Formalmente aveva ragione, ma la Corte, ravvisando l’impasse, gli diede comunque torto con una sentenza finita nei manuali di diritto costituzionale.

UN PROTAGONISTA ATTESO: SERGIO MATTARELLA

Insomma, se Salvini con un nuovo colpo di scena non sfiduciasse il premier Giuseppe Conte, ai 5 stelle non resterebbe altra soluzione di sfiduciare a loro volta il vicepremier. Ma anche qui la strada è incerta, perché la Lega dispone di altri cinque ministri, che potrebbero fare ostruzionismo. E la via non sarebbe più facile nemmeno nel caso in cui il leader del Carroccio procedesse a una dimissione in blocco della sua squadra, come è tornato a minacciare da Massa Carrara («O si governa o in 15 secondi i ministri della Lega si alzano e se ne vanno»). Via che gli è stata recentemente suggerita con toni di rimprovero da Roberto Maroni («Avrebbe dovuto ritirare i ministri come fece Umberto Bossi con Silvio Berlusconi nel 1994»). Il caso più recente risale al governo guidato da Enrico Letta, quando Berlusconi fece dimissionare i suoi ministri ottenendo però il rifiuto dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano che chiese che la crisi fosse formalizzata in Aula. In quell’occasione, Forza Italia ritrovandosi con le spalle al muro votò la fiducia al governo che aveva spinto alle dimissioni, facendo il gioco di Napolitano. Ma anche il precedente evocato da Maroni non portò a elezioni bensì alla nascita del governo tecnico di Dini. Questo perché c’è un altro protagonista indiscusso della crisi che gli attori della politica spesso dimenticano: il presidente della Repubblica.

Matteo Salvini e Sergio Mattarella.

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